L’etichetta si arricchisce con la provenienza. È il turno di grano e riso.

Il ministro delle politiche agricole Maurizio Martina l’ha reso noto lo scorso 7 maggio in occasione dell’inaugurazione di TuttoFood a Milano: il decreto, condiviso anche dal ministro dello sviluppo economico Carlo Calenda, è partito per Bruxelles ed è quindi in attesa di approvazione. Stiamo parlando della proposta di rendere obbligatoria l’indicazione dell’origine della materia prima per pasta e riso.

Il decreto promette di abbracciare un sistema di etichettatura specifico ma chiaro che arricchisca le confezioni con l’indicazione del luogo di coltivazione, di lavorazione e di confezionamento per il riso, del luogo di coltivazione per il grano e della provenienza della semola per la pasta. L’enorme passo avanti che interessa proprio gli alimenti forse più amati e consumati sulle tavole del Bel Paese si inserisce in un piano di trasparenza di più ampio respiro che ha coinvolto, prima ancora del latte, olio d’oliva, miele, frutta, ortaggi, pesce e carne.

«Il provvedimento rientra in quello scenario di azioni dove si punta a una migliore tutela dei prodotti alimentari nei confronti dei consumatori, quindi dei produttori»,

ha spiegato Martina.

Etichetta

Il carrello degli italiani diventerà presto ancora più trasparente? Nel giro di sei mesi è probabile che ci giunga all’orecchio la decisione definitiva della Commissione europea che, qualora affermativa, darebbe il via a una fase di sperimentazione di circa due anni, pensata tra l’altro per smaltire le confezioni non più in regola.
Nel frattempo, il dibattito è fervente. Da una parte si posiziona Coldiretti che, avendo fatto negli anni dell’indicazione dell’origine in etichetta una guerra, non può che dirsi soddisfatta. Il presidente Roberto Moncalvo sottolinea che l’etichetta proposta permetterà di smascherare gli inganni, dato che «un pacco di pasta su tre è fatto con grano straniero senza indicazione, come pure un pacco di riso su quattro», aggiungendo la necessità di portare alla ribalta il valore aggiunto della trasparenza sulle etichette in questo momento difficile per l’economia. Sull’altro fronte, per i pastai di Aidepi (Associazione delle industrie del dolce e della pasta italiane) è un no secco, non tanto per il contenuto del decreto in sé, quanto per il modo di presentarlo. A tal proposito, l’associazione non rinuncia ad evidenziare che

«si vuole far credere che la pasta italiana è solo quella fatta con il grano italiano o che la pasta è di buona qualità solo se viene prodotta utilizzando materia prima nazionale. Non è vero. L’origine da sola non è infatti sinonimo di qualità».

A trarne senz’altro beneficio sarà la consapevolezza dei consumatori. Sempre più esigenti e disincantati nell’aggirarsi tra gli scaffali del supermercato, nessuno di loro potrà più dichiararsi ignara vittima di uno spettacolo di cui si rimane all’oscuro. Ogni singolo prodotto in transito dal reparto pasta e riso diretto nel carrello potrà (e dovrà) fare i conti con un severo sguardo critico, rendendo le scelte di ognuno di noi profondamente consapevoli. Insieme a quelle di acquisto, anche le scelte alimentari sono destinate a diventare più consapevoli. Il nuovo aspetto delle etichette ci spingerà a instaurare un vero e proprio contatto fisico con il prodotto, maneggiandone più a lungo la confezione, a osservarlo più da vicino e attentamente del solito, ponderandone l’acquisto in modo più oculato. Con tutta probabilità, anche la tabella dei valori nutrizionali e la lista degli ingredienti non passeranno inosservate, rendendo il consumatore consapevole dei prodotti che vuole o meno ospitare nella propria dispensa.

Etichetta

Anche il Made in Italy, vanto in tutto il mondo, ne gioverà. Checché se ne dica, noi italiani siamo un popolo tradizionalista che guarda con sospetto alle innovazioni in ambito culinario. Vedere spiccare il nostro Stivale come luogo di origine sulla confezione di ciò che stiamo acquistando ci fa sentire rassicurati, protetti, a casa. Di riflesso i livelli di patriottismo potrebbero subire una decisa impennata, facendo riaffiorare l’amore appassionato per il Paese che tanto critichiamo. La scelta del Made in Italy sarà e di coloro che amano la cucina della nostra Penisola e di chi vuole contribuire nel suo piccolo a sostenere l’economia locale. In questo caso, i prodotti a chilometro zero saranno sicuramente i preferiti. Sapere di fare del bene alle realtà locali, piccole o grandi che siano, ci appaga e assicura loro la sopravvivenza.
D’altro canto, gli eccessi non danno buoni frutti: è bene che la scelta di prodotti di origine rigorosamente italiana non diventi un imperativo irrinunciabile. Un consumatore che fa della scritta “Italia” una conditio sine qua non, una discriminante essenziale per l’acquisto di un prodotto, sta ergendo una dogana mentale con il resto del mondo. A voi la valutazione degli effetti.

Un ulteriore timore che si prospetta sempre più di frequente riguarda le mode alimentari. Nell’ultimo periodo i finti intolleranti convinti che l’assenza di glutine faccia bene alla propria alimentazione senza evidenza medica stanno dilagando. Non vogliamo neanche lontanamente pensare che qualcuno si “auto-prescriva” una dieta di alimenti aventi una precisa provenienza geografica solo perché di moda. Chissà, qualche fashion blogger potrebbe per esempio proporre la dieta dei Continenti: colazione a base di prodotti originari dell’Europa, pranzo americano, merenda africana e cena asiatica.

Si scherza, ma tutto è possibile.

 

Fonti:

Crediti immagini:

Immagine 1, Immagine 2, Immagine 3

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.