Capire l’autismo, destigmatizzarlo e renderlo un vantaggio

Abbiamo già parlato di autismo qualche mese fa, ma questo argomento non ha mai l’attenzione che merita. È necessario definire in primo luogo di cosa stiamo parlando: non esiste l’autismo, ne esistono tanti diversi tipi quante ne sono le persone affette. Si parla infatti di Disturbo dello spettro autistico. Si tratta di un disturbo del neurosviluppo a forte base genetica che si esprime con funzionamento particolare del cervello, ma che va ad influenzare anche quello degli altri apparati. Articolandosi in un ampio spettro, abbraccia da diagnosi gravi che richiedono un sostegno continuo a sintomatiche più lievi, con magari capacità intellettive molto elevate ma difficoltà relazionali e sociali.

“L’intervento cognitivo-comportamentale è la terapia risultata più valida, anche in età adulta, e va progettato in modo molto individualizzato, con un programma specifico per ogni paziente”, sostiene il dottor Roberto Keller, psichiatra e neuropsichiatra infantile, responsabile del Centro Pilota di Regione Piemonte per i Disturbi dello spettro autistico in età adulta presso ASL TO2. In quest’ottica, diventa fondamentale l’attività volta dagli insegnanti di sostegno nelle scuole, che richiede quindi una certa continuità e del personale preparato.
Per l’età adulta, invece, sono efficaci alcuni interventi per l’inserimento nel mondo del lavoro, con un precedente percorso di preparazione sulle interazioni sociali e con particolare attenzione all’ambiente lavorativo, che non deve essere troppo ricco di stimoli esterni, come luci e suoni. Ma “prima di cercare di aiutare una persona autistica, bisogna capire come funziona dentro”.

Il dottor Keller ritiene che almeno l’1% della popolazione generale (che, a dispetto del primo impatto, resta un numero piuttosto alto) sia affetta da autismo. Senza considerare poi le tante persone a cui non viene diagnosticato. Tra queste, la maggior parte è affetta dalla sindrome di Asperger, la forma di autismo che più si avvicina alla neurotipicità (quella che noi chiameremmo “normalità”). Proprio per questo motivo, la problematica non viene riconosciuta nei primi anni di vita e di conseguenza le persone che ne sono affette convivono a lungo con grandi difficoltà emotive e relazionali dovute al loro differente modo di pensare e di vedere il mondo. Vengono considerate diverse e strane, se non “pazze”, alle volte stigmatizzate e isolate, nonostante sia tutto dovuto ad una condizione clinica di cui sono totalmente all’oscuro.

Negli ultimi anni, col cambiamento dei criteri diagnostici, molti adulti hanno riconosciuto la loro condizione, anche grazie alle possibilità d’informazione a riguardo offerte da internet. Alcuni di essi, addirittura, l’hanno scoperto grazie a diagnosi effettuate ai propri figli, riconoscendo certe sintomatiche su se stessi. Ma l’autismo non va confuso con la disabilità: si tratta solo di un diverso modo di relazionarsi con gli altri, di gestire i propri interessi, di percepire la realtà, di “funzionare”. Per molti adulti a cui viene diagnosticato un disturbo dello spettro autistico, si tratta quasi di una liberazione: ciò permette infatti di spiegare molte cose strane, come ansie e angosce giovanili, la stanchezza e la difficoltà ad arrivare a fine giornata dovuta ad una gestione delle emozioni più stancante, i problemi relazionali.

Chiara Mangione è una traduttrice, ha una famiglia e conduce una vita apparentemente normale, ma ha scoperto di essere affetta dalla sindrome di Asperger. “So da sempre di essere particolare – ha affermato – e non sono mai riuscita a spiegarmi queste mie particolarità. Ho sempre fatto più fatica degli altri a fare determinate cose e questo, soprattutto per un bambino non diagnosticato, può essere dannoso: molti si vergognano delle proprie sensazioni e percezioni e cercano di adattarsi ad una realtà diversa, ma spesso finiscono per nascondersi e isolarsi”. Il lavoro da compiere in questo senso non è sul piano clinico, ma su quello culturale, destigmatizzando l’autismo e aiutando i bambini che ne sono affetti, in modo che ciò non abbia ripercussioni sul loro futuro.

Per questo ha aperto la pagina Facebook Asperger Tribe, ma, secondo la Mangione, “la cosa più difficile è affrontare i propri pregiudizi: per un Asperger, continuando a sforzarsi di capire come comportarsi in presenza di altri nel tentativo di adattarsi, la cosa difficile risulta poi vincere il proprio modo di vedersi. Il grosso problema è iniziare la comunicazione a causa della mancanza di comprensione delle regole relazionali, ma, superata la partenza e socializzando in modo diverso da quello convenzionale, le persone con disturbi dello spettro autistico si rivelano altamente sociali”. La nascita della comunicazione in rete ha significato per molti autistici ed Asperger poter entrare in contatto con gli altri senza la necessità di saper gestire il contatto sociale, uscendo dal proprio isolamento dovuto all’incapacità di entrare nelle gerarchie sociali che si formano in ambito scolastico e lavorativo. “La società deve aprirsi ad un funzionamento diverso, quello proprio delle persone autistiche, perché sono la ricchezza del mondo stesso. – ha aggiunto la Mangione – Una maggior apertura è sempre un vantaggio indiscutibile”.

Credits: Pixabay (1) (2) – Foto di Ilaria Crespi (3)

Fonti: Intervento “Autismo, Asperger e neurodiversità” di Chiara Mangione e dott. Roberto Keller presso Tempo di Libri Milano, 19 aprile 2017

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