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“Sottocultura”: il primo disco dei Re Del Kent

Venerdì 11 dicembre dell’ormai passato 2020 è venuto al mondo l’album di debutto della band milanese Re Del Kent. Anticipato dal singolo Bianco e Nero, uscito in ottobre, Sottocultura è il primo progetto ufficiale della band milanese, che entra a gamba tesa sulla scena con la speranza di riportare in auge l’alternative rock italiano, in decadenza soprattutto tra i giovanissimi. Se tra gli anni Novanta e i primi Duemila il rock alternativo era riuscito in qualche modo a elevarsi e a raggiungere una fetta di pubblico consistente con gruppi come i Zen Circus, Ministri,  Fast Animals and Slow Kids, la scena si trova oggi in un momento di stallo. Tutto è quindi nelle mani di giovani gruppi che nascono dalle sottoculture italiane, tra periferia e centro e tra suoni sporchi e melodie innovative.

Da Intro a Vivi: le tematiche sociali

sottoculturaGià dalla copertina dell’album si intuisce il concetto alla base: le linee colorate che si intrecciano tra loro rimandano all’immagine di una mappa metropolitana; le rette e le linee spezzate danno vita all’infrastruttura che collega la città e che offre la possibilità di vivere la metropoli. Oltretutto, l’album è stato anche concepito fisicamente sotto terra, all’interno di un box al di sotto di un supermercato. È un ambiente tale che la band ha dato vita ad un album ribelle, grezzo, “pieno d’odio”. Si parte subito con Intro, in cui è un assolo di chitarra a fare da padrone e ad anticipare le restanti sette tracce.

È successivamente il turno di Campi d’odio che, con un testo crudo che tratta di tematiche sociali, aggredisce l’ascoltatore con un suono più cupo rispetto all’introduzione. “Scegli di vivere o scegli di morire, per me conta la scelta per te conta lo stile”, “Preferisco il percorso, preferisci il finale”: è evidente come la band voglia comunicare il proprio modo di pensare. Si pone in netta contrapposizione rispetto alla società, accusata di non guardare abbastanza a fondo i problemi, rimanendo a osservare dall’alto. I campi d’odio presentano fiori appassiti, lavoratori sottopagati, non vi cresce niente: da metafora il pezzo si fa reale, rappresentando una contemporaneità malata e aliena, nella quale puoi solamente “farti nuovi nemici”.

È la volta poi di Bianco e Nero, pezzo che ha anticipato il disco. Il brano lascia grande spazio alla chitarra, per poi trasformarsi ancora una volta in critica sociale. È il grido di disperazione contro una società nella quale è difficile vivere, tra flussi continui di parole superflue e ansie perpetue. Il futuro viene dipinto come incerto, il presente come una battaglia. Mai periodo fu più adatto per buttare fuori pensieri di questo tipo, in particolar modo se si lavora nell’ambito di musica e spettacolo. Il discorso acquista ancora più valore se si considera il genere dei Re Del Kent, fortemente in crisi già da prima della crisi del settore.

Tornando al disco, con Ribelle continua il filone depressivo e alienato dei pezzi precedenti, con riferimenti ad un’umanità vuota e spenta. I fantasmi ci accompagnano verso un futuro grigio, fatto di valori ormai evanescenti e dolori costanti. Vivi riporta un suono più soft, con gli arpeggi che spezzano la cupezza dei brani precedenti e fanno “rivivere” l’ascoltatore. La band ci proietta verso una dimensione meno tragica, seppur malinconica.

Le altre tracce e la poetica di Sottocultura

Cunicoli permette di immergersi in quell’atmosfera grunge che ha caratterizzato la formazione musicale del gruppo. La voce risulta profonda, sofferta, a tratti rabbiosa. Ma è la chitarra che si rende protagonista grazie alla grande capacità tecnica del gruppo, che riesce a ridare un segnale di gioia e speranza dopo le tracce tetre della prima parte. Il disco si chiude con Avvocato del diavolo e Quindici anni, che concludono magistralmente un progetto fatto di critica alla società, alla cultura dominante, al sistema politico e al modo di comunicare di oggi, fatto di tante parole ma poca sostanza. L’ultimo pezzo evoca ricordi di una gioventù felice e passata, di un’infanzia che oggi non esiste più. Gli angoli in cui una volta ci si poteva nascondere per giocare sono diventati luoghi insicuri in cui i “diavoli” sono sempre pronti a metterci in difficoltà.

L’album è un vero inno generazionale, un’opera dedicata alle incertezze e al futuro negato ai giovani, ai musicisti, a chiunque voglia perseguire una passione in tempi come questi. I Re Del Kent hanno dato la luce a un progetto di grande attualità. Sono riusciti ad evidenziare le contraddizioni del presente, comunicando indirettamente ciò nella loro visione dà senso alla vita. Il grande punto interrogativo che a un certo punto si concretizza nella mente di ognuno prende vita con il rock.

I Re del Kent sono nati nel 2019 a Milano. Grazie ai Total Rickall, Dario (voce e chitarra) e Omar (Basso) si sono incontrati e hanno dato vita ad una proficua collaborazione. Grazie a questo progetto vengono concepiti i primi brani, fortemente influenzati dal grunge e alternative rock. I temi sociali e di vita quotidiana sono da sempre parte integrante della loro produzione. L’anno dopo pubblicano già il loro primo EP, chiamato 24 Febbraio, registrato nel novembre 2019 e pubblicato in una data simbolica, ossia quella dell’anniversario della band milanese.

Oltre all’EP e al disco, il gruppo si è già esibito in realtà lombarde underground ed è riuscito a trovare una quadratura grazie all’ingresso di Massimiliano (batterista) e Daniele, (chitarrista) che ha portato un suono più orientato al metal, chiaramente percepibile in Sottocultura. La band si sta facendo strada nella realtà lombarda, e ha già ricevuto critiche positive da testate e magazine. Tra questi spicca Rockit, uno dei maggiori portali di musica a livello nazionale.

FONTI

Rockit.it

Materiale gentilmente offerto da Conza Press

CREDITS

Copertina e immagine gentilmente offerte da Conza Press

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