NELLA MENTE DEL MALATO – i DCA visti da vicino

Dopo aver parlato di disturbi alimentari e aver cercato di spiegare cosa sono, ecco un modo per vedere davvero da vicino quali ne sono le implicazioni più profonde.

Cerchiamo di entrare nella mente del malato per esplorarne un po’ le dinamiche, partendo da quello che ci ha riportato un’esperta del settore, la psicologa Antonietta Provinzano.

QUALI SONO LE PRINCIPALI CA– USE SCATENANTI DI UN DCA?

I disturbi del comportamento alimentare possono esprimersi in varie forme e due persone con la stessa diagnosi possono avere alla base caratteristiche e modalità di funzionamento molto diverse tra loro.

Fatta questa premessa, un modo utile di considerare i DCA può essere quello di vederli in un’ottica funzionale, come strategie e tentativi (patologici) di soluzione che una persona mette in atto per spostare l’attenzione da problemi, conflitti, situazioni di vita o emozioni vissute come difficili o intollerabili, focalizzandosi sul corpo e sul cibo e offrendo una sensazione (illusoria) di potere e controllo. Si tratta di soluzioni patologiche non solo per gli effetti, ma anche in quanto sottendono una strategia di evitamento di difficoltà e problemi; hanno una componente autolesiva e di danneggiamento per il corpo e spesso creano una sorta di dipendenza.

Quest’ultimo aspetto ha a che fare con alcuni fattori perpetuanti la patologia, come i sintomi da digiuno (per esempio con la restrizione e il sottopeso aumentano le preoccupazioni per il cibo e il corpo, i rituali alimentari)  e le reazioni degli altri, che spesso rappresentano un rinforzo.

Vengono considerati fattori precipitanti invece l’insoddisfazione per il peso e le forme corporee, la loro sopravvalutazione e la focalizzazione sul controllo del cibo, con modalità di ipercontrollo e ricerca ossessiva di regole da perseguire scrupolosamente per raggiungere il corpo ideale nell’anoressia, oppure di severa dis-regolazione nell’alimentazione e nei meccanismi di compenso calorico nella bulimia, oppure ancora di confusione tra stati emotivi e sensazioni corporee e uso del cibo come meccanismo di regolazione emotiva nel binge eating.

QUALI SONO I SINTOMI PSICOLOGICI?

I meccanismi psicologici che possono esprimersi attraverso i sintomi dei disturbi del comportamento alimentare, secondo alcuni autori hanno a che fare con la regolazione del concetto di sé e possono riguardare aspetti legati all’autostima e ad atteggiamenti di insicurezza e bisogno di conferme esterne (“sé senza valore”), oppure aspetti come il perfezionismo, grandiosità e ascetismo (sé perfettibile) o infine, atteggiamenti di ritiro e semplificazione rispetto alle situazioni di complessità (sé sopraffatto). È importante valutare diverse variabili individuali nei sintomi psicologici, tra cui anche il rapporto rispetto agli stati interni, la loro consapevolezza e regolazione, le difficoltà interpersonali, la dimensione evolutiva, le sfide legate ai compiti di individuazione e separazione, il bilancio tra risorse personali e familiari e limiti.

COSA DIFFERENZIA UNA MENTE MALATA DA UNA MENTE SANA?

Penso che questa distinzione possa essere fuorviante, anche se in ambito clinico dobbiamo confrontarci necessariamente con il confine tra salute e malattia. Però capita spesso di osservare che persone con una diagnosi più severa possono raggiungere un buon funzionamento e avere una buona qualità di vita, a volte in misura maggiore rispetto a persone cosiddette “sane” o con disturbi lievi.

Spesso siamo portati a considerare per opposti le dimensioni di salute e malattia; più che di mente sana e malata, parlerei di funzionamenti adattivi e disadattavi.

È POSSIBILE ESTIRPARE COMPLETAMENTE QUESTI DISTURBI?

Spesso un disturbo DCA ha un ruolo funzionale, per esempio sposta l’attenzione, in un sistema familiare sofferente, su un cosiddetto “paziente designato” su cui tutti possono concentrarsi, permettendo di portare avanti un equilibrio pur patologico ma conosciuto e quindi rassicurante. In queste situazioni arrivare ad una comprensione condivisa del significato e del messaggio sottostante il disturbo, permette di muoversi verso altri tipi di funzionamento e abbandonare il sintomo legato al corpo e al cibo.

