L’importanza di lavarsi le mani

Mai come in questi mesi il semplice gesto di lavarsi le mani è diventato un aspetto così importante della nostra quotidianità. A causa della pandemia in corso, infatti, il lavaggio accurato delle mani si è trasformato in un’azione preventiva fondamentale per il contrasto del virus Sars-CoV-2. Innumerevoli video-tutorial su come lavarsi le mani nella maniera corretta circolano in rete, per non parlare dei poster e cartelloni, con le varie fasi da seguire per garantire una pulizia perfetta, all’ingresso dei bagni pubblici.

Fino a un paio di secoli fa questa pratica igienica non era affatto comune. Fu solo a metà del XIX secolo che qualcuno notò che lavarsi le mani poteva essere un’azione decisiva per salvare delle vite. Si trattava del medico ungherese Ignaz Semmelweis, che non a caso è stato celebrato da un doodle di Google il 20 marzo 2020, nel pieno dell’epidemia di coronavirus. La sua scoperta fu tanto semplice da apparire, quantomeno agli occhi di noi posteri, banale.

Ignaz Semmelweis

Infatti, Semmelweis non scoprì l’esistenza di organismi microscopici in grado di infettare i pazienti, né inventò alcun macchinario per poterli studiare nel dettaglio. Semplicemente, fu un buon osservatore. Nell’aprile del 1847, infatti, il medico lavorava all’ospedale di Vienna, dove vi erano due reparti in cui il tasso di pazienti deceduti era molto diverso. Nel primo reparto operavano le ostetriche, nel secondo i medici specializzandi, che avevano come obbligo formativo quello di effettuare anche le autopsie.

Spesso capitava che i medici giungessero in reparto direttamente dall’obitorio, senza utilizzare alcuna protezione sulle proprie mani mentre toccavano i pazienti, e ovviamente senza lavarle. Di conseguenza (benché, fino ad allora, tale correlazione non fosse nota), il tasso di mortalità più elevato era proprio nel secondo reparto, dove moltissime partorienti morivano a causa della cosiddetta febbre puerperale, che in media uccideva fino al 40% delle donne che partorivano in ospedale.

Tale malattia aveva un’origine sconosciuta, anche se alcuni ritenevano che fosse provocata da uno squilibrio degli “umori” del corpo delle donne dopo il parto. Semmelweis, però, si accorse del nesso tra la morte delle partorienti e le infezioni che colpivano alcuni dei suoi colleghi, i quali si erano feriti accidentalmente nel corso di esami su cadaveri o durante interventi su pazienti infetti. Comprese dunque che la causa della febbre puerperale era il medico stesso.

La sua ipotesi era rafforzata dal fatto che nel reparto dove operavano le ostetriche, le quali non conducevano le autopsie, il numero di decessi era molto più basso. Il giovane Semmelweis propose dunque alcune misure igieniche decisamente innovative per l’epoca e molto semplici da seguire. Stabilì semplicemente che medici e specializzandi avrebbero dovuto lavarsi le mani in una bacinella predisposta, contenente una soluzione a base di cloro, prima di recarsi al reparto maternità.

I risultati ottenuti furono sorprendenti: in pochi mesi, il tasso di mortalità post-parto calò notevolmente, passando dal 18% al 2%! Eppure, tale successo non venne riconosciuto dalla comunità scientifica. Innanzitutto, gli stessi medici dell’ospedale di Vienna seguivano controvoglia le norme stabilite da Semmelweis, non rispettandole sempre né in maniera rigorosa. Il medico, che oggi è spesso definito “salvatore di madri”, non ebbe alcun riconoscimento da parte dei più famosi ginecologi dell’epoca, nonostante Karl von Rokitansky, Joseph Škoda e Ferdinand von Hebra, tre maestri di Semmelweis e importantissime personalità della medicina viennese, avessero difeso le tesi dell’ex allievo.

Le scoperte di Semmelweis sull’importanza del lavaggio delle mani rimasero a lungo inascoltate, e fecero sì che il medico fosse addirittura allontanato dalla clinica di Vienna dove aveva sperimentato la validità delle sue ipotesi. Semmelweis, disperato, dopo aver scritto numerose lettere nelle quali si rivolgeva ad altri medici e accademie, finì per perdere gradualmente la ragione, anche a causa di alcune sfortunate vicende famigliari. Il dottore al quale oggi dobbiamo il riconoscimento dell’importanza di un’azione così semplice, ma al contempo così rilevante, fu rinchiuso in un manicomio nel 1865 e morì lo stesso anno (pare per le ferite ricevute dopo essere stato picchiato dalle guardie dell’istituto).

Solo pochi anni dopo Pasteur, con le sue ricerche, fondò la batteriologia; pertanto, le scoperte di Semmelweis vennero riabilitate. Si può certo affermare che egli sia stato un geniale precorritore, purtroppo inascoltato. Il suo triste destino ha generato un neologismo: si parla infatti di “riflesso di Semmelweis” in riferimento all’immediato rifiuto della comunità scientifica di fronte alle nuove scoperte in ambito medico. Pare che sia piuttosto comune ricevere una reazione negativa, pur senza un’adeguata verifica delle fonti.

Lavarsi accuratamente le mani è stata una procedura che ha davvero rivoluzionato la storia della medicina. Oggi sappiamo che una corretta igiene delle mani permette di contrastare efficacemente virus e batteri; inoltre, rimane preferibile lavare le mani con acqua e sapone per circa 40-60 secondi anziché utilizzare un gel igienizzante. Quest’ultimo, infatti, va usato sempre in assenza di acqua (altrimenti non ha il medesimo effetto), tuttavia, se viene impiegato troppo frequentemente, non provoca solo l’evidente secchezza della cute, ma aumenta il rischio di resistenza agli antibatterici, di conseguenza favorisce lo sviluppo di infezioni.

Per contrastare la diffusione del coronavirus, è necessario lavare le mani perché il sapone che applichiamo dissolve la membrana, formata da lipidi, che circonda e protegge il virus. In tal modo, quest’ultimo rimane privo del suo involucro virale e quindi non protetto. Ricordiamoci dunque di lavare le mani frequentemente e con cura, ringraziando Ignaz Semmelweis per la sua geniale intuizione, che ha permesso di salvare migliaia di vite.

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