Rinascita Scott: al via il più grande processo della storia contro la ndrangheta

Ha preso il via il più imponente processo mai tenutosi contro la ndrangheta, il più grande contro la mafia, dopo il maxiprocesso istruito da Falcone contro Cosa Nostra. I capi di imputazione sono oltre quattrocento, 475 gli accusati di affiliazione mafiosa. Sono seicento, nel complesso, gli avvocati difensori chiamati a rappresentare gli imputati. Oltre novecento i testimoni, inclusi i collaboratori di giustizia.

Nella zona industriale di Lamezia Terme un grande capannone è stato adibito ad aula bunker di tribunale. La struttura è in grado di accogliere mille persone a distanza di un metro l’una dall’altra, nel rispetto delle regole di sicurezza anti-Covid. In aula vi sono anche dei medici pronti a intervenire in caso di necessità.

Rinascita Scott: la speranza di Gratteri

Il nome dell’intera operazione, Rinascita Scott, è stato scelto dal procuratore capo di Catanzaro Nicola Gratteri, per indurre un senso di speranza futuro per la provincia di Vibo Valentia e la Calabria. Si tratta anche di un tributo a Sieben William Scott, marine americano e grandissimo amico di Gratteri. Esperto delle dinamiche del narcotraffico e dei cartelli sudamericani, Scott (scomparso nel 2015) è stato un collaboratore fondamentale per la squadra di Gratteri per poter comprendere i legami tra ndrangheta e cartelli colombiani.

antimafia

L’accusa cercherà di fare in modo che il processo si svolga nel minor tempo possibile, per evitare che si superino i tempi per la prescrizione dei reati imputati. Tuttavia, la data di inizio è già slittata dal 13 al 19 gennaio a causa della ricusazione del presidente Tiziana Macrì. Il giudice Macrì ha infatti disposto delle intercettazioni a carico dei sospettati durante le fasi preliminari, fatto che rende ipoteticamente possibile un suo atteggiamento pregiudizievole nel corso del processo.

Nicola Gratteri, a capo dell’intera operazione, vive sotto scorta da circa trent’anni. Le conseguenze della maxi-inchiesta appena portata a termine gli sono valse nuove minacce di morte (in alcune intercettazioni viene definito come “il morto che cammina”). Si ritiene che tali minacce non provengano da una singola cosca, ma dall’intero sistema ndranghetista, messo sotto scacco dalle indagini del procuratore e processato proprio nel cuore della sua terra d’origine.

Le accuse

Il processo prende il via a partire dall’omonima inchiesta Rinascita Scott, che il 19 dicembre 2019 aveva portato all’arresto di oltre trecento persone. I quasi cinquecento indagati al termine delle indagini sono tutti appartenenti o affiliati alla cosca Mancuso e ad altre famiglie della zona di Vibo Valentia.

Sessanta tra gli accusati si vedono contestato il reato di associazione a delinquere finalizzata al traffico internazionale di stupefacenti. Il traffico di droga è infatti business di primaria importanza per i gruppi ndranghetisti che operano a livello internazionale. Cocaina ed altre sostanze venivano importate dal Brasile, sfruttando alcune ditte di import-export, per essere poi distribuite nelle piazze di numerose regioni italiane. La marijuana, proveniente invece dall’Albania, veniva fatta entrare in Italia attraverso il porto di Bari.

Se il commercio di droga costituisce la fonte primaria di introiti nel contesto internazionale per le cosche, è però a livello del territorio nazionale che si svolge la maggior parte dei reati contestati. Oltre alle accuse di crimini di tradizionale matrice mafiosa (estorsione e usura) si contano anche svariati reati da colletti bianchi. L’uso della violenza è infatti sempre meno necessario, visto il successo con il quale la ndrangheta è riuscita ad infiltrarsi in svariati ambiti del settore pubblico e privato.

La zona grigia

La corruzione e la convergenza di interessi tra la classe dirigente e gli affiliati delle famiglie ndranghetiste ha favorito l’intessersi di una fitta rete collusiva. Sfruttando i fitti e consolidati rapporti con la politica e le istituzioni, la ndrangheta si è ricavata un posto stabile in numerosi ambiti del settore pubblico e privato. Ai tradizionali contesti di interesse come l’edilizia e le gare di appalti si vanno aggiungendo la pubblica amministrazione, il mondo dell’imprenditoria, vari settori dell’economia legale, il commercio e il turismo. L’immagine della piovra proposta dal regista Damiani per l’omonima serie degli anni Ottanta, seppur si riferisse a Cosa nostra, calza più che mai a pennello.

L’importanza di questo processo risiede nella possibilità di mettere a nudo tali dinamiche. Contestare i reati di mafia è più complesso perché si collocano in una zona opaca nella quale è difficile determinare quale sia la natura del reato e per conto di chi sia stato commesso. Questa zona grigia, che collega il sottosuolo delle reti criminali con la superficie delle attività illegali, è composta da soggetti non necessariamente diretti affiliati delle cosche mafiose, ma che con le loro attività concorrono dall’esterno alle azioni della mafia, rafforzandola.

