La costellazione dell’Orsa Maggiore: i miti ci svelano l’identità

L’Orsa Maggiore è una delle costellazioni più famose ed è facilmente riconoscibile anche ad occhio nudo: se volgete il vostro sguardo in direzione dell’emisfero nord, in qualsiasi stagione dell’anno, potrete scorgere le sue sette stelle più luminose raggruppate nell’asterismo del Grande Carro.

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Questa costellazione, tuttavia, è conosciuta anche con altri nomi: nell’America del Nord viene chiamata Grande Mestolo, nel Regno Unito l’Aratro, in Irlanda il Carro di Re Davide. Per gli antichi Romani invece essa aveva nome di Septem Triones, che in latino significa sette buoi (termine da cui deriva l’odierno settentrione).

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Dietro il nome che noi siamo soliti attribuire a questa costellazione, oltre ad un’ampia fantasia e una capacità immaginativa degna di far impallidire anche il più esperto giocatore di unisci i puntini, si celano due antichi miti greci.

Il primo mito ha come protagonista una compagna di Artemide, Callisto, figlia di Licaone.
Nonostante la giovane ninfa fosse legata alla dea dal vincolo di castità, Zeus riesce a sedurla e ad ingravidarla. Callisto cerca di nascondere il misfatto, ma quando la dea esorta le sue fedeli a spogliarsi per fare un bagno nel fiume, la gravidanza viene scoperta. Furiosa, Artemide decide di punire la ninfa trasformandola in un’orsa e scatenandole contro dei cani da caccia.
Per salvarla da morte certa, Zeus decide di trasportarla in cielo e di eternarla in una costellazione: la costellazione dell’Orsa Maggiore. Il figlio di Callisto, Arcade, verrà invece risparmiato e diverrà l’antenato degli Arcadi.

L’altra versione vuole che le due Orse, la Maggiore e la Minore, siano in realtà le due nutrici di Zeus. Le nutrici allevarono il piccolo padre degli dei per nasconderlo dalla ferocia di Crono, padre di Zeus, intenzionato a divorare tutti i suoi figli per non esser usurpato del trono: fu proprio Zeus a trasformarle nelle due costellazioni per salvarle da possibili pericoli causati da Crono.

immagine copertina: (1)
fonti: “I miti greci” di Robert Graves, Longanesi, collezione “Il Cammeo 197”, 2015

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