Quella Milano di Giovanni Testori rimasta fin troppo nascosta

Tra gli autore più significativi del Novecento, spesso Giovanni Testori non ottiene però tanta attenzione quanta ne meriterebbe, preferendo a lui altri autori più facilmente canonizzabili. Forse infatti per la sua poliedricità- fu poeta, critico d’arte, pittore, drammaturgo, scrittore e giornalista- e per la sua difficile collocazione nel panorama letterario, all’autore è stata rinnegata la meritata collocazione tra i grandi della nostra letteratura. È giunto però il tempo di (ri)scoprire questo grande autore milanese.

Giovanni Testori nasce infatti a Novate Milanese nel 1923, e muore a Milano settant’anni dopo. Come la sua vita, la gran parte della sua opera narrativa è dedicata alla sua città, che volle descrivere in toto, dipingendone un vero e proprio affresco. Decise così di racchiudere la sua città nel ciclo I segreti di Milano, d’ispirazione balzachiana.

Come infatti il grande autore francese Honoré de Balzac era riuscito a descrivere la sua Parigi in una vera e propria Commedia Umana, Testori volle creare una Commedia Lombarda che mostrasse in maniera particolare la vita della periferia milanese negli anni del boom economico. La sua però era una realtà così complessa che non gli sembrò possibile, né tanto meno giusto, rinchiuderla nella circolarità di un romanzo- e neanche in una serie di romanzi-: erapiuttostonecessaria la continuità e la complessità di un intero ciclo di racconti in cui i personaggi potessero ritornare per far riaffiorare con forza la loro voce.

Dopo aver pubblicato dunque la prima opera del ciclo, Il ponte della Ghisolfa, nel 1958, e dopo aver maturato l’idea di portare avanti il ciclo stesso, Testori esplicitò il proprio intento nella seconda opera, La Gilda di Mac Mahon, nella cui avvertenza al lettore scrisse: “Come per la prima raccolta, anche per questa seconda, mi par doveroso avvertire il lettore, che la più parte dei racconti non si chiude qui, ma tende di essere ripresa e portata avanti nelle raccolte successive.”.

Testori aveva così aperto la porta delle periferie milanesi, permettendo al lettore di catapultarsi in una realtà completamente esclusa dal prosperare economico da quel sogno degli anni Cinquanta e Sessanta che non sembrava aver raggiunto una zona invece abbandonata alla miseria e alla brutalità della povertà. Così, i personaggi testoriani sono connotati da una sostanziale ferinità, e un po’ come degli animali cercano di sopravvivere in un mondo che non sembra appartenergli, e nel quale sembra prevalere solo il più forte, o il più ricco.

Ma ciò che più colpisce dell’opera testoriana, dal Ponte della Ghisolfa fino al Fabbricone, è come l’autore riesca a rendere perfettamente la realtà della Ghisolfa non solo tramite le parole stesse dei suoi abitanti, a cui pensieri, dubbi e paure viene data la parola tramite il discorso indiretto libero, ma attraverso lo stesso stile utilizzato, pervaso dall’aggressività, e capace di trasmetterci la difficoltà psicologica e umana di quelli che diventano veri e propri protagonisti di una tragedia.

La Milano di Testori diventa il simbolo di un’epoca, quella stessa Milano che Luchino Visconti decise poco dopo di trasportare al cinema adattandola nella sceneggiatura di Rocco e i suoi fratelli, liberamente ispirato al Ponte della Ghisolfa. Ma se il film di Visconti è ormai annoverato tra i capolavori del cinema italiano, di fianco a La Dolce Vita felliniano e L’avventura antoniano che uscirono lo stesso anno, così spesso non sembra per l’autore che ne permise la nascita. Perché dunque non riscoprire uno dei tre nipotini dell’Ingegnere?

credits:

  • D.VALTOLINA, “Sulla nuova edizione de “I Segreti di Milano” di Giovanni Testori”, La Balena Bianca
  • F. PANZERI (a cura di), Cronologia dell’Archivio Giovanni Testori, Fondazione Mondadori
  • immagine intestazione © wikipedia.it, licenza

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