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Lezioni di stile da Luca Guadagnino

When people think fashion is just the surface of things, I disagree, very politely.

Senza alcun dubbio il cinema e la moda sono due arti che amano percorrere binari distinti e separati tra loro per poi intrecciarsi, più o meno velatamente, creando meravigliosi connubi e scenari memorabili che da sempre riempiono il nostro immaginario. Tra i molti registi che hanno sancito da subito un sodalizio eterno con il mondo del fashion e gli hanno dichiarato amore viscerale, Luca Guadagnino è uno degli autori contemporanei che meglio riesce ad intessere un legame indissolubile con la moda, regalandole significati nuovi e codici da riscrivere al passo con tempi troppo veloci da raggiungere.
Il regista palermitano ha diretto fashion film per i giganti Cartier, Armani, DKNY, Salvatore Ferragamo (con cui vanta una collaborazione anche in passerella per la SS21) e Valentino, ma è nei suoi lungometraggi che risulta chiara l’importanza che Guadagnino dà al guardaroba dei suoi protagonisti, i cui abiti diventano un tratto distintivo per calcare le loro forti personalità.
Ecco le cinque opere che riassumono il meglio il magico legame tra Luca Guadagnino e la moda.

Io sono l’amore (2009)

Tilda Swinton, musa di Guadagnino, si muove in una Milano spigolosa e snob nei panni di Emma Recchi, moglie di un importante industriale imprigionata in un’alienante vita fatta di apparenze e scomodi riti sociali. La costumista Antonella Cannarozzi veste la protagonista con meravigliosi completi Jil Sander AI 2008, anni in cui alla direzione artistica della maison sedeva il genio creativo di Raf Simons. Se le linee pulite e austere degli abiti descrivono lo status sociale di Emma, i colori neutri in perfetto ordine con l’ambiente opulento e irraggiungibile di Villa Necchi ci fanno immergere nella sua più profonda solitudine. L’incontro con il giovane chef Antonio sarà la vera svolta nella vita della protagonista. La purezza e la libertà raggiunta grazie a questa relazione clandestina esplodono attraverso gli abiti che Emma indossa: i toni del rosso e dell’arancio incorniciano la passione senza freni che la travolge e le fa riscoprire sensazioni che temeva esser perdute per sempre. Abiti che rispolverano gli anni ’50 ma abbracciano anche il minimalismo di gran moda in quegli anni sulle passerelle. La pellicola è stata nominata agli Oscar 2009 per la categoria Best Costumes Design.

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A bigger splash (2015)

Cosa può esserci di più coinvolgente di un cupo triangolo amoroso ambientato nella selvaggia isola di Pantelleria? Guadagnino firma la sua seconda opera con un cast stellare: Ralph Fiennes, Tilda Swinton, Dakota Johnson e Matthias Schoenaerts, seducenti e glamour grazie ai costumi di Giulia Piersanti, geniale ed intuitiva designer, e il magico tocco di Raf Simons per Dior. Lo stile classico di Dior si scontra con una selvaggia onda mediterranea per gli abiti di Marianne (Tilda Swinton), cantante rock alle prese con un’infezione alla gola che le impedisce di parlare. Dove non arriva la sua voce, gli abiti riescono a comunicare per lei. Con l’uso di colori che richiamano la terra e neutre camicie oversized, Marianne lancia un urlo muto ai suoi due grandi amori, chiedendo una periodo di riposo e quiete, lontano da i lustrini e i make-up aggressivi che caratterizzano la sua vita da palcoscenico. Di notte Marianne mostra una sensualità dolce e matura, con abiti semplici e delicati che non tradiscono l’identità di Dior. Dakota Johnson, al contrario, indossa abiti giovanili e frizzanti – shorts di jeans e crop top colorati sembrano essere la sua uniforme – simboli di una sensualità travolgente che sta appena sbocciando.

