Si possono classificare le potenzialità umane?

In psicologia esistono dettagliate descrizioni delle patologie psichiche, ad esempio quella presente nel Manuale Diagnostico Statistico dei disturbi mentali – il cosiddetto DSM, giunto ormai alla quinta edizione -, ma anche quelle presenti in altri sistemi di classificazione più o meno utilizzati in ambito clinico. Fino ai primi anni del ventunesimo secolo non esistevano classificazioni scientifiche delle potenzialità, o forze del carattere, psicologiche: gli studi sul potenziale umano erano soprattutto sull’intelligenza (come quelli di Howard Gardner) e la creatività (come quelli di De Bono).

Infatti, anche nel linguaggio popolare, i termini psicologici più utilizzati sono quelli legati al disagio: ansioso, depresso, psicopatico… Gli psicologi Martin Seligman e Christopher Peterson, pensando che fosse arrivato il momento di costruire delle classificazioni scientifiche anche delle potenzialità umane, hanno deciso di radunare colleghi delle varie scienze sociali e filosofi, con lo scopo di studiare i principali testi filosofici e religiosi di tutti i tempi per giungere all’identificazione delle forze del carattere che sono riconosciute in larga parte da tutte le tradizioni culturali (per approfondire, si veda Seligman, Peterson, 2004).

Da queste ricerche si è arrivati a individuare sei virtù generali: saggezza, giustizia, temperanza, coraggio, umanità, trascendenza.

Ciascuna di queste virtù è stata scomposta in varie potenzialità specifiche – ad esempio le cinque potenzialità della saggezza sono: la curiosità, l’amore per l’apprendimento, la lungimiranza, la creatività e l’apertura mentale – per un totale di 24, la cui coltivazione permette la maturazione della virtù di riferimento.

Queste 24 potenzialità, o punti di forza, o forze del carattere, sono state scelte in base ai seguenti criteri d’esclusione: un autentico punto di forza migliora la vita di chi lo possiede e di chi gli sta intorno, ha valore morale di per sé, non ha un opposto considerabile esso stesso un bene, si manifesta in molteplici ambiti e azioni della persona, non suscita invidia ma ammirazione, non può arrecare danno agli altri.

La ricerca di Seligman e colleghi ha evidenziato che, dopo aver identificato i propri punti di forza, le persone che li usano per sette giorni consecutivi in modo nuovo – in un nuovo contesto, con una nuova persona – percepiscono un incremento del loro benessere psicologico.

La classificazione di queste forze del carattere è chiamata dagli autori VIA: Values In Action. Così come al primo manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali sono seguite negli anni edizioni sempre più articolate, è lecito aspettarsi nel tempo un’evoluzione del modello.

A questa classificazione delle forze del carattere bisogna aggiungerne altre due che sono state proposte: la StrengthsFinder della Gallup, società americana di consulenza organizzativa, e il modello Realise2 sviluppato e realizzato dal Center For Applied Positive Psychology – CAPP – in Inghilterra (Boniwell, 2016). Quest’ultimo in particolare introduce un’interessante distinzione tra i punti di forza realizzati, da amministrare in modo tale che siano usati consapevolmente e in maniera non così eccessiva da diventare caotica o deforme; e i punti di forza non realizzati, non riconosciuti consapevolmente dalla persona, oppure non valorizzati perché il contesto non ne propizia l’uso. In questo caso è auspicabile elaborare strategie per sfruttarli di più. Abbiamo poi i comportamenti acquisiti: quelle cose che ci riescono bene perché abbiamo imparato a farle, ma sono solo skills, non ci danno alcuna soddisfazione e per questo il loro uso è da moderare; infine i punti deboli: le cose che non ci piacciono e nemmeno riusciamo a far bene, nei loro confronti è ragionevole attivare comportamenti evitanti o di minore esposizione possibile alle richieste di usarli.

Queste classificazioni sono i primi tentativi di comprendere e imparare a riconoscere il potenziale umano in modo obiettivo, e rappresentano una base di partenza per risvegliarlo negli adulti e negli adolescenti, tanto nei contesti professionali che in quelli educativi. Coltivare l’uso delle proprie potenzialità aumenta l’energia della persona, la fa sentire più autentica e allineata al suo vero sé e per questo migliora il benessere percepito. 

I limiti principali degli approcci attuali alla comprensione dei propri punti di forza, come sottolineato dalla ricercatrice Ilona Boniwell, sembrano essere l’eccessiva fiducia nel fatto che una persona possa comprendere i propri basandosi solo sulla compilazione di questionari strutturati, come quelli utilizzati sino ad ora nelle ricerche, e il fatto di minimizzare l’importanza del lavoro sui propri punti deboli: è verosimile, al contrario, pensare che lo sviluppo equilibrato di una persona possa passare non solo per l’esaltazione delle proprie forze del carattere ma anche per la capacità di smussare i propri difetti.


FONTI

Boniwell, I. (2016). La Scienza della Felicità – Introduzione alla Psicologia Positiva,
Bologna, Il Mulino

Clifton, D. O., Anderson, E. C. (2002). StrengthsQuest, New York (NY), Gallup
Organization

Peterson C., Seligman. M. (2004). Character Strenghts and Virtues: a Handbook and
Classification, American Psychological Association

Seligman, M. Steen T.A., Park N., Peterson C., (2005). Positive Psychology Progress
Empirical Validation of Interventions, American Psychologist, 60, 410–421


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