L’arte moghul e il suo ruolo simbolico di crocevia tra le culture

Il mondo del cinema popolare indiano in lingua hindi ha adottato il celebre termine di Bollywood. Ma guardando l’arte, è più facile imbattersi in un’altra particolare espressione: moghul. Larte indiana, infatti, connubio misterioso e antico di mescolanze è generalmente dedicata alle illustrazioni di libri e alle miniature e vanta nobili e lontane origini.

Il capostipite Babur, il principe turco-mongolo

Il termine moghul deriva da una dinastia di imperatori di origine musulmana che, a partire dal 1526, ha regnato nella regione indiana per circa trecento anni. Nello specifico fu Babur – il cui nome significa tigre – a giungere per primo nelle aree meridionali, a seguito della sua espulsione dall’Asia centrale. Fu grazie alle sue mire espansionistiche che si arrivò, già nel primo secolo di regno, alla commistione di impero musulmano e impero induista. E tale equilibrio si rispecchiò necessariamente anche nell’espressione artistica.

Lo si può vedere sia nelle opere monumentali, sia in quelle pittoriche, in particolare a partire dalla terza dinastia. Babur e suo figlio Humayun, infatti, pur di grande cultura e interesse per il mondo estetico, non lasciarono dietro di sé una grande produzione. Forse perché ancora troppo impegnati a definire i confini del regno. Stranamente, fu il loro successore, l’analfabeta Akbar, a dare pieno respiro alla fusione di stili delle culture rajput, centroasiatica e persiana.

Uomo aristocratico cavalca un elefante

Dalla maestosità degli edifici all’arte delle miniature

L’arte del periodo moghul non solo dà vita ai grandi monumenti celebrativi, come il Taj Mahal, ma promuove un’arte peculiare. Questa trova la sua massima espressione nelle miniature di ritrattistica realistica, con soggetti protagonisti come animali e piante. La passione per la scrittura, per la raccolta di memorie in stile diaristico, porta alla produzione di testi decorati in modo certosino, che illustrano scene di vita di corte, gesta di battaglie, battute di caccia. Un esempio è la famosa opera Padshahnama, commissionata proprio da Babur, che raccoglie episodi di vita di corte, matrimoni e altri avvenimenti.

Tavola dell’opera Padshahnama

In generale, si riconosce all’arte moghul un andamento discontinuo, non lineare, in quanto strettamente legato ai momenti storici che la attraversano. L’orientalista Mario Bussegli dichiara a tal proposito: “le prime opere di epoca moghul sono praticamente delle opere iraniche eseguite in territorio indiano per sovrani turchi regnanti sull’India. In generale, gli storici dell’arte delineano due grandi periodi storico. il regno dei primi tre imperatori moghul – Babur, Humayun e parte di quello di Akbar-  e il periodo di reggenza dei successivi, fino all’estinzione della dinastia sotto Aurangzeb.

Come varia lo stile lungo le tre dinastie

Tale suddivisione che ha anche motivazioni stilistiche. Nel primo regno, dunque, si vede la nascita e la definizione della scuola con gli atelier di corte e le contaminazioni persiane, cinesi e hindu. Nella seconda fase si aggiungono invece le nuove conoscenze europee dovute all’arrivo dei missionari gesuiti. Ma non sono solo le contaminazioni a dettare la suddivisione in periodi.

Anche il significato dato all’espressione artistica varia a seconda del comandante in carica. Il declino, quindi, potrebbe essere strettamente relato all’austerità dell’ultimo imperatore. Aurangzeb proibì infatti danza e musica, distrusse diverse opere d’arte e relegò la pittura a ritratti di famiglia o celebrativi dell’imperatore, affrancandosi ampiamente dalla concezione del suo avo e predecessore Babur.