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Chiamami con il tuo nome (2018)

Spazio al menswear con la pellicola che ha consacrato Luca Guadagnino al successo mondiale. Il film, premiato agli Oscar 2018 per la miglior sceneggiatura non originale, può vantare un guardaroba iconico e senza tempo. Giulia Piersanti, per la seconda volta al fianco del regista, veste i due protagonisti con una delicata selezione del meglio degli anni Ottanta, riuscendo ad incarnare perfettamente quell’alta borghesia intellettuale con uno stile effortless chic in qualsiasi contesto. La passione tra Elio (Timotheè Chalamet) e Oliver (Armie Hammer) cresce e si trasforma, e gli abiti seguono il ritmo del film in una perfetta rappresentazione di semiotica del costume. Polo a righe, camice Oxford larghe e ariose, converse colorate – molto più affascinanti quando usurate e piene di vita- sono solo alcuni dei capi indossati nel film capaci di creare uno scenario che non invecchia con il tempo, ma che acquista rigenerato fascino anno dopo anno, regalando agli spettatori un’incredibile voglia di riassaporare un’estate piena di prime volte. Anche nel film, come nel libro a cui è ispirato, i colori che indossa Oliver sono per Elio indicatori del suo umore: così si fanno strada scale di rossi, che indicano audacia o scontrosità, gialli per la spensieratezza, verde per la dolcezza. Colori che crescono, passo dopo passo, con un sentimento che nasce timido, esplode travolgente, e si spegne fievolmente, come il più dolce amaro dei ricordi.

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Suspiria (2018)

Guadagnino si mette alla prova con il cult horror Suspiria di Dario Argento per la realizzazione del suo primo remake. Restando fedele alla trama, il film è un inno all’estetica horror contemporanea. Con il sottofondo di una Berlino gelida lacerata dai conflitti post-bellici, le protagoniste conservano la loro aura stregata anche negli outfit. In questa occasione Giulia Piersanti cerca riferimenti in personaggi femminili che hanno dominato la scena del cinema horror, come Isabella Adjani in Possession o Mia Farrow in Rosemary’s Baby. Gli abiti indossati dalle protagoniste sono frutto di una particolarissima ricerca della designer, che si lascia ispirare dalla rivista Sybille, definita negli anni Settanta come la Vogue socialista. Il corpo femminile resta al centro della narrazione nella pellicola, e i costumi gli vengono cuciti addosso seguendo simbolismi e colori intensi tipici della cultura esoterica. Resteranno iconici i costumi del balletto Volkom portato in scena dalle allieve: fili rossi che sembrano simboleggiare fiotti di sangue che colano su corpi nudi e corde tipiche del bondage accompagnano il ritmo agitato ed esplosivo di una danza mortale.

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We are who we are (2020)

Nella sua ultima fatica Luca Guadagnino pone la moda al centro della sua narrazione. We are who we are, approdata su Sky il 9 Ottobre 2020, narra la quotidianità di un gruppo di adolescenti in una base militare americana a Chioggia. Gli abiti del quindicenne Fraser, che sogna di diventare un fashion designer come Demna Gvasalia, diventano dei tasselli fondamentali per il suo viaggio interiore. Magliette oversize firmate Raf Simons, pantaloncini Adidas x Yohjii Yamamoto, giacche di Vetements e iconiche t-shirt vintage anni Novanta, fanno intuire uno spasmodico amore per il dettaglio e un’attenta ricerca di un linguaggio contemporaneo che parla ai giovani. Il successo dei costumi ha trionfato su Instagram, in cui proliferano fan page dedicate allo stile dei personaggi. Ecco che gli abiti diventano un vessillo del cambiamento portato sulle spalle delle nuove generazioni, che sognano un mondo senza etichette e rigidi diktat da rispettare, un mondo fluido e trasparente nel quale possano essere rappresentati tutti, nessuno escluso. La serie ci propone di partire da ciò che indossiamo per portare avanti questa rivoluzione.

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Guadagnino non è certamente l’unico regista appassionato di moda, ma il suo contributo per la valorizzazione della moda come arte è innegabile. Per la settantasettesima edizione del festival di Venezia ha presentato un documentario su Salvatore Ferragamo intitolato Salvatore: shoemaker of Dreams, un esplorazione del confine tra genialità e ossessione.

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