FITZGERALD E IL SOGNO AMERICANO

“It was an age of miracles, it was an age of art, it was an age of excess, and it was an age of satire”

 

TRAMONTO DI CITTÀ

Vieni fuori. . . . fuori

Per questa mia notte inevitabile

Oh, bevitore di vino nuovo,

Qui è sfarzo… qui è carnevale,

Ricco tramonto,

strade nebbiose e tutto

Il sussurro della notte della città…
Ho chiuso il mio libro di armonie evanescenti,

(Le ombre su di me cadevano nel parco)

E la mia anima era triste di violini e alberi,

E sono stato male per il buio,

Quando improvvisamente si affrettò da me,

portando

Migliaia di luci, una brezza ossessionante,

E una notte di strade e canti…

Io ti riconoscerò dai tuoi piedi ansiosi

E dai tuoi chiari, chiari capelli;

Ti sussurrerò cose felici e incoerenti

Mentre ti aspetterò lì…
Tutti i volti indimenticabili nel crepuscolo

Unirò al tuo,

E le orme come mille ouverture

Unirò alle tue,

E ci sarà più ubriachezza del vino

Nella morbidezza dei tuoi occhi nei miei…

Violini leggeri dove belle donne cenano,

Frusciare di gonne, le voci della notte

E tutto il fascino di occhi amichevoli…

Ah lì

Andremo alla deriva come suoni d’estate nell’aria d’estate…

 

– Francis Scott Fitzgerald

 

«Ero stato infelice a lungo… nessuno che credeva in me all’ infuori di te… Poi arrivammo a Parigi e mi resi conto improvvisamente che non era stato tutto invano. Ebbi successo – ero il primo nella mia professione – tutti mi ammiravano ed io ero fiero di quello che avevo conquistato. Incontrai Gerald e Sara (i ricchi e socievoli Murphy,) che diventarono nostri amici e Ernest (Hemingway) che era un mio pari e il mio tipo di idealista. Mi ubriacavo con lui nei caffè della Rive Gauche e bevevo con Sara e Gerald nel loro giardino a St. Cloud ma tu eri sempre malata e a casa era un disastro. Andammo ad Antibes dove io ero felice ma tu eri ancora malata e per tutto l’ autunno e l’ inverno e la primavera eri in cura e io ero solo tutto il tempo e dovevo ubriacarmi per riuscire a lasciarti così malata ed ero felice solo un attimo prima di diventare troppo ubriaco […]” (Lettera scritta da Thomas Scott Fitzegerald,per la moglie Zelda nell’estate del 1930)

Parigi è vuota, Francis Scott Fitzgerald scrive pagine di lettere, implacabile. Tutte per la sua amata Zelda, che intanto riposa placida in una clinica psichiatrica, in quel paradiso chiamato Svizzera. Sono pagine in cui viene richiamato spesso quel  vizio, ormai  dipendenza, che lo scrittore americano aveva per l’alcool e non solo. Sembra quasi che non ci sia momento della sua vita con o senza sua moglie, che lui non passi a fianco di qualsiasi tipo di alcolico:

Andammo ad Antibes dove io ero felice ma tu eri ancora malata e per tutto l’ autunno e l’ inverno e la primavera eri in cura e io ero solo tutto il tempo e dovevo ubriacarmi per riuscire a lasciarti così malata ed ero felice solo un attimo prima di diventare troppo ubriaco …”

Eppure Fitzgerald e sua moglie erano figli di quell’epoca della storia americana, nota come “proibizionismo”.  O forse era proprio perché sentivano così tanto il peso del bando sulla fabbricazione, la vendita, l’importazione e il trasporto di alcool, che vissero una vita di vizi, viaggi,  spese esagerate, alcool,  scandali e feste leggendarie; tanto da consacrarli a vere rockstar della Manhattan degli anni venti.  Eppure morirono soli. Zelda in seguito ad un incendio divampato nella clinica dove risiedeva, e Francis nella più completa solitudine a Parigi,lontano dalla sua casa.. La sua bara fu accompagnata da soli 20 visi di cordoglio e rammarico. Niente di più. Quella terra che al suo funerale ha coperto la bara di uno dei più grandi scrittori americani, sapeva di genio incompreso, di società che ha nascosto per decenni sotto le sottane le sue pecorelle smarrite. America che aveva paura di loro, che grazie ai suoi bandi ha nutrito uno dei più grandi criminali: Al Capone, il gangster che fu il più grande boss del traffico di alcolici.

Ora il capolavoro di Francis Scott Fitzgerald, “Il grande Gatsby”,  è una lettura obbligatoria nei licei americani. Eppure Gatsby è così vicino al suo autore. Entrambi amanti di festini, dell’ alcool e assidui frequentatori della Manhattan dei vizi. Entrambi morti lontano dal loro amore. Entrambi soli. L’America li aveva inghiottiti, mangiati, lasciati in balìa di quello contro cui tanto predicava e inveiva. E ora, i romanzi di Fitzgerald sono in continua ristampa, ne fanno film, capolavori, mostre, articoli di giornale. L’America ora è anche Francis. Finalmente può tornare dalla sua matrigna.

A cura di Anita Mestriner

 

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