L’Europa è scossa da attacchi jihadisti, di diversa natura e gravità, sin dall’inizio del nuovo millennio. Prima operazioni studiate e preparate con mesi di anticipo da un’articolata organizzazione, al-Qaeda, poi singoli attacchi mirati, di volta in volta compiuti con camion, bombe semi artigianali e gruppi di terroristi self-made, ricondotti o ispirati all’IS, lo Stato Islamico. Quando si ragiona del fenomeno del terrorismo, oltre a quanto concerne le necessarie attenzioni legate alla sicurezza e alle azioni antiterrorismo delle forze dell’ordine e dell’intelligente, un ruolo fondamentale viene assunto dalla prevenzione. Gli stati, infatti, per poter contrastare la propaganda online e nelle carceri, e le azioni terroristiche, intervengono per debellare la radicalizzazione con adeguati programmi di de-radicalizzazione.

Il termine radicalizzazione è molto controverso e dibattuto tra gli studiosi del tema, in quanto si contrappongo due principali visioni: l’approccio cognitivo, infatti, descrive la radicalizzazione come un processo attraverso cui il soggetto modifica le proprie concezioni ideologiche in opposizione alla società in cui vive e intende, quindi, cambiare il mondo che lo circonda secondo il proprio ideale. L’approccio comportamentale, invece, descrive la radicalizzazione come il processo tramite il quale un individuo arriva ad accettare l’uso della violenza, propria o altrui, per praticare le proprie concezioni di vita. A seconda del tipo di approccio che uno stato preferisce adottare, cambia anche la risposta istituzionale che esso mette in campo per poter affrontare il problema.

Tra i diversi programmi di prevenzione alla radicalizzazione un caso molto singolare è quello francese, che dal settembre 2016 al febbraio 2017 ha visto in attività un apposito centro sperimentale di de-radicalizzazione. Il paese transalpino, come tutti ricordiamo, è stato pesantemente colpito dagli attacchi dei terroristi ed è una delle nazioni europee da cui sono partiti più foreign fighters, cioè combattenti di diversa nazionalità diretti in Siria e in Iraq per combattere nel conflitto in corso, la maggior parte dei quali è andata a ingrossare le fila dello Stato Islamico. Occorre inoltre evidenziare che, riguardo al terrorismo di matrice ISIS, cioè quello che si è abbattuto in Europa dal 2013 in poi, alcune caratteristiche lo rendono singolare rispetto alle esperienze precedenti, ad esempio con al-Qaeda.

Infatti, questi attacchi sono spesso portati a termine o tentati da singoli soggetti, i cosiddetti lupi solitari, senza avere particolari collegamenti logistici o istruzioni dallo Stato Islamico, pur essendo tuttavia ispirati e indottrinati dalla propaganda del gruppo terroristico, subito pronto a rivendicarne le azioni. I dati raccolti da studiosi e forze dell’ordine, inoltre, mostrano che generalmente questi soggetti non hanno una profonda e stratificata conoscenza religiosa ma, al contrario, hanno rifiutato il credo e lo stile di vita della propria famiglia. Si tratta di soggetti spesso ai margini della comunità in cui vivono, già conosciuti dalle autorità per aver commesso crimini e che potrebbero trovare nella retorica e nel progetto jihadista uno scopo per la propria esistenza. Sono molteplici, perciò, gli aspetti su cui una strategia di de-radicalizzazione efficace deve fondarsi: quello religioso, ma anche socio-psicologico ed economico.

In Francia è stato creato il Comitato interministeriale per la prevenzione della criminalità e della radicalizzazione, con il preciso scopo di poter attuare proposte e politiche di contrasto alla radicalizzazione, che si concentra specialmente in due luoghi: il web e il carcere. In piena conformità con la laicità tipica francese, che prevede l’irrilevanza del fenomeno religioso negli spazi pubblici, e con la visione cognitiva della radicalizzazione, il Comitato ha elaborato una strategia inedita e particolare. A Pontourny, nel 2016, viene aperto quello che sarebbe dovuto essere il primo di diversi centri di de-radicalizzazione, in grado di poter recuperare soggetti di facile radicalizzazione. Il centro, che era rivolto ai giovani dai diciotto ai trent’anni mai condannati o indagati per reati di terrorismo, si proponeva come una sorta di istituto scolastico e detentivo allo stesso tempo, in cui tramite lezioni e incontri con educatori, psicologi e professori, si sarebbero potuti allontanare i soggetti dal terrorismo. Ulteriori particolarità stavano nell’aspetto collettivo della strategia – non quindi un approccio personalizzato per ogni individuo -, nella volontarietà dei soggetti, che di propria scelta si sarebbero dovuti recare al centro e seguirne le regole per il tempo di frequentazione, e nel programma del centro, impostato su un sistema valoriale patriottico (studio della storia e della lingua francese in particolare).

Il centro è stato un sonoro fallimento della strategia francese, che infatti oggi è cambiata, abbandonando diversi aspetti critici di questo approccio. In particolare, solamente nove soggetti si presentarono al centro, che invece era progettato per poter de-radicalizzare in due anni 3.600 individui, e tutti questi abbandonarono la struttura entro il febbraio 2017. Chi volontariamente si chiuderebbe in un penitenziario? Destano critiche e legittimi sospetti di inefficacia anche l’aspetto fortemente nazionalista e, soprattutto, la collettività delle misure: per poter meglio intervenire su situazioni personali spesso molto diverse tra loro e complesse, sarebbe preferibile un approccio specifico e singolo, che possa affrontare le problematicità di ogni situazione, dando anche la relativa importanza all’aspetto religioso e valoriale di ognuno.

Questo è solamente uno dei possibili sistemi di de-radicalizzazione che sono stati o sono attualmente in atto nei paesi di tutto il mondo, una débâcle che però può insegnarci molto. La strada per poter fornire un efficace e tempestivo programma di prevenzione alla violenza è lunga e faticosa: ogni tentativo, anche eclatante come è stato quello francese, può accorciarla di un poco e diminuirne le difficoltà.