Fitte allo stomaco, magone, occhi lucidi: chi, rincasato nella propria città dopo una villeggiatura estiva, non ha sperimentato sulla propria pelle almeno uno di questi sintomi? Si sa, settembre è il mese della malinconia, un limbo temporale nel quale da una parte si è ancora gelosamente aggrappati all’estate, e dall’altra si è ri-catapultati nella solita vita di sempre; con di fronte a sé ben otto mesi di lavoro, scuola, inverno e freddo. E’ comprensibile che, dopo giornate intere di mare, sole e aperitivi al tramonto, tornare alla grigia routine cittadina possa risultare davvero ostico.

la malinconia

Banana Yoshimoto, autrice giapponese dalla penna inconfondibilmente sognante, ha saputo trattare di questa emozione con la consueta originalità che le è propria. Attraverso un impensabile parallelismo, “Il pesciolino” descrive in modo squisitamente reale la malinconia della separazione, sia essa da qualcuno o da qualcosa. Questo piccolo scrigno di nostalgia è inserito ne Il corpo sa tutto, una raccolta di tredici racconti brevi dal filo conduttore comune. Storie, cioè, che narrano del turbolento percorso che va dal dolore alla guarigione, attraverso un sorprendente spettro di modulazioni.

Ne Il pesciolino, una giovane donna racconta di possedere sin dall’adolescenza una sorta di escrescenza al centro del petto, dalla forma simile a un piccolo pesce. Preoccupata che possa trattarsi di un cancro, dopo anni di convivenza con quel corpo estraneo decide finalmente di farsi visitare da un medico. Si tratta di un adenoma, un’accumulazione di grasso e fibre da medicare con un cerotto per tre anni. Poco tempo dopo, però, gonfiore e bruciore diventano insopportabili, tanto da costringere la protagonista a sottoporsi a quattro sedute di laser, per rimuovere completamente la protuberanza. E’ così che comincia a manifestarsi, nella ragazza, una strana agitazione, l’embrione di quella che scoprirà essere vera e propria malinconia.

Mi sentivo come se mi fossi separata da qualcuno […] Possibile che quel pesciolino non ci fosse più? Una parte del mio corpo che era lì da tanto tempo, nei momenti tristi e in quelli felici…mi sembrava terribile.

Con la sua spiccata creatività la Yoshimoto pone i lettori di fronte ad un’emozione simile a quella provata nel momento in cui si è costretti a separarsi da qualcuno o da qualcosa che ha ricoperto una certa importanza. Per la protagonista si tratta di un proprio tratto caratteristico, una sorta di compagno di viaggio inanimato che è sempre stato parte di lei, e che ora non c’è più. Ma quella descritta dalla scrittrice giapponese è un’emozione esperibile da chiunque, anche da coloro a corto di adenomi da esportare. Come non pensare, infatti, alla tipica malinconia di inizio settembre, il mese dei saluti e delle separazioni per eccellenza?

Durante il viaggio è inevitabile, soprattutto per i giovani, incrociare la propria strada con quella di altre persone con le quali si instaura immediatamente una simpatia reciproca. Qualcuno che spesso vive in un luogo molto lontano e che probabilmente, senza la coincidenza della vacanza, mai si sarebbe incontrato. Persone – o luoghi – che in una manciata di giorni riescono a trasmettere molto più di quanto altri, a pochi chilometri da casa, abbiano fatto in anni di conoscenza.

Una volta incontrata questa persona, poiché la destinazione o il soggiorno sono i medesimi, non è infrequente ritrovarsi a condividere una routine simile: si fa colazione insieme, si visitano gli stessi luoghi, si sgattaiola avanti e indietro dalle rispettive camere del medesimo albergo.  Tuttavia, quando puntualmente la vita reale bussa alla porta squarciando la magia del viaggio, si è costretti a separarsi. Come è possibile che le giornate siano trascorse così in fretta? Sembra ieri il giorno in cui si ha caricato la macchina con le valigie, ma in un battito di ciglia è già tempo di tornare.

“Tanto ci vedremo ancora e faremo colazione insieme un’altra volta”: questo è il pensiero che meccanicamente scatta nella mente di chi, pur conscio che si tratti di una semplice illusione, non è ancora pronto a tagliare completamente i ponti con la magia estiva. E’ questo il momento nel quale si insinua una sensazione indefinibile, sgradevole. Ci si scambia indirizzo e numero di telefono, ci si accompagna nel luogo della partenza e ci si abbraccia. Ma poi, quando si comincia a viaggiare verso casa, di colpo ci si accorge di essere sopraffatti dalla malinconia.

Si è consci del fatto che difficilmente si avrà ancora l’occasione di rivedere quella persona, o di visitare quel luogo. Anche rincontrandola in un diverso contesto, probabilmente non sarebbe più la stessa cosa. Non si ritroverebbe più il compagno di viaggio con cui, fino al giorno prima, ci si rotolava nella sabbia tra risate e beach volley. E forse addirittura non la si rivedrà più, quella persona, nonostante fino a un attimo prima fosse lì, così vicina e quotidiana. In quel momento tutti i ricordi del viaggio acquisiscono una luce particolare, svelando il crudele scorrere del tempo in tutta la sua fugacità.

Eppure, per quanto questa sensazione di vuoto sia così intensa e struggente, basteranno pochi giorni, qualche settimana al massimo, e l’immagine dell’altro sbiadirà. Ci si dimenticherà a vicenda e si comincerà un nuovo domani.  E forse è proprio questa la cosa più triste.

Sicuramente molto presto, nel vedere la pelle del mio petto diventata piatta, non avrei più provato quella stretta al cuore. Non avrei più visto l’immagine del pesciolino. Avrei pensato di essere diventata più bella, e senza più preoccupazioni. Ma solo per quella sera sentivo la sua mancanza, non c’era più il pesce che era stato il mio compagno di viaggio. E anche se fino al mattino era stato con me, non l’avrei più rivisto.

 

FONTI

Banana Yoshimoto, Il corpo sa tutto, Feltrinelli, 2020.