Il nuovo ruolo della mafia

I mafiosi non sono necessariamente gli attori più importanti all’interno di questo contesto, né quelli che ne ricavano i maggiori benefici, seppure si tratti comunque di “giochi a somma positiva”. La logica degli affari diviene spesso prominente rispetto a quella dell’appartenenza, fondamentale per le mafie “vecchie”.

Le indagini, nel corso degli anni, hanno portato alla luce una fitta rete di relazioni tra ndrangheta, amministrazione e politica che coinvolge numerose regioni del Nord, oltre che diversi stati esteri.  Come sottolineato anche dal presidente della Commissione Antimafia Nicola Morra, la presenza della ndrangheta all’interno di questi contesti non porta sviluppo economico e arricchimento. Al contrario, maggiori sono le infiltrazioni mafiose, maggiore è il livello di arretratezza e povertà nel quale verte il territorio.

La rete collusiva tra politica e forze dell’ordine

I testimoni sentiti saranno 908. Tra i collaboratori di giustizia spiccano nomi come quello di Marco Petrini, ex presidente della Corte d’Assise d’Appello di Catanzaro, condannato a quattro anni e quattro mesi di reclusione per corruzione in atti giudiziari; Emilio Santoro, medico cosentino e faccendiere di Petrini; Francesco Saraco, avvocato, che ha svelato la complessa rete che univa il sistema giudiziario e le ndrine. Risalta, inoltre, il nome del super pentito sicario di Cosa nostra, Gaspare Spatuzza, profondo conoscitore delle dinamiche che intercorrono tra le diverse famiglie mafiose e tra la mafia e la pubblica amministrazione, che vanno a formare il complesso ed opaco labirinto della zona grigia.

Tra gli arrestati vi è anche Giancarlo Pittelli, ex parlamentare di Forza Italia e consigliere del boss Luigi Mancuso. Nella casa di Pittelli, nel centro di Catanzaro, si organizzavano eventi mondani che vedevano tra i partecipanti alcuni degli esponenti delle forze dell’ordine arrestati nel corso dell’inchiesta, come i due comandanti della polizia municipale di Vibo e Pizzo e l’ex comandante del nucleo dei carabinieri di Catanzaro, Giorgio Naselli. Figurano, inoltre, il nome dell’ex parlamentare PD Nicola Adamo, del segretario regionale dei socialisti e consigliere regionale della Calabria Luigi Incarnato, dell’ex consigliere della Margherita Pietro Giamborino e di Gianluca Callipo, sindaco di Pizzo ed ex renziano.

Il clan Mancuso

Tra i principali indagati del processo vi è Luigi Mancuso, capo del clan Mancuso di Limbadi. Si tratta di uno dei più potenti clan di ndrangheta attivi, che può disporre della possibilità di decidere le macro-strategie dell’intero corpo della ndrangheta, compresi i rapporti con la politica. Era Luigi Mancuso, dicono i magistrati, a gestire per intero le attività criminali del clan: i rapporti con la politica, le istituzioni, a prendere decisione sulle gare di appalto e ad avere i giusti contatti per decidere l’esito di processi e sentenze.

Luigi Mancuso era uscito di carcere nel 2012, dopo aver scontato appena diciannove dei trenta anni cui era stato inizialmente condannato. Molti di questi li ha trascorsi in regime di 41 bis, ovvero il carcere duro. Secondo quanto rilevato dalle indagini, Mancuso avrebbe subito ripreso il controllo del clan, per essere arrestato nel 2018, nell’ambito dell’inchiesta Rinascita Scott.

La ndrangheta è considerata essere l’associazione a delinquere più potente in Italia ed una delle più potenti al mondo, con un giro d’affari che supera quello di McDonald e della Deutsche Bank messi insieme. La sua forza sta nell’attribuire una fondamentale importanza ai legami di sangue e nel saper intessere con le attività lecite saldi legami di interesse e scambio reciproco.

Le nuove mafie: un rompicapo giudiziario

La prima grande inchiesta sulle nuove e nebulose modalità di azione mafiosa è stata Mafia Capitale. Ancora oggi si dibatte se si sia trattato di mafia o no, proprio per quelle nuove caratterizzazioni che rendono così difficile inscrivere questa nuova realtà nei termini del reato di cui all’art. 416 bis. Nel corso degli anni successivi alle indagini su Mafia Capitale si è dibattuto lungamente circa la possibilità di modificare l’articolo che definisce il reato di associazione mafiosa, per includervi la fattispecie di reato a matrice collusiva e corruttiva. Per il momento prevale la linea che garantisce il mantenimento della dicitura attuale, affinché non si rischi di intaccare l’efficacia di una legge fondamentale per la nostra nazione.

 

 

 

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