Bizzarrie fantanimalesche in “Stranalandia”

È un’opera di fine artigianato Stranalandia, libro che sembra uscito direttamente da una fucina di idee fantastiche e strampalate, da un’accurata lavorazione da parte degli scalpelli di Stefano Benni e Pirro Cuniberti. Uscito per Feltrinelli nel 1984, nel 2019 Stranalandia raggiunge la sua quinta ristampa, segno che consolida il longevo talento dello scrittore Benni (Stranalandia è una delle sue prime prove narrative) e omaggia alla carriera “fantastica” del pittore e disegnatore Pirro Cuniberti, scomparso nel 2016.

Insolita, originale, rara, trasversale, bizzarra sono solo alcuni degli aggettivi che possono in parte definire Stranalandia, un libro sfuggente che sa giocare con innocenza e pungere con malizia grazie a satire velate, che si divertono a fare l’occhiolino al lettore. C’è della piacevolezza nella scrittura di Benni, che si propaga e investe il lettore, strappandogli giocoforza sorrisi e sommesse risate.

Rifacendosi all’escamotage manzoniano del manoscritto ritrovato, Benni costruisce la cornice del libro secondo un rinvenuto diario di bordo appartenente a due professori di scienze, i quali si trovarono il 15 giugno  1906 a bordo della nave Loong nel bel mezzo di una tempesta senza precedenti. Solo i due scienziati riuscirono a scampare alla bufera, e, non sopravvissuta nemmeno la loro imbarcazione, improvvisati capitani di una massiccia scrivania in noce, i due sbarcarono su una isola a dir poco strana: «Un’isola», dice il diario, «così bella che sembrava uscita dal depliant di una pubblicità di Dio».  Quello che si presenta agli occhi degli studiosi è uno scenario colmo di stramberie e scherzi della natura, sia di ordine vegetale sia animale, al punto che vale all’isola il battesimo Stranalandia.

Come in ogni romanzo fantasy che si rispetti, segue il prologo un’accurata mappa dell’isola che reca l’indicazione dei luoghi principali, sulla base di una geografia anarchica disubbidiente anche alla legge dei punti cardinali. Il Vulcano Nonnopera, Capo Lumaca, l’Albero Nuvola sono solo alcuni dei luoghi mappati dell’isola,  principe assaggio del folle mondo partorito dalle menti sodali di Benni e Cuniberti.  L’intera operazione di Stefano Benni è sotto il segno dell’allusione comica rivolta tanto al presente quanto al passato. Oltre il già citato escamotage del manoscritto ritrovato e un paratesto che guarda alla tradizione fantasy, Stefano Benni infila anche sottili trattazioni comiche del mito: qual è l’origine di Stranalandia? Osvaldo, l’unico abitante umano dell’isola – ma circondato dal più vario inventario fantanimalesco – racconta e tramanda la Leggenda di Stranalandia, un mito sulla creazione del mondo dalle tinte comiche che potrebbe essere annoverato come una delle  Operette Morali di Leopardi. Ribaltano il mito anche le tre sirene, Maria Delfina, Maria Balena, Mariovalda, che abitano i mari di Stranalandia:

Anche se la leggenda narra della voce melodiosa e incantatrice delle sirene, le nostre erano tutte e tre stonate come un granchio.

Ad accrescere il valore mitopoietico del libro è il corredo iconografico ad opera dell’artista Pirro Cuniberti, che ha saputo con le sue illustrazioni dare forma alle bizzarrie della fantasia. Il libro è un inventario di tutte le creature che abitano l’isola  e propone un ritratto verbale e figurativo per ciascuna. C’è Il Gattacielo, dettasi anche Micius ponaramicus, un «bellissimo gatto dal lungo collo»,

o Il Topo Cagone, Mus rim rim, un topino dalla digestione misteriosa, dato che manca «proporzione tra quello che entra e quello esce. Se mangia tre ghiande, la mattina dopo deposita sulla spiaggia una torta di tre quintali.»

La forza e la fortuna di Stranalandia risiedono nella sua polimorfia, essendo un’opera che può essere letta e apprezzata da un pubblico trasversale. Il carattere più immaginifico e fantastico avrà presa sui più giovani, riagganciandosi a familiari codici favolistici, affiancato da un spirito sarcastico e satirico che può essere colto da un pubblico maturo. È proprio nei ritratti più satirici e pungenti che l’opera raggiunge il suo apice e Benni dà prova di un’ironia sottesa e sagace, piazzando critiche mordaci contro i vizi della società contemporanea. A riprova basta leggere il ritratto del Rigarius tuttomius, ovvero il Rigario.

Animale che passa tutto il tempo a tracciare righe sul terreno con il becco, e a proclamare che quello che c’è tra le righe è roba sua. Arriva in un prato e, invece di sdraiarsi tra i fiori, tira subito una gran riga e urla: “Chi oltrepassa questa è nel mio terreno”. Va sulla spiaggia e invece di fare il bagno disegna un quadrato e urla: “Guai a chi entra nel mio pezzo di spiaggia!”. Ovunque vada, la sua ossessione è di recintare e separare, delimitare. Se provate a passare la sua riga, il rigaio vi becca col naso puntuto e metallico. Spesso mettere vicino alle sue righe cartelli come “proprietà privata”, “zona militare” e “vietato l’ingresso”.
Quando due rigari si incontrano, subito si azzuffano e volano tremendi colpi di becco. Alla fine uno dei due è spesso ferito a morte. Allora, con le ultime forze, disegna un cerchio e grida: “Qua dentro ci muoio io e guai se ci viene a morire a qualcun altro”, poi stramazza. Non è bella la vita dei rigari.

 


 

CREDITS:

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FONTI:

Stefano Benni, Stranalandia, Feltrinelli, 1984.

 

 

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