Nel cinema italiano non c’è diversificazione culturale

Dopo gli Oscar di quest’anno e la relativa campagna lanciata da Spike Lee per boicottarli (#OscarSoWhite), si è intensificato finalmente il dibattito sull’assenza di diversificazione culturale all’interno del mercato cinematografico. Era ormai un tema inevitabile per gli Stati Uniti, un’altra forma delle manifestazioni e delle rivendicazioni di chi fa parte del melting-pot, che però non si riconosce nella rappresentazione che il suo paese vuole dare di se stesso. È facile però puntare il dito verso l’industria di Hollywood quando non ci si rende conto che anche quella di Cinecittà fa esattamente lo stesso.

Il cinema italiano è infatti caratterizzato da un evidente limite: ogni gruppo sociale ha un’etichetta e un ruolo ben definito di cui difficilmente riesce a sbarazzarsi. Sono stereotipi di cui l’industria cinematografica nostrana si nutre e ama riproporre, continuando un circolo vizioso letale per il senso di appartenenza dei cittadini mal rappresentati ma anche per l’identità nazionale.

Ormai infatti non possiamo più evitare di prendere coscienza del fatto che il nostro paese è sempre più un paese multiculturale, figlio dell’immigrazione, e non solo di quella più recente; e un cinema che non rappresenta la diversità, non solo tace la realtà del Paese, ma impedisce che si crei accettazione del diverso.

Il potere del Cinema è infatti quello di raccontare storie e personaggi che entrano nell’immaginario del pubblico, spesso per rimanerci per sempre. Così, attraverso la visione di un singolo, la Settima Arte è capace di creare nuove idee, nuovi modi di vedere e comprendere la realtà, in unisono con quella visione iniziale. Il cinema insomma ha il potere di plasmare il modo di vivere e concepire del proprio pubblico ma quello italiano non sfrutta questo potenziale innovatore e rifiuta la pluralità.

Questo sostanziale rifiuto della diversità è anche in parte permesso da legislazioni che non cercano in alcun modo di tutelarla. Anche il nuovo DDL Franceschini proposto, ad esempio, cerca più che altro di creare pluralità economica, assegnando più equamente incentivi e contributi, ma non fa minimamente accenno a pluralità culturale. Eppure non è un concetto così trascendentale, dato che in Inghilterra si è recentemente stabilito che entro il 2020 la BBC dovrà raggiungere varie percentuali di rappresentazione, tra cui il 50% di donne, il 15% di britannici neri, asiatici e latini, l’8% LGBT e l’8% di persone diversamente abili.

Gli obiettivi inglese -per quanto alcuni li critichino– sono l’approdo di un dibattito culturale creatosi all’interno della società, dibattito che attualmente è inesistente nel nostro paese. Un’occasione per nascere tale riflessione è United Artists For Italy, campagna che mira alla sensibilizzazione sulla diversificazione culturale nel Cinema, come in tutti i mass media italiani.


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