È ancora sensato parlare di monopolio in un mondo globalizzato?

Questo mese ci siamo concentrati su monopolio e globalizzazione e su come questi due fenomeni si incontrino e si intreccino in vari contesti. Abbiamo iniziato parlandovi di monopolio tra globalizzazione e big tech, passando per il monopolio della moda francese e approdando poi a quello delle serie tv americane. Il fil rouge che lega tutti questi temi è rappresentato da un dubbio: è ancora sensato parlare di monopolio in un mondo globalizzato? Tiriamo le somme e proviamo a dare una risposta.

Monopolio tra economia e cultura

Economicamente parlando, l’Oxford Languages definisce il monopolio come “La concentrazione dell’offerta del mercato nelle mani di un solo produttore”. In senso figurato però si può parlare di monopolio di una lingua, di un pensiero, di una cultura. Il nostro dubbio parte proprio da qui, dal monopolio culturale.

Per secoli il contesto in cui una persona nasceva e cresceva non determinava solamente il suo background culturale, ma definiva anche il tipo di esperienze che, con ogni probabilità e salvo eccezioni, quella persona avrebbe fatto nel corso della vita. Chi nasceva in Italia conosceva la cucina, la musica, la letteratura italiana e poco sapeva della cucina francese, della musica inglese o della letteratura spagnola. In quest’ottica, ognuno era sottoposto al monopolio culturale creato del contesto in cui era vissuto. Indubbiamente, questo si rifletteva anche a livello economico.

Le alternative erano poche, o meglio, erano poco conosciute. Di conseguenza, il mercato si strutturava su scala locale, per alcuni prodotti su scala nazionale, ma raramente si strutturava su scala internazionale. Gli attori del mercato erano pochi e concentrati e questo, ad esempio, fu senz’altro terreno fertile per il capitalismo monopolistico di Stato che quasi tutte le grandi potenze adottarono nel corso del XX secolo.

Tramonto dei classici monopoli culturali

Il panorama appena dipinto, quello fatto di localismo e di limitata disponibilità delle risorse, è stato spazzato via dalla globalizzazione. Con l’avvento di internet il mondo si è ristretto, le distanze si sono accorciate e la conoscenza dell’”altro” è diventata più semplice. Molti dei monopoli culturali che si sono affermati nel corso del Novecento, l’utilizzo della lingua inglese nella musica ad esempio, sono diventati sempre meno percepibili. Da oriente a occidente hanno cominciato a diffondersi lingue e culture, mode e stili di vita che fino a qualche decennio fa rappresentavano un mistero.

Per rendere l’idea basti pensare che a Milano quattro ristoranti su dieci propongono cucina etnica, mentre sette anni fa erano due su dieci. La cucina italiana ha perso il suo monopolio nelle grandi città e ora, quando si esce a cena con gli amici, la scelta non ricade più sul classico “pizza o trattoria?” ma su moltissime varianti diverse che quasi si fa fatica a scegliere. Indubbiamente questo vale anche per il monopolio economico. Con la globalizzazione la concorrenza è cresciuta e si è espansa su scala mondiale. I monopoli di stato sono entrati in crisi e si è iniziato a parlare sempre di più di “privatizzazioni”.

Dove sta il monopolio?

Se mi fermassi qui e dovessi dare una risposta alla nostra domanda iniziale, direi che “no, non ha alcun senso parlare di monopoli in una società globalizzata come la nostra”. La globalizzazione ha aperto il nostro sguardo sul mondo rendendolo alla portata di tutti. Tutti possono accedere a tutto, dunque dove sta il monopolio?

Quella delineata fino a ora, tuttavia, è soltanto una delle facce della medaglia. La verità è che la globalizzazione ha spostato gli equilibri mondiali, non li ha estinti. Certamente con internet il vecchio concetto di monopolio legale è andato in pensione perché non si sposa più con ciò a cui questa nuova società ci sta abituando: il pluralismo. Di contro, però, sono sorte nuove forme di monopolio, monopoli di fatto che ci offrono servizi diversi ma tutti provenienti dagli stessi produttori. Ne abbiamo giusto parlato a proposito di Big Tech.

Big Tech

Nell’ambito dei Big Tech esistono diversi monopoli di fatto, da Google ad Amazon, senza dimenticare Facebook e Apple. Questi sono i nuovi gatekeepers, coloro che esercitano un potere di controllo sulla circolazione di un bene, un servizio o un’informazione. Malgrado la nostra percezione sia molto lontana dall’idea rievocata dall’espressione “monopolio”, di chiusura e scarsità di risorse, quello che esercitano queste grandi aziende è proprio un controllo monopolistico del mercato. Ognuna delle aziende che ho citato sopra ha cercato, negli anni, di acquisire i propri competitors. In questo modo hanno ridotto la concorrenza, concentrando su di sé la fetta maggiore di mercato diventando dei monopoli di fatto.

Recentemente l’Antitrust degli Stati Uniti D’America ha dichiarato, dopo un anno e mezzo di indagini, che i quattro big tecnologici hanno condotte di tipo monopolistico. In merito al report dell’Antitrust il Senatore Scanlon ha dichiarato “Questa indagine ha rivelato che Apple, Amazon, Facebook e Google sono impegnati a soffocare la concorrenza attraverso pratiche sleali e anticoncorrenziali”. L’accusa è di certo molto grave, ma basta scorrere velocemente le applicazioni sul proprio telefono per rendersi conto che forse c’è qualcosa di vero.

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Sì, ha ancora senso parlare di monopolio

Tornando al monopolio culturale, va detto che è vero che gli ultimi decenni hanno, in certi casi, reso più mainstream culture lontane dalla nostra e dunque sono spuntati i ristoranti etnici e il K-Pop. Ma lo scambio culturale iniziato con la globalizzazione ha riguardato oriente e occidente in maniera bilaterale, con una netta propensione alla diffusione della cultura occidentale a oriente piuttosto che il contrario. Di conseguenza, per ogni ristorante giapponese di Londra ci sarà un McDonald, un KFC o un Burger King a Tokio. Perciò se prima della globalizzazione questi colossi del Fast Food operavano solo a occidente, con un modello molto vicino al monopolio di fatto, ora riproducono questo modelli in tutto il mondo.

Il punto qui è che nonostante la grande varietà di cui disponiamo grazie alla globalizzazione, quest’ultima ci ha portato tutti a volere le stesse cose e a fornircele sono gli stessi produttori in tutto il mondo.

Rispondendo ora alla domanda iniziale “è ancora sensato parlare di monopoli in un mondo globalizzato?” la risposta è “sì, molto più di un tempo”. L’aspetto della globalizzazione che facilita lo scambio culturale tra popoli è solo una minuscola parte di questo fenomeno. Del resto, come scrive il filosofo de Benoist:

 “Noi non siamo in una società “multiculturale”, ma in una società contemporaneamente multi-etnica e tristemente monoculturale.

 

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