L’intelligenza tra mito e teorie scientifiche (prima parte)

Oggi non c’è ancora in psicologia una definizione univoca d’intelligenza, poiché essa ha a che fare con numerose abilità ed è dunque articolata in diverse componenti. A un livello molto generale, possiamo definirla come un insieme di capacità di elaborazione dell’informazione che consentono di agire nel mondo comprendendo situazioni e risolvendo problemi di natura pratica, intellettuale, interpersonale.

Poiché sono ancora diffusi molti falsi miti sull’intelligenza, è importante, prima di mostrare le teorie recenti, smontare queste convinzioni erronee. I principali miti sull’intelligenza sono che essa sia un’abilità cognitiva unica (che si avrebbe in quantità maggiori o minori), generale (per cui la stessa capacità consentirebbe di affrontare tanti compiti diversi), innata (ci si nascerebbe e rimarrebbe sempre uguale), statica (sarebbe possibile valutarla come un prodotto, ad esempio con un test).

L’intelligenza non è un abilità unica! Una delle prime teorie psicologiche sull’intelligenza è stata la teoria del fattore g di Spearman, secondo cui ciascuno di noi avrebbe un fattore g da intendere come una quantità di energia mentale utilizzabile in ogni tipo di compito. Di fatto questa teoria seguiva il senso comune nel ritenere l’intelligenza unica. In realtà decenni di ricerche hanno dimostrato in modo convincente che le abilità che costituiscono l’intelligenza sono ben più d’una. Ad esempio secondo Thurstone dobbiamo considerarne almeno 7 (tra le quali: comprensione verbale, velocità percettiva, capacità di calcolo e memoria). Vedremo quindi che le teorie recenti dell’intelligenza parlano di intelligenze al plurale.

L’intelligenza non è un’abilità generale! Chi crede che l’intelligenza sia un’abilità generale pensa che tale singola capacità sia utilizzabile in ogni tipo di circostanza. Ad esempio, quando io studiavo al liceo classico, mi si diceva che andare bene in latino e greco significava poter spendere quella stessa abilità di fondo anche in altri campi e situazioni non strettamente scolastiche. Affermazioni come questa oggi sono molto ridimensionate e si pensa invece che le abilità siano dominio-specifiche: anche un’abilità apparentemente molto generica come la pianificazione in realtà non lo è, e come scrive Lucia Mason nel suo manuale di psicologia dell’educazione e dell’apprendimento pianificare la scrittura di un testo argomentativo è diverso dal pianificare la soluzione di un problema di matematica.

intelligenza

L’intelligenza non è determinata solo dal patrimonio genetico! Un ruolo molto importante nel potenziare le intelligenze è dato dalla qualità dei processi di apprendimento: non è vero quindi che l’intelligenza non si possa potenziare.

L’intelligenza non è statica! La concezione di senso comune più difficile da sradicare probabilmente è questa: pensare che l’intelligenza sia un prodotto fedelmente fotografato da un test. Distinguendo il prodotto dell’attività mentale dal processo è possibile capire che c’è una discrepanza tra risultati nei test e il potenziale di apprendimento. Ciò è molto importante ad esempio nel potenziamento delle capacità di bambini con lieve ritardo: a una visione statica dell’intelligenza na va sostituita una dinamica, che tenga conto del potenziale di apprendimento evidenziabile, ad esempio, nell’interazione con un adulto.

La ricerca sull’intelligenza ha portato contributi alla ricerca sui processi di insegnamento e apprendimento: ha dimostrato che l’intelligenza non è unica e che uno studente può avere maggiori abilità in un dominio e minori in un altro. Inoltre si pone il problema di offrire interventi educativi che consentano di far apprendere tutti. Ciò rappresenta una sfida complessa per gli insegnanti perché richiede la capacità di adottare modalità di insegnamento diversificate, ciascuna con pro e contro. Ad esempio, l’adozione di più metodi è una forma d’insegnamento che consentirebbe di favorire, a rotazione, le specifiche capacità di apprendimento di tutti, ma contemporaneamente ogni metodo è adatto per alcuni e meno per altri. L’organizzazione di gruppi per livelli di abilità, nota come individualizzazione dell’insegnamento, è un’altra opzione che però rischia di dividere una classe in gruppi di studenti che ricevono trattamenti avanzati e studenti che ricevono un trattamento qualitativamente inferiore.

Dopo aver smontato alcuni falsi miti sull’intelligenza e mostrato alcune delle sfide che una concezione scientifica della stessa comporta per l’insegnamento, andiamo a vedere nella seconda parte le caratteristiche specifiche delle teorie più recenti sull’intelligenza, in particolare la teoria triarchica di Sternberg e quella delle intelligenze multiple di Gardner.


FONTI
Mason L. (2016), Psicologia dell’apprendimento e dell’istruzione, Bologna, Il Mulino


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