Vivisezione narrativa per “Follia” di Patrick McGrath

Follia di Patrick McGrath è stato definito “una pièce euripidea, un dramma a fosche tinte” (Nadia Fusini), si è parlato del dramma famigliare-borghese e della tragicità, ma non dell’arabescato intreccio della voce narrante. Per questo oggi opereremo una vivisezione -l’opera è più che viva- per decifrarne misteri e ambiguità, ma senza rinunciare completamente al sacro fuoco del critico per il freddo tavolo anatomico. Prima di vedere come avvenga la narrazione dobbiamo necessariamente accennare cosa venga narrato.
Estate del 1959, ospedale psichiatico criminale nella campagna londinese. Max Raphael è il nuovo vicedirettore e porta con sé la moglie, Stella, e il figlio, Charlie. Max è un uomo debole e privo di fantasia, Stella ne ha forse fin troppa. È proprio questo eccesso di facoltà immaginifiche di Stella -così poco borghese- a innescare la vicenda. Si innamora di Edgar Stark, paziente dell’ospedale, reo d’aver ucciso la moglie in un raptus di gelosia. Edgar è in cura presso Peter Cleave, caro amico dei Raphael. Edgar sfrutterà l’amore di Stella per fuggire dall’ospedale. Stella torna sola, rósa dalla passione: scappa per cercare il suo amante, e lo trova. Qui inizia l’ineluttabile tragedia, di cui non parleremo per salvaguardare l’esperienza della lettura.
Torniamo alla nostra vivisezione. Le storie d’amore catastrofiche con ossessione sessuale sono un mio interesse professionale ormai da molti anni. Sono le prime righe del romanzo. Abbiamo un io, quale gioia! Quindi narratore omodiegetico, ma non ci interessano queste definizioni adesso, noi questo narratore vogliamo scomporlo. Chi è questo io? È Peter Cleave, medico di Edgar, amico personale sia di Stella che di Max. Un personaggio evidentemente al centro della trama ma che non agisce mai direttamente su di essa, se non alla fine. Ma prendiamo una scena qualunque del romanzo: Max e Stella erano in camera da letto, al buio. Nessuno dei due parlava. Stella pensava alla difficile situazione del suo amante […] Come può Peter Cleave raccontare tutto ciò se chiaramente non è in quella stanza al buio?
Peter nel racconto si finge narratore onnisciente ma non lo è, questo è chiaro. Questa narrazione che trascende le sue possibilità deve aver tratto da qualche parte il suo materiale, o saremmo di fronte a un grave errore narrativo. Peter trae il suo materiale da tre fonti: l’osservazione diretta, i colloqui con Edgar e quelli con Stella. Una quarta fonte, ambigua più delle altre, ma che è più un metodo, è la sua libera ricostruzione. Torna fondamentale l’aver detto che Peter è al centro della trama proprio adesso. Peter conosce perfettamente i meccanismi psicologici del suo paziente, e ciò gli permette di ricostruire il senso delle sue azioni, che gli vengono però raccontate da Stella. Ci viene fatto capire dalle prime pagine che Stella è diventata lei stessa una paziente di Peter alla fine della vicenda e gli ha raccontato tutta la loro torbida storia d’amore. Dal suo punto di vista.
Parlando di punti di vista la questione sembra ulteriormente complicarsi. Peter non è nel letto di Max e Stella, non è nel capanno che sarà nido d’amore per Stella e Edgar, non è in moltissimi altri luoghi. Se la sua osservazione diretta gli permette di raccontare pochi momenti del romanzo, la maggior parte degli elementi li trae dai colloqui con Stella. Per rigore filologico li dovrebbe riportare così come sono, rispettandone sentimenti e percezioni, ma non è ciò che Peter sembra essere interessato a fare. Peter non vuole raccontare una storia d’amore e di passione ma un fatto psicologico. Motivo per il quale utilizza i colloqui con Stella come fonte da cui partire per la narrazione. Perché prenderà le distanze dalle stesse parole della sua paziente, commentandole e analizzandone il fondo psichico più di una volta.
A questo punto possiamo sciogliere la matassa, possiamo vedere l’uscita del labirinto nel quale ci siamo avventurati. Peter racconta usando come fonte principale Stella, che però analizza dal suo punto di vista psicologico, mettendone in luce menzogne e complessi. Le interazioni di lei con Edgar non sono viste mai alla luce di ciò che la sventurata prova e vede ma sempre in base a ciò che Peter sa dagli anni in cui lo ha avuto in terapia.
Questa stratificazione di punti di vista, che ci distolgono dal fatto “reale”, ci permette però di gettare luce su cosa gli si sovrappone e ci porta a chiederci anche se un fatto reale esista o meno. Perché pare lecito chiedersi se il vero Edgar sia quello percepito da Stella nelle calde fiamme dell’amore o da Peter nelle sue fredde e razionali analisi. Ma lo stesso dubbio ce lo dobbiamo porre per ogni riga che leggiamo, portandoci a pensare di essere di fronte ad un caleidoscopio eternamente deformante e nel quale il fatto “vero” si è forse perso per sempre. Ammesso -e non concesso- che esista.

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