Lo stato più giovane (e fragile) del mondo

Già risulta complicato immaginarsi società diverse dalla nostra in cui guerra e povertà sono all’ordine del giorno, quindi figuriamoci pensare a realtà differenti da quelle che i maggiori media quasi quotidianamente ci mostrano. La comunità internazionale è solita dimenticare situazioni difficili se non vengono trasmessi flussi continui di informazioni.

Confinante a nord con il Sudan, a est con l’Etiopia, a ovest con la Repubblica Centrafricana ed a sud con il Congo, l’Uganda e il Kenya, sorge in Africa orientale lo Stato più giovane del mondo: il Sudan del Sud. Nato infatti  grazie ad un referendum avvenuto nel gennaio 2011 anno si è staccato dal governo centrale del Sudan il 9 luglio dello stesso anno.
I motivi risalgono al periodo subito dopo la fine della seconda guerra mondiale: con il processo di decolonizzazione, il Sudan (ex colonia britannica) ottenne l’indipendenza nel 1947. Gli inglesi cercarono di staccare il Sudan del sud e unirlo all’Uganda, ma questo tentativo fu annullato con la Conferenza di Giuba dello stesso anno che ha portato all’unificazione del nord con il sud del Sudan. Questa decisione venne presa senza consultare l’amministrazione della regione meridionale, la quale iniziò ad allarmarsi per paura di essere sottomessa al potere politico del Sudan del nord, più grande geograficamente. Inoltre le due regioni sono diverse anche culturalmente: il Sudan meridionale è popolato principalmente da cristiani, mentre il nord da musulmani.

Per questi motivi la regione è stata per molti anni colpita da guerre continue – prima guerra civile dal 1955 al 1972 e seconda guerra civile dal 1983 al 2005 – che hanno visto come protagonisti l’Esercito di Liberazione del Popolo di Sudan (ESLP), il cui obiettivo era l’indipendenza dal Sudan del nord, e il governo centrale. Le conseguenze sono state gravissime: moltissime aree devastate, 2 milioni e mezzo di morti e un elevatissimo numero di emigrati.
La pace di Naivasha del 2004 ha posto fine alla seconda guerra sudanese, ridefinendo i rapporti tra la regione del Sudan del sud e lo stato centrale, portando poi al referendum del 2011.

Purtroppo, anche con la scissione del Sudan del sud, la situazione non è migliorata: infatti nel dicembre del 2013 è cominciata una nuova guerra civile la cui origine è riconducibile ad un tentato colpo di Stato tra le forze sostenitrici del presidente Salva Kiir e quelle dell’ex vicepresidente Riech Machar, il quale è stato costretto ad abbandonare la carica nel luglio dello stesso anno a causa di contrasti con il presidente e ora a capo dei ribelli. L’opposizione tra queste due fazioni è principalmente dovuta alle diverse etnie a cui appartengono: i Dinka, gruppo più numeroso a cui appartiene il presidente Kiir, e i Nuer a cui appartiene Machar.
La situazione è tragica: esecuzioni sommarie, stupri di massa, torture, rapimenti di bambini costretti ad arruolarsi per combattere. La malnutrizione ha raggiunto livelli elevatissimi portando ad una delle più grandi crisi alimentari dal secondo dopoguerra ed il sistema sanitario nazionale non è in grado di far fronte alla rapida diffusione del colera. Secondo le Nazioni Unite circa 3 milioni sono stati gli emigrati che hanno abbandonato le loro case.

Questo stato è quasi dimenticato dalla comunità internazionale. Le informazioni che vengono trasmesse dai media sono di gran lunga minori di quelle riguardanti qualsiasi altra realtà anche perché molti crimini compiuti non sono raccontati a causa delle difficoltà logistiche che si hanno nel raccogliere le testimonianze. Ben chiaro è, però, che la situazione delicata del Sudan del sud ha portato ad una delle guerre più cruente e disastrose del continente africano.

Fonti: ilpost.it; lindro.it , tg24.sky.it , repubblica.it , polinice.org

 

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