Isis: Il silenzio cinese.

Di Federico Pagano

 

E’ una delle più grandi potenze mondiali in termini economici e politici, ma ancora il problema riguardante il terrorismo e l’Isis sembra non affliggerla.

La Cina, occupata dai problemi derivanti dagli alti tassi di smog e di inquinamento, non ha ancora preso una posizione nella lotta allo Stato Islamico. Le minacce, gli avvertimenti e il richiamo alle armi, avvenuto proprio i questi giorni, da parte dei membri dell’Isis, verso i musulmani cinesi, non tardano ad arrivare. Tutto questo, però, non sembra attirare l’attenzione del governo cinese, come se tutto stesse avvenendo in un’altra realtà.

Eppure sia l’insediamento in Iraq, sia i problemi che lo Stato islamico sta creando in Mali riguardano la Cina molto da vicino.

Dall’Iraq, infatti, la Cina prende ingenti quantità di petrolio, e per questo dovrebbe cercare di mantenere gli equilibri ed evitare che lo Stato islamico disturbi i suoi affari.

In Mali invece la presenza cinese, così come in molti altri paesi africani, è molto importante e radicata fin dagli anni Settanta per lo sfruttamento delle risorse naturali.

Sono evidenti quindi i problemi che l’Isis sta creando alla politica estera cinese.

Quello che, però, preoccupa maggiormente la Cina sul piano religioso e del terrorismo islamico è un problema interno.

E’ un problema che nasce già dalla prima metà del ‘900 e che riguarda la regione autonoma dello Xinjiang, abitata, per la maggioranza, da un’etnia turcofona di religione islamica chiamata uiguri.

E’ proprio a partire da questi anni che la Cina, più volte, si è trovata a contrastare e a dover reprimere azioni jihadiste orchestrate dagli uiguri. Questo, unito al richiamo alla rivolta fatto da Al Baghdadi nel 2014 alle popolazioni islamiche cinesi contro le repressioni del governo di Pechino, ha fatto sì che la Cina ponesse attenzione più sulla situazione interna che alla situazione internazionale.

Quello che emerge è, dunque, che la Cina preferisca rimanere fuori, almeno per ora, dall’inserirsi in rapporti internazionali, e preferisca concentrarsi sui problemi interni che la riguardano più da vicino.

Forse anche a Pechino sta vincendo la paura, e forse, per questo la Cina, preferisce mantenersi distaccata dagli attacchi e dai proclami di guerra verso l’Isis da parte dell’Europa e dell’America. Forse la paura che le rivendicazioni e le ribellioni degli uiguri e degli islamici cinesi diventino ancora più pericolose fa sì che il governo cinese rimanga ancora un po’ nelle retrovie.

Sappiamo tutti, però, ed è evidente da ciò che sta accadendo in tutto il mondo, che il problema del fondamentalismo islamico e del terrorismo, è un problema globale. Ed è proprio per questo che la Cina, una delle più grandi potenze mondiali, non può perdere altro tempo, e non può stare a guardare ancora per molto senza prendere posizione e senza intervenire nella situazione internazionale.

 

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