Barriere è l’esempio di un film che rispetta troppo il suo originale

Dopo quasi dieci anni, Denzel Washington è riuscito a realizzare il suo sogno, portando al cinema l’ultima pièce teatrale del premio Pulitzer August Wilson: Barriere (Fences) è così il terzo film da regista per Washington. Seppur però il prodotto convinca a livello dell interpretazioni degli attori, esso risulta fin troppo teatrale, e cinematograficamente poco originale.

La storia, ambientata a metà degli anni Cinquanta a Pittsburgh, si svolge quasi interamente nel giardino della casa dei Maxson, cui capo famiglia, Troy (Washington), lavora come spazzino e sta cercando di combattere contro le restrizioni razziste che vietano ai neri di guidare i camion della spazzatura. Fin da subito comprendiamo dunque che Troy è un uomo determinato ed energetico, ma anche cinico. Il suo passato infatti l’ha segnato: un tempo giocatore professionista di football, la sua carriera promettente fu stata stroncata dal razzismo.

L’obiettivo del protagonista è dunque quello di insegnare ai proprio figli come sopravvivere in un mondo che discrimina  le persone nere, anche a costo di risultare autoritario e particolarmente burbero. Così facendo però determina l’infelicità dei figlidi Lyons (figlio avuto dalla moglie precedente, e interpretato da Russell Hornsby), nella cui carriera di musicista non crede; e di Cory (Jovan Adepo), cui sogno sarebbe diventare un giocatore di football professionista, come il padre, ma che è bloccato proprio da questo nel tentativo di realizzare il suo sogno.

Troy e Cory discutono dopo l’ingiusta decisione di Troy di vietare al figlio di giocare a football

I rapporti familiari dei Maxson sono dunque spesso complicati, ma fortunatamente mitigati dalla provvidenziale presenza della seconda moglie e madre di Cory, Rose (Viola Davis). È lei che spesso riesce a calmare il marito, a incoraggiare i figli, e soprattutto a sottolineare quando Troy stia esagerando. La sua è una presenza fondamentale, e Viola Davis riesce ad interpretarla dandole mille sfaccettature.

In questo dramma familiare, tutto concentrato in unico spazio, sono evidentemente fondamentali le interpretazioni degli attori, cui psicologia, reazioni e sentimenti diventano gli elementi dinamici e centrali del film. Per quanto però Viola Davis sia magistrale e nonostante anche Washington sia evidentemente eccelso (anche se a volte sembra esagerare nella sua interpretazione, e forse anche per questo l’Oscar è andato a Casey Affleck), tutto ciò non basta.

Il film infatti ha rispettato fin troppo religiosamente il copione originale, non aggiungendo molto alla rappresentazione teatrale -tanto che è proprio August Wilson ad essere accreditato come sceneggiatore, nonostante sia morto nel 2005. Il rispetto e l’amore per la storia originale (meravigliosa e potente), sembra aver portato Washington quasi ad annullarsi in quanto regista. La sua mano infatti è quasi nulla dietro la macchina da presa, fatto forse dovuto anche alla sua presenza invece praticamente totale nelle scene.

Il risultato è un film particolarmente teatrale, paradossalmente poco cinematografico: riesce efficacemente a portare sullo schermo le psicologie dei personaggi, ma solo in virtù dello sceneggiato originale. È un adattamento ben fatto, ma troppo fedele, che dunque pecca in originalità. Ciò, o meglio colei, che riesce però a dare senso al film è l’interpretazione genuina e così potente di Davis, sempre perfetta, che riesce a rubare -è il caso di dire- la scena all’altro protagonista, anche quando questo cerca di riportare l’attenzione solo su di se, sui suoi bisogni- atteggiamento narcisistico ed egoista tipico del personaggio di Troy.

In fine dunque, Barriere è un film che merita di essere visto, per la sua storia e i dialoghi perfettamente scritti; per la rappresentazione di personaggi problematici e dalle svariate sfumature, e la performance degli attori, tutti, soprattutto di una Viola Davis immensa, e che giustamente ha vinto l‘Oscar alla migliore attrice non protagonista, anche se reale protagonista insieme a Washington. Tutto questo dà credibilità e ulteriore profondità al tutto. Ma il film in quanto prodotto cinematografico non è senz’altro il migliore dell’anno appena passato, caratterizzato da film ben più originali e innovativi, come La la land, Moonlight e Arrival.


CREDITS

copertina

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