Pablo Hasél, tra libertà di espressione e indipendenza catalana

Lo Stato spagnolo è in cima alla lista dei Paesi che hanno condannato il maggior numero di artisti per il contenuto delle loro canzoni. Tra gli ultimi compare il nome di Pablo Rivadulla Duró, artisticamente conosciuto come Pablo Hasél, cantante e militante indipendentista di 33 anni. Condannato il 16 febbraio a nove mesi di carcere per reato d’opinione, l’accusa rivoltagli è di oltraggio alla Corona e apologia di terrorismo. Il cantante è stato arrestato presso l’Università di Lleida, una città della Catalogna. Qui si era rinchiuso in seguito alla scadenza del termine per la sua ammissione volontaria al carcere di Ponent, con l’obiettivo di rendere visibile ciò che ritiene essere un “attacco molto serio” contro le libertà.

La Polizia ha potuto comunque aggirare facilmente le barricate poste agli ingressi del palazzo dagli attivisti rinchiusi con Pablo Hasél. L’ingresso in carcere di Hasél  è avvenuto per il rigetto dell’Alta Corte Nazionale al ricorso. La Corte infatti, ricordando una precedente condanna del cantante nel 2017 per un crimine di disobbedienza all’autorità e nel 2018 per aver fatto irruzione in un locale, ha concluso che non c’erano motivi per sospendere la sua reclusione, poiché egli non ha mostrato “intenzione di riparare, almeno moralmente, il danno causato, ma, al contrario, persiste nel suo atteggiamento antisociale“.

Pablo Hasél, oltre che come rapper, è conosciuto da molti per essersi espresso più volte contro la Corona di Spagna e le forze dell’ordine. La sua denuncia è contro le ingiustizie nel Paese e contro i suoi colpevoli, accusati di avere legami con la dittatura di Francisco Franco. L’ultima condanna fa riferimento a 64 messaggi pubblicati dal rapper su Twitter e a una canzone pubblicata su YouTube. Il pubblico ministero ha denunciato l’imputato per aver prodotto insulti e calunnie contro le istituzioni statali. Le parole di Hasél, a suo avviso, minacciano la dignità delle forze di sicurezza e ledono la dignità del Re.

 La Spagna contro i suoi artisti

La storia dei guai giudiziari per gli artisti spagnoli è iniziata con la condanna a un anno di carcere per il cantante della band “Def con Dos”, per avere pubblicato un tweet contro il Re spagnolo. A questo primo caso sono seguite diverse condanne ad alcuni membri del gruppo hip hop “La Insurgencia”, per incitamento al terrorismo. Più di recente la condanna è toccata a Josep Miquel Arenas Beltrán. Quest’ultimo si è visto comminare tre anni e mezzo di carcere per insulti al Re e minacce a un politico di estrema destra.

“Juan Carlos el Bobón”, la canzone portata dall’accusa come prova contro Pablo Hasél, ha riaperto