Secolarità e realismo

L’arte moghul, dunque, si esprime al meglio nella ritrattistica realistica, con la posa di profilo che rimanda alle influenze occidentali, mentre il corpo è rivolto verso lo spettatore. Quasi sempre il soggetto è maschile e raffigurato in scene domestiche con servi e concubine. Ma anche il mondo della natura riscuote consensi come area tematica popolare, nonostante lo storico dell’arte Milo Beach ritenga che “il naturalismo moghul sia stato fortemente sotto stress. Le prime immagini di animali consistono in variazioni su un tema, piuttosto che in osservazioni innovative”.

Questi, per molti studiosi, sono i due punti cardine della pittura imperiale indiana, radicata nel qui ed ora ed esplicata nella tangibilità del reale. Lo storico e orientalista Emmy Wellesz ritiene però che il termine “realista” sia riduttivo:

Non se ne sta dando la più precisa interpretazione. La miniatura moghul non si concentrò, infatti, sulla trasposizione pura dei fatti, ma preferì, piuttosto, riprodurne la percezione, che, prima di fissarsi sulla carta, passava due stadi di elaborazione, dall’idea del sovrano all’artista e da questo alla messa in figura. In tale processo di elaborazione, l’illustrazione si arricchiva dunque di aspetti immaginifici, inserendosi in una sorta di limbo figurativo, tra la rappresentazione del reale e quella dell’irreale.

Che sia puro ritratto della realtà o uno dai risvolti più immaginifici, l’arte moghul affascina sempre. Per questo non sono rare le opere collocate in vari musei del mondo, nonché protagoniste di alcune mostre. Venezia, per esempio, ha accolto qualche anno fa gemme, pietre e gioielli, accanto a opere più contemporanee. Anche la British Library di Londra ha dedicato uno spazio di oltre duecento opere con la miniatura a fare da padrona. Altre opere di matrice miniaturistica indiana si trovano invece stabilmente alla British Library, al Cleveland Museum of Art o al Victoria and Albert Museum di Londra.

Abilità di artista o di bottega?

Per la pittura moghul è più facile imbattersi in lavori di gruppo con a capo un maestro. Questo solitamente era colui che poneva la firma a sigla dell’opera commissionata. Vi era poi una precisa suddivisione dei compiti, dove il più anziano decideva l’impostazione generale, uno o più si dedicavano alla coloritura ed altri si specializzavano sui volti. L’utilità di un lavoro comunitario è ben comprensibile per l’opera forse più famosa, l’Hanzanama. Originariamente, infatti, contava almeno 1400 tavole, di cui se ne conservano poco più di un decimo.

Oltre che per la mole, il manoscritto è rinomato per essere dipinto direttamente su tessuto di cotone e per la sua storia avventurosa, che mescola fatti realmente accaduti a miti e leggende. Per i manoscritti della poesia persiana, invece, si possono ritrovare i singoli nomi degli artisti che hanno composto l’opera, come nell’incompleto Razmnama, che offre ben ventuno firme a siglare le ventiquattro miniature.

Asvatthama Fires the Narayana Weapon (Cosmic Fire) at the Pandavas, pagina dal Razmnama

L’arte moghul oggi

Con un discreto salto temporale ai giorni nostri, forse è più corretto parlare di stile moghul. Questo è ancora vivo e imperante. I dipinti in miniatura che si richiamano all’arte degli imperatori, infatti, sono ancora eseguiti da gruppi di artisti nella città pakistana di Lahore. Sebbene si dedichino prettamente all’abile riproduzione, alcuni artisti si sono cimentati nella realizzazione di opere più moderne. Tuttavia hanno sempre adottato le tecniche classiche dei predecessori, in un’arte tramandata di generazione in generazione. Forse, l’arte moghul ha scoperto il segreto dell’immortalità. Non resistere alle contaminazioni, quanto piuttosto renderle parte integrante dell’opera d’arte.


FONTI

Sapere

Indiaviaggi

Pittura Moghul

Wikipedia

Indika

Inindia

Treccani

thpanorama

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