Insieme a questa comprensione, gli obiettivi più specifici di trattamento per AN sono: aiutare i pazienti a raggiungere un peso considerato sano (bmi>18), aiutarli a mangiare in modo equilibrato per la loro età e stile di vita, dare le abilità per evitare metodi estremi di controllo del peso ed infine migliorare la percezione della propria immagine corporea e la consapevolezza del corpo in generale, in modo che siano più indipendenti dal fattore peso.

Una percentuale tra il 50 e il 75% dei pazienti raggiunge questi obiettivi o in modo completo (tra il 40 e il 50%) o parziale (tra il 30 e il 40% torna ad una buona qualità di vita pur convivendo con un disturbo DCA) , mentre una parte dei pazienti (tra il 15 e il 25%) continua a soffrire del disturbo e necessita di cure per molti anni. Una variabile da cui dipende l’esito è legata alla tempestività del trattamento rispetto all’esordio, anche se nella maggior parte dei casi passano diversi anni prima che una persona che soffre di un DCA chieda aiuto.

A QUALI ALTRI DISAGI PSICOLOGICI SONO DI SOLITO ACCUMUNATI I DCA?

Si parla spesso di comorbilità, ovvero di presenza di altri disturbi psichiatrici insieme al disordine alimentare. In adolescenza si ritrovano spesso disturbi legati ad ansia e depressione, talvolta viene riportato uso di alcool e sostanze. Sono frequenti anche i disturbi dissociativi e condizioni post-traumatiche, che spesso si strutturano in disturbi di personalità, in particolare d. borderline e d. narcisistico di personalità, o d. ossessivo-compulsivo.

IN CHE MODO, CON QUALI MEZZI, UN SUPPORTO PSICOLOGICO GUIDA ALLA GUARIGIONE?

Da solo il supporto psicologico non basta, ma insieme ad un trattamento nutrizionale riabilitativo una terapia efficace prevede l’apprendimento di modalità di gestione di stati mentali difficili senza ricorrere al cibo e al corpo come mezzo.

RITIENE SUPERFICIALE O SBAGLIATO L’ ATTEGGIAMENTO GIUDICANTE CHE LA SOCIETA’ HA VERSO I DCA? COSA PENSA DOVREBBE CAMBIARE QUESTA SITUAZIONE? COME DOVREBBE LA SOCIETA’ “TRATTARE I MALATI”?

Penso che siamo portatori di valori sociali fortemente ambivalenti sul cibo e sul corpo, per esempio attraverso l’equivalenza per cui una donna magra è attraente, di successo, in salute, felice, popolare, con un lavoro e una vita migliore; al contempo siamo bombardati di messaggi che ci propongono il cibo come attività piacevole che incontra diversi bisogni di natura psicologica oltre alle fame.

Quindi penso sia importante riconoscere la pressione sociale cui sono sottoposte le giovani donne oggi, e più spesso anche i giovani uomini.

Penso che ogni persona vada trattata con grande rispetto e umanità, a maggior ragione una persona che attraversa un momento di sofferenza, condizione che non dobbiamo dimenticare in queste patologie anche se in alcune fasi i disturbi possono essere ego sintonici e i pazienti possono non esserne consapevoli o negarli.

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COME FUNZIONA O DOVREBBE FUNZIONARE IL RAPPORTO TRA MALATO E PERSONE VICINE?

Sempre più i modelli efficaci di trattamento dei DCA prevedono degli interventi rivolti ai familiari di cui è stato ampiamente riconosciuto un ruolo cruciale, in particolare per pazienti adolescenti. L’intervento familiare può attuarsi sia in termini di fornire informazioni chiare e non fuorvianti sui sintomi e sul funzionamento, sia per dare indicazioni su atteggiamenti e comportamenti più utili ed anche in termini di terapia familiare.

Da un punto di vista clinico, è importante coinvolgere i familiari nell’esplorazione delle modalità con cui si è strutturato all’interno della famiglia un dca, aiutando ciascun membro a scoprire le proprie risorse in modo da svincolarsi dalla sintomatologia e scoprire nuove soluzioni e funzionamenti.

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