L’identità misteriosa di Elena Ferrante

Elena Ferrante, apostrofata dall’Economist come «la migliore romanziera contemporanea di cui si sia sentito parlare», fa discutere di sé non solo per i suoi successi letterari ma anche per la sua misteriosa identità.

Autrice dallo stile nitido e onesto, che con il suo labor limae rivede e corregge fino al giorno prima di andare in stampa, esordisce con L’amore molesto nel 1992, vincitore del premio Procida Isola di Arturo-Elsa Morante e del premio Oplonti d’argento, nonché selezionato al Premio Strega e al premio Artemisia. Sorge, dai suoi libri, un brusio di sottofondo che a lungo andare si rivela costante, per poi diventare addirittura familiare, imprescindibile. È il suono della sua Napoli che cresce, che silenziosamente si modifica dal dopoguerra a oggi. È la vibrazione, che la Ferrante stessa definisce “frantumaglia” – termine che risale a La figlia oscura del 2006 – della città con cui lei ha un rapporto potente e travolgente, indispensabile per  comprendere le dinamiche alla base della tetralogia de L’amica geniale.

Tuttavia, la domanda che appassiona i lettori di tutto il mondo è sempre la stessa e rimbalza dai quotidiani italiani a quelli tedeschi ed americani: chi è veramente Elena Ferrante, e perché la scelta ostinata dell’anonimato? E l’autrice a tutta questa curiosità non si sottrae, anzi risponde in modo chiaro, ma rigorosamente per e-mail o attraverso la mediazione dei suoi editori, i coniugi Ferri. Da ventitré anni solo Sandro Ferri e la moglie Sandra Ozzola conoscono la vera identità di Elena Ferrante, nessun altro, non l’editor, non la traduttrice, non gli impiegati della casa editrice. La scelta dell’anonimato giunge in maniera totalmente consapevole, già in una lettera del 1991 indirizzata alla Ozzola: «Non parteciperò a dibattiti e convegni, se mi inviteranno. Non andrò a ritirare premi, se me ne vorranno dare. Non promuoverò il libro mai, soprattutto in televisione, né in Italia né eventualmente all’estero. Interverrò solo attraverso la scrittura».

Di Elena Ferrante si conosce solo la città di provenienza, Napoli, ed altri piccoli dettagli. Grande estimatrice di Elsa Morante, da lei definita come «un modello ammaliante ma insuperabile», è madre di due figlie, ha compiuto un percorso di studi classici, è insegnante e traduttrice, a tredici anni ha cominciato a scrivere storie, anche se la scrittura è diventata un’abitudine solo dopo i vent’anni, ed ha sempre affermato di essere una lettrice che non bada alla biografia dell’autore tanto quanto alla potenza narrativa del romanzo.

Tra le ipotesi che si sono succedute dal 1992, Elena Ferrante sarebbe stato dapprima lo pseudonimo dello scrittore Domenico Starnone, per poi passare ad altri sospettati come Guido Ceronetti, Fabrizia Ramondino, o addirittura la famiglia Ferri, compresa Linda, la scrittrice e sceneggiatrice de La stanza del figlio di Moretti e sorella di Sandro. L’ultima ipotesi avanzata – ed anche la più convincente a detta dei critici, salvo poi essere smentita – identifica l’autrice con Anita Raja, traduttrice dal tedesco, collaboratrice e moglie di Starnone.

Ma è davvero necessario conoscere l’identità dell’autrice per poter apprezzare i suoi romanzi? Al posto di Elena Ferrante parlano i suoi capolavori; probabilmente non c’è nulla di misterioso, visto che, in fin dei conti, manifesta la sua vera essenza dentro la sua stessa scrittura. Rivelatrice l’affermazione dell’autrice, che scrive: «Ho siglato un patto con i lettori, a questo patto mi attengo. Io sono convinta che i libri abbiano bisogno solo di se stessi e che essi si debbano cercare da soli i loro lettori. Questo è il motivo della mia assenza. A essere sincera, ho più fiducia in un’identità letteraria che in un’identità da anagrafe».

Fonti: http://napoli.repubblica.it/http://www.panorama.it/

Credits: http://www.ilpost.it, https://next-geebee.ft.comhttp://www.gushmag.it

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