Ritratto di un amico

Il nostro amico camminava sempre per le strade della città, ma non lo vedevo mai. Ad ogni ora sedeva nei recessi fumosi di un caffè, troppo spesso solo. Anche quando era in compagnia pareva solo. Davvero, parlava anche molto, ma non si aspettava una risposta; se questa arrivava, chiedeva subito di ripeterla. Non che non ascoltasse noialtri, ma al primo venuto poteva sembrare infastidito dalla nostra presenza: era in perenne dialogo con se stesso. Tuttavia noi sapevamo che ci voleva bene : sapeva volercene più di chiunque altro, malgrado i modi bruschi.

Il nostro amico aveva avuto delle donne: erano donne graziose, a tratti anonime, ma lui sapeva trovarci qualcosa. Sapeva sempre trovare qualcosa in tutti. Non credo le abbia mai amate tuttavia, malgrado dicesse di vivere secondo il cuore e maledicesse il suo sentimentalismo. Le investiva di una passione drammatica o le trascinava con lui nel vortice dell’indifferenza, forse faceva loro del male. Stimavo quelle donne – dovevano essere soggetti elevati per averlo interessato. Non ci si guadagnava indebitamente il suo affetto. Poi ho pensato che non fossero degne di stima particolare; mi pareva che fosse lui a sceglierle arbitrariamente nel disegno tortuoso della sua vita.

Il nostro amico fumava delle sigarette dal nome americano, non ne accettava altre. Anche sul caffè aveva gusti intaccabili. Spesso prendevamo un caffè in centro, sempre in orari improponibili: amava la città deserta. Si chiamava “caffè letterario”, il vizio di sorseggiare discutendo di filosofia. Ero poco più che bambina all’epoca, ma mostravo una certa propensione per la materia e delle attitudini intellettuali da adulta: rideva genuino alle mie trovate. Il più delle volte mi appollaiavo sulla sedia ad ascoltarlo e così le ore passavano.

Il nostro amico aveva avuto un’infanzia felice, ma vi leggeva le avvisaglie di una sensibilità tormentata. Non aveva mai giocato con il suo peluche, preferiva leggerne e rileggerne l’etichetta: maniacale attenzione per i particolari che lo contraddistingueva. Attuava una spietata analisi anche verso se stesso: era troppo duro, a voler razionalmente scindersi e finalmente conoscersi: l’uomo non può conoscersi, se vuole essere amato. Si ama l’ignoto. Se si faceva troppe domande, stava molto male dopo. Sapevo quando stava male, i suoi occhi chiari e infossati gridavano. Allora occorreva fargli sentire un po’ di calore umano, tranquillizzarlo come un bambino: in realtà ero inutile in quei momenti, ma mi sarei altrimenti riempita d’inquietudine se fossi rimasta inerte.

Il nostro amico mangiava molte caramelle e beveva molto vino. Anche whiskey. Era ricco due settimane al mese, poi mendicava le caramelle e le sigarette da noialtri. Se fosse stato ricco per un mese intero, sarebbe diventato un irrecuperabile bibliofilo filantropo: diceva che la bibliofilia è un vizio che ci si può permettere solo quando si ha uno stipendio. E lui non l’aveva.

Il nostro amico amava i libri come le sue donne. Scartabellava da un volume all’altro, appassionandosi troppo a tutto: pareva incostante nella lettura come nei rapporti ma in realtà era l’uomo più fedele che conoscessi. Tradiva solo se stesso, qualche volta. Fedele, la sua parola non era quella d’onore di un alto funzionario, vuota e stucchevole: era quella di un bambino, che si affanna a non deludere e che ogni tanto capitola a terra.

Il nostro amico sapeva recitare molto bene. Sapeva anche scrivere molto bene. Mi ha insegnato tanto. Che cosa scrivesse, non lo so per certo: ho letto molto poco di suo e a volte sospetto che abbia prodotto molto poco; ma poi mi ricredo. Ricordo il rapporto staccato che intercorreva tra lui e l’inchiostro: difficilmente salvava le sue proprie parole, ma sapeva che avrebbe scritto un grande romanzo un giorno, tanto grande da non essere nemmeno pubblicato. Aspetto ancora.

Il nostro amico condannava l’idealismo, la retorica, l’anticonformismo urlato. Anche la religione, malgrado avesse una spiritualità tutta sua. Si definiva “blasfemo e sinistrorso” ma era una persona pur sempre integra nell’immoralità in cui si cullava: la sua essenza se ne stava saldamente ancorata, dopo le tempeste che l’avevano sconquassata in gioventù.

Il nostro amico aveva delle vecchie scarpe marroni in camoscio, che mi piacevano tanto; anche io le avevo.  Lui non le portava quasi mai perché simboleggiavano la ripresa nell’abbigliamento di un movimento di protesta giovanile di una quarantina d’anni prima: non voleva apparire come difensore di ideali ormai svuotatati dalla propaganda alternativa, che pure potevano essere condivisi se cristallizzati nel loro proprio periodo o qualcosa del genere. Aveva sempre delle opinioni su tutto e talvolta erano delle ben strane opinioni; io continuavo a portare le vecchie scarpe marroni in camoscio.

Il nostro amico non sapeva se sarebbe morto di cirrosi o di cancro. Era sempre malato a dire suo: non posso dire che si trattava di ipocondria vera; sapeva più di una cifra stilistica tra le tante che lo distinguevano. Però se facevo mostra di non credere ai suoi disturbi, si arrabbiava. Era puntiglioso nei riguardi della sua salute e non mi arrogavo il diritto di interpretare i suoi mali. Non si arrabbiava molto tuttavia: i suoi accessi sbollivano subito e dopo era ancora più mansueto – si arrabbiava davvero solo se veniva toccata la sua persona.

Il nostro amico pareva burbero ad alcuni, scapigliato e maledetto, ad altri superbo, o narcisista. Questa è la mania della gente di definirsi con aggettivi a connotazione negativa: nei suoi modi burberi stava la sorpresa continua di esser riusciti a  tessere un rapporto con lui, seppur silente a tratti. Dalla sua presunta superbia veniva a noialtri la sua lezione più viva: non peccavamo a riconoscere la nostra brillante superiorità, qualora esistesse. Nel turbinio di sensazioni e sentimenti che accompagnavano la sua persona, aveva colto il limite dell’autocommiserazione: ci pungolava l’idea di essere come lui: ciò avrebbe significato la distruzione per alcuni, per altri la salvezza. Non che al nostro amico interessasse, l’importante, per la strada e in un caffè, era un motto pungente sempre in tasca.

 

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