Haute Couture Dior

Haute Couture Dior. Una favola per evadere dalla realtà

In tempi di dura realtà, l’Haute Couture Dior torna a raccontare favole per donare un po’ di spensieratezza al mondo della moda. Se il New Look del 1947 era un modo per evadere dagli orrori della guerra, oggi la Maison immagina i suoi abiti in un tempo remoto per smorzare il grigiore della pandemia.

Haute Couture Dior, nel 1947 un modo per cancellare la guerra

1947. A due anni dalla fine della Seconda Guerra Mondiale la moda continua a parlare un linguaggio rigido, quasi imposto, dalle memorie dei combattimenti. La produzione tessile si stava riconvertendo al periodo precedente le armi, ma la funzionalità dell’abito continuava a prevalere sulle sue qualità estetiche. Uniformi, divise, abiti rigorosi e ricalcati sul taglio maschile: l’abbigliamento serviva per ricoprire un ruolo, più che essere una manifestazione di gusto e posizione sociale. Ogni donna si era incaricata dei compiti più vari e aveva acquisito una certa autonomia in un mondo maschile. Molte avevano anche imparato a cucire e l’abito era innanzitutto necessario per dimostrare la propria utilità in società.

Lo spirito del tempo chiedeva comfort e flessibilità senza fronzoli, qualità che nel periodo dell’anteguerra definivano lo stile Chanel: jersey elastici, gonne sotto al ginocchio e abiti che si prestavano alle più diverse occasioni.

Fu nell’immediato dopoguerra che l’uomo più ricco di Francia affidò a Monsieur Dior un incarico molto importante: risvegliare la moda e le sue indossatrici dal sonno prolungato indotto dalla guerra. L’obiettivo dell’impresa era chiaro. L’Haute Couture francese avrebbe sfidato lo status quo per tornare a far sognare una donna che si era dimenticata del piacere di vestire per semplice apparenza.

Il successo del New Look

Il New Look fu proprio questo. Un nuovo codice vestimentario che avrebbe segnato il trionfo delle donne fiore, figure dalle “viti sottili come liane e gonne larghe come corolle“. L’intento era quello di cancellare la guerra e l’immagine di donna soldato imprigionata nelle divise: un progetto di restaurazione della femminilità e del lusso.

L’estro cominciava dalla gran quantità di tessuto utilizzata, un affronto diretto alle restrizioni imposte dalla crisi economica. Gonne lunghe e ampie per un incedere leggiadro, spalle morbide, giacche avvolgenti modellate al busto per enfatizzare le curve. L’immagine idealizzata della nuova donna fu completata con gli accessori, tanto esili quanto estranei a qualsiasi utilità: cappellini delicati, guanti sottili e scarpe raffinate alla Cenerentola.

Fin dal suo debutto, Dior si prese carico del compito di rendere felici le donne con “il ritorno a un ideale di felicità civilizzata’’. Lui stesso sottolineò nella sua biografia l’analogia tra il ruolo del couturier e quello di fata madrina:

Da quando la fata madrina di Cenerentola non esercita più, il sarto viene visto come l’ultimo creatore di meraviglie, il fabbricante di sogni che trasfigura la donna. Il bisogno di sfarzo che sonnecchia in ogni cuore ha scelto la moda come ultimo paradiso. […] La moda conserva ancora la sua suggestione, un’aura di fiaba.

 

Dior ebbe tanto successo perché portò in passerella un modo di vestire estraneo ai tempi. Abiti che sembravano appartenere ad una realtà ulteriore, idealizzata come la nuova aspirazione della bellezza femminile. Modellando silhouette e volumi inediti, la maison realizzò l’opposto di ciò che stavano facendo tutti per far tornare a sognare attraverso la moda. Innovazione non solo nella collezione realizzata, ma anche nella spettacolarità della prima sfilata.

2021: la favola Dior nello Château du Tarot

Alcune analogie richiamano quello che sta accadendo al mondo della moda con la crisi da Coronavirus. Come nel 1947, l’Haute Couture Dior, in occasione della Milano Fashion Week di gennaio 2021, ha messo in scena una favola (digitale) per superare almeno con la mente la pandemia. 

Gli abiti disegnati da Maria Grazia Chiuri per la primavera-estate 2021 sono stati pensati per rompere ciò che è stato imposto da una situazione esterna. Dopo mesi di loungewear, abiti comodi e ibridi tra casual e chic, ecco spiccare sontuose creazioni da favola che attingono dalla gloria del passato. Non una moda che si adatta ai tempi grigi che corrono, ma una couture spavalda che cerca di riportare alla spensieratezza di indossare un abito speciale. 

Anche la modalità della rappresentazione contribuisce all’estetica Dior: il cinema d’arte di Matteo Garrone, una perfetta orchestrazione di abiti, musiche e scenari onirici. La favola si svolge nel castello di Sammezzano in Toscana, luogo ricco di elementi medievali e spazi labirintici affini al tema della collezione. Nello Château du Tarot, tra richiami al mondo magico dei tarocchi, inizia il viaggio di Agnese Claisse, un percorso interiore alla scoperta di sé stessa. 

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I richiami della collezione

Immersa nelle musiche di Andrea Farri, la protagonista si ritrova ad affrontare alcuni degli arcani personificati nei tarocchi del XV secolo di Bonifacio Bembo. La Papessa, l’Imperatrice, la Giustizia, il Matto e il Diavolo entrano in scena di volta in volta indossando le creazioni della Chiuri, capi che reinterpretano i classici Dior nella sua passione per le arti divinatorie. Ci sono abiti dalla linea impero, maniche leggere e romantiche, e corpetti minuziosamente decorati che celebrano il savoir-faire sartoriale della maison sui grandi classici. Non mancano la giacca Bar in velluto nero e il classico grigio Dior declinato nelle varie creazioni: tutti i tasselli della casa di moda si fondono all’unisono grazie alla regia di Garrone.

Con questo défilé di abiti che richiamano alla magia del passato Maria Grazia Chiuri riafferma l’importanza che la moda può avere in tempi di crisi, come fece a suo tempo Christian Dior nel dopoguerra. Anche in questo caso la moda diventa uno strumento per evadere dalla realtà imposta dalla pandemia: la routine della vita quotidiana, senza certezze, percorsa da abiti che in un certo senso perdono la propria forza significativa. 

La moda ha bisogno del suo contesto per sprigionare la sua carica emotiva e le intenzioni dietro la sua creazione. Per colmare il grande vuoto lasciato dalle sfilate, l’haute couture ricorre allora ai fashion film, ambientandoli in mondi magici per trascendere la realtà. Di conseguenza gli abiti, inseriti in trame e contesti, sono ancor più intrisi di un ricordo di spensieratezza che è sempre tanto lontano.

Perdersi per ritrovarsi, senza paura. Ancora una volta l’abito si fa specchio della voglia di riscattarsi e andare avanti grazie al potere dell’immaginazione. 


FONTI

corriere.it

quotidiano.net

mffashion.com

it.fashionnetwork.com

dior.com

vogue.it

Enrica Morini, Storia della moda XVIII-XXI secolo, Skira, 2017

 

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