La necessità di Baudelaire

di Victor Attilio Campagna

Il vino ha un valore noto a tutti. L’Italia, insieme alla Francia, vanta una varietà enologica importante e questo ha influito molto sul valore sociale del vino, che ha assunto sempre più un valore sia simbolico, sia economico, sia aggregativo. In poesia il vino ha assunto un valore direi fondamentale, in quanto esso affonda le sue radici poetiche in tempi assai remoti: è centrale in tutta la poesia lirica greco-latina, come fonte di ispirazione e come stimolo alla convivialità.

Fatta questa premessa, tra i poeti che più amo v’è Baudelaire. In lui quel che interessa di più (e che attrae un pubblico adolescenziale) è un concetto estremamente importante, che ha cambiato radicalmente l’idea di poesia, facendo da spartiacque rispetto alla figura del poeta mistico, ritratto benissimo nell’Ego titanico, che l’aveva preceduto.

Baudelaire si è distaccato radicalmente da tutto questo dicendosi poeta laureato del fango. Ossia riteneva di essere un poeta vicino al peggio della società, a quelle parti più nascoste, più vili. Non è un caso che nel proemio, se così lo si può chiamare, ai suoi Fiori parli di sottise, erreur, peché, lésine (stupidità, errore, peccato, lesina). Non cerca Baudelaire la verticalità, ma l’orizzontalità: guarda al mondo davanti a sé, con una forte tensione verso il basso, rovesciando così la concezione di poesia tesa verso l’alto, il cielo. La poesia con Baudelaire smette di essere veicolo per il divino, giusto per essere poesia dell’uomo, per l’uomo, sull’uomo. E in quest’operazione stratifica via via un concetto, che alla fine riecheggia continuamente: la rappresentazione di sé e dell’uomo come reietto, essere incapace di essere sociale, si contrappone alla visione titanica del poeta e risulta fondamentale per un passaggio enorme di linguaggio e concetti.

In tutto questo processo vi è un ciclo sul vino particolarmente significativo, dove muta radicalmente il concetto comune di questa bevanda illustre: nell’antichità era sottesa al vino l’idea di convivialità, culminante appunto nel simposio, un momento di ensemble intellettuale (concetto che ci portiamo ancora dentro e che ancora oggi vagheggiamo). Al contrario Baudelaire ritrae un aspetto del vino molto marginale, tracciandone un ruolo molto diverso, in linea col fine della sua opera: il vino diventa protagonista di un rapporto uno a uno col poeta. Non c’è il confronto, la convivialità, L’âme du vin, questo il titolo di una poesia in quartine che apre la sezione Le Vin, è singola e si rapporta all’umanità, ma soprattutto al poeta, con un ruolo quasi materno, consolatorio:

(…) «O uomo, dalla mia prigione

di vetro e ceralacca, sventurato che amo,

ti giunga una fraterna, luminosa canzone! (…)[1]

L’anima del vino parla al poeta e gli descrive il suo ruolo, le sue capacità e la pietà che prova per l’umanità. Il vino non è compagno di momento di giovialità, ma consola la pena, il sudore, la disperazione degli umani, dando un attimo di speranza, di vitalità.

(…) Lo so quanto sudore e quanta pena

a fiammeggiar di sole sull’ardente collina

servano a darmi l’anima e la vita:

ma io non sarò ingrato, né maligno,

perché immensa è la gioia di cadere

nella gola di un uomo sfibrato dal lavoro,

e nel suo caldo petto so scavarmi una tomba

ben più dolce di un’algida cantina.

(…)

a tua moglie estasiata ravviverò lo sguardo,

forza e colori ridarò a tuo figlio;

per quel fragile atleta della vita

sarò l’olio che assoda le braccia ai lottatori.[2]

Una morte felice quella del vino, una morte che vivifica, dà forza, ma non ad una collettività riunita, bensì a una serie di singoli: il vino viene descritto come un elisir, una sorta di pozione magica capace di riaccendere gli sguardi (J’allumerai les yeux de ta femme ravie).

Ma soprattutto il vino ha un rapporto speciale col poeta:

(…) E in te mi spargerò, seme prezioso

gettato dall’Eterno, ambrosia vegetale,

perché dal nostro amore sprizzi la poesia

verso Dio, come un fiore inaudito!»[3]

Così termina la poesia, con questa quartina, dove si vede il rapporto singolare tra poesia e vino: esso diventa un seme divino, ambrosia appunto, nonché fattore amoroso, portando in questo rapporto sensuale a Dio, come un fiore inaudito (in francese rare fleur). La tensione verso l’Eterno, che qui viene raffigurato in Dio, un Dio che però rappresenta un concetto di eternità poetica non teologica, è una tensione bassa, disponibile: il divino non sta nella meditazione, né nella ricerca tramite un feticcio femminile, bensì nel vino, che con la sua forza, con la sua dolcezza, conduce ad uno sprizzo di poesia (pour que de notre amour naisse la poésie) erotico ed erogeno.

Tramite questa forza terrena Baudelaire segna un confine netto tra la poesia classica e la poesia che tuttora va animandosi, dandogli una dignità diversa, più terrena, forse più vicina al nostro modo di sentire e per questo molto apprezzata da un pubblico stranamente vasto per un genere come la poesia.

Che ci sia bisogno di rivisitare la poetica Baudeleraiana, soprattutto in vista di un così rapido cambiamento sociale che ci si prospetta, è ovvio, soprattutto vista l’epoca di passaggio che lo stesso Baudelaire ha magistralmente cavalcato. Ad ora la gran parte della poesia che circola è figlia di un mondo di mezzo e per questo incapace di parlare a molti, tanti individui. Non è un discorso di qualità, ma di capacità di affrontare un cambiamento che non tutti hanno. Per questo credo che Baudelaire possa essere la vera guida per fare buona poesia e rileggerlo insegna una via sempre diversa per scrivere versi senza suonare retorici o, ancor peggio, banali, per cui per chi fa poesia è più di un piacere leggerlo: è, per così dire, una necessità.

[1] Ch. Baudelaire, Opere, tr. it. Giovanni Raboni, pag. 215, 1996 Mondadori

[2] Ibidem

[3] Ibidem


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