Le bandiere come simboli, strumenti e armi

Sventolate e ripiegate, innalzate e calate, strappate e ricucite, perse e riprese, conquistate e abbandonate. Le bandiere sono quei simboli che da tempo immemore costituiscono l’identità di stati, nazioni, gruppi e comunità che in nome di quegli stessi vessilli scelgono di agire. Ma forse più che simboli, sono veri e propri strumenti: mezzi con i quali ci si vuole far riconoscere, mezzi per i quali o contro cui si combatte, mezzi attraverso cui si uniscono e dividono le persone.

Treccani descrive la bandiera come

Drappo, (…), di varia forma e dimensione, di un solo colore o a più colori disposti verticalmente o a strisce orizzontali, e attaccato a un’asta o all’albero della nave su cui viene innalzato: simbolo di una nazione, di un’associazione, di un partito, insegna di contingenti armati o di persone comunque raccolte per svolgere azione concorde.

Fondamentale quindi è la loro condivisione, la loro funzione puramente comunitaria. Senza accordo e comunanza, una bandiera non solo non nasce, ma non ha alcun potere.

Secondo Michael Green, le bandiere sono i più semplici pezzi di design (“the simpliest pieces of design”). Con poche e semplici strisce nette e una manciata di colori sono in grado di provocare un’enorme gamma di reazioni e sentimenti in chi le guarda: dall’indifferenza alla paura, dall’orgoglio al risentimento; c’è chi perde il senno per una bandiera, chi la vita.

Green, considerando l’enorme influenza esercitata da questi simboli comunitari, riflette sulle parole di Wally Olins, l’estimato padre del nation branding, il quale sostiene che tutti desiderano appartenere a un gruppo e, di conseguenza, poter mostrare agli altri i simboli di tale appartenenza (“Everyone wants to belong, and then they want to display symbols of belonging”). Questo significa che, in quanto simboli di appartenenza, sono simboli di noi stessi; rappresentano chi si è e chi si vuole diventare, determinando inevitabilmente un distacco tra il gruppo a cui si afferma di appartenere e quello da cui ci si dissocia.

Da questa conclusione è facile capire perché la potenza delle bandiere è un’arma a doppio taglio e Green lo esemplifica durante la sua esposizione in una Ted conference mostrando al pubblico una bandiera la cui (cattiva) fama è indiscutibile: la bandiera nazista. Una svastica nera al centro di un disco bianco che spicca su uno sfondo rosso: basta questo a rievocare nella mente del pubblico un intero pezzo di storia che ha segnato il mondo in modo indelebile e che ora riemerge spesso in superficie come uno dei simboli emblematici della crudeltà umana. Nonostante l’effetto che quest’immagine può suscitare oggi, dal 1935 al 1945 è stata la bandiera di migliaia e migliaia di uomini, donne e bambini che sotto di essa si sono sentiti uniti, rappresentati, ma soprattutto protetti, all’interno di un Reich che anteponeva gli interessi della propria gente a quelli degli altri.

Così come ha unito, tuttavia, ha avuto ovviamente anche la capacità di dividere; questo fu proprio quello che accadde nel momento in cui agli ebrei fu vietato di sventolare la bandiera tedesca. Ciò che a Hitler non sfuggì, difatti, fu l’estrema efficacia di un simbolo persuasivo, di un’immagine che sapesse risvegliare l’interesse del popolo e lo trascinasse con sé verso una lotta in nome di ideali comuni, una bandiera che fosse in grado di coinvolgere anima e corpo (come da lui dichiarato nel Mein Kampf, 1925). Sebbene lo scopo del leader nazista si sia rivelato chiaramente tutt’altro che nobile, c’è da riconoscere una certa acutezza di osservazione nel vedere come egli fu capace di plasmare le immagini a suo favore, tanto nelle bandiere quanto nella propaganda.

Green sottolinea proprio questo nella sua riflessione, e cioè la forte influenza esercitata dalla visual identity, ovvero l’identità visuale. Ciascuna bandiera grazie ai colori, alle strisce e all’immagine che propone, ha in sé la facoltà di creare due gruppi distinti, automaticamente contrapposti: un in-group, i cui membri si sentono benvenuti all’interno della comunità rappresentata dal vessillo, e un out-group, i cui componenti sono necessariamente diversi e quindi separati dal primo gruppo. Accogliere e allontanare, dunque.

A conoscenza di ciò, si può quindi aggiungere un’altra funzione a quelle già riconosciute ad una bandiera e che deriva direttamente da questa sua duplicità: il suo ruolo come arma identitaria (identity weapon). È questo il lato che gli appartenenti all’out-group saranno più inclini a vedere. Una sorta di avvertenza, una sottolineatura di una differenza fondamentale tra due gruppi che si oppongono. In questo modo l’inclusività si capovolge e assume le sembianze del suo contrario: uno spirito di esclusività che può avere tanto valore difensivo, quanto offensivo, in base alle tendenze delle persone che il vessillo rappresenta, ma che in entrambi i casi risulterà agli occhi di un estraneo qualcosa di inconciliabile con il proprio io.

Il concetto che Michael Green desidera innanzitutto ricordare a chi si riconosce in una bandiera, a chi vive secondo i principi che questa rappresenta e a chi si espone in suo nome è che le bandiere, per quanto importanti, non devono mai essere anteposte ai valori che comunicano perché sono questi le reali fondamenta di una comunità, a prescindere dai colori di cui si tinge, e pertanto, sono questi a dover essere tenuti presenti. Una bandiera non ha mai soltanto un lato poiché cela dietro di sé un’altra faccia, un’identità nascosta e sottintesa che spesso e volentieri è evidente a tutti meno che a coloro che la sventolano in aria con fierezza.

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