Un sogno fatto in Sicilia

Un caleidoscopio di storia profumi sapori e tradizioni

di Elisa Navarra

Sai cos’è la nostra vita? La tua e la mia? Un sogno fatto in Sicilia. Forse stiamo ancora lì e stiamo sognando.

 Anche quest’anno la terra del sogno di Leonardo Sciascia, la terra dell’ulivo e del fico ( siké + elaia), ha costituito il poliedrico scenario delle rappresentazioni teatrali di Siracusa. Ma, si sa, la Sicilia non si riesce a racchiudere in un’unica realtà. Che il viaggio intrapreso sia culturale, letterario, o gastronomico, si rivelerà inevitabilmente un caleidoscopio di arte poesia colori odori sapori, un repertorio in cui il profumo di mandorle pizzute e il pungente sapore del pistacchio si mescolano al fruscio del vento di ginestra.  «È in Sicilia che si trova la chiave di tutto», scrive Goethe in “Viaggio in Italia”. Ed è proprio in ciò la magia di quest’isola: nell’essere tutto ed ogni cosa.

Così accade nel tempio dorico di Segesta; il bianco del marmo splende contro il cielo azzurro, e il verde e il giallo del prato. Nell’aria aleggia il mistero del tempio. Le colonne lisce non ancora scanalate, l’assenza di un muro interno, l’insolita seconda base in aggiunta al crepidoma, trovano giustificazione solo in parte nell’ipotesi di un mancato completamento del tempio.  E come questo s’innalza sul paesaggio, così l’adiacente teatro si tuffa nel vuoto: un semicerchio che si getta nel precipizio di colline, con un’acustica a prova di moneta.

Canto di cicale, vento d’arancio: un panorama che è già da sé spettacolo accompagna ogni impronta lasciata dai Greci. Inevitabilmente allora la mente corre al sito archeologico di Selinunte dove, tra le colonne doriche colossali, uno spicchio di mare brilla di sole. Il tempio sorge maestoso nella pianura, in una spiaggia di fieno che precede l’immenso blu selvaggio. Perfetta fusione tra passato e presente. È il contrasto tra l’armonia delle proporzioni, delle quindici colonne di tufo, e l’odore del vento di sale; tra una civiltà che tramonta e lascia il proprio ricordo, ed il mare che è sempre lì, immutabile, a guardare. Verso l’orizzonte si scorge l’acropoli sospesa sul golfo. E i due templi si fronteggiano in uno spiarsi continuo.

Attraverso la terra arida bruciata dal sole dei Sicani si sale ad Erice, la cittadina degli aquiloni arrampicata sulla roccia. È il tipico paese di vicoli che si intrecciano, s’incrociano, si perdono, e poi d’un tratto si tuffano in un panorama strepitoso. Dalla vetta di Erice la vista si allarga sfiorando Favignana e Levanzo, e il castello è come sospeso nel vuoto. Ma ecco che alle colline vestite di vecchi ulivi pian piano si sostituiscono gli scheletri di cemento. Siamo ad Agrigento, il cui sito archeologico, dal 2008 patrimonio dell’UNESCO, costituisce un angolo di grecità, un’isola d’arte che galleggia tra l’asfalto e la cenere dei palazzi. Il sito è probabilmente il più famoso in Sicilia, per l’armonia del tempio della Concordia. Un’arte impeccabile. Sul frontone intatto, come l’architrave ed il fregio, resistono ancora le metope. Mentre si ammirano l’enthasis e la curvatura interna delle linee di base, un soffio di vento trasporta un profumo di pino che richiama lo stesso mare di Selinunte. Ma stavolta, alle spalle del tempio, incombono gli occhi di morte della città.

Dalla patria di Luigi Pirandello ci si sposta ora nella casa di Elio Vittorini. È qui che avviene il più vivo e vero incontro con i nostri antenati classici. Nel teatro di Siracusa, si è trasportati di colpo indietro nel tempo: il sole del crepuscolo si trascina con sé calando ogni traccia del presente. Il cielo ha finito di tingersi di blu, l’inchiostro si è sparso e brillano ora nel cielo le stelle. Di fronte a una simile potenza, spettacolo di natura e tragedia, inevitabile la catharsis.

Il sogno sta per volgere al termine, ma prima di tornare non può mancare Noto. Nella città bianco panna, arroccata sull’altopiano calcareo, le facciate barocco roccocò assorbono la luce nelle pieghe del marmo. Dal Corso come funghi spuntano allargandosi qua e là monumenti rialzati, in un arrampicarsi di arte. E’ come trovarsi di nuovo in un teatro, passeggiando con il naso all’insù, per stupirsi delle chiese intrise di luce che fanno da quinte. In cima a tre rampe di scale la Chiesa Madre abbraccia l’intera piazza: la purezza della facciata color crema si oppone al rosso sbiadito delle torri campanili. Sul Corso scorre una maratona che vede come attori giovani e più adulti. Uno scorcio sulla Sicilia delle tradizioni. Ma la Sicilia più nascosta, quella dei modi di dire, delle credenze, forse sfuggirà sempre agli occhi curiosi del turista.

Un viaggio che diventa una vera e propria simbiosi con l’atmosfera mistica della Sicilia, con la storia e la tradizione che ancora vi vivono. Un sogno che fa ci comprendere, avvicinandoci a coloro che prima di noi hanno descritto questa terra variegata. E la memoria ancora viva ci insegna a sentire “Erice sempre aperta agli zefiri” mentre leggiamo le epistulae di Ovidio, lo scroscio del fiume Assinaro su cui giacciono spossati gli Ateniesi di Tucidide.

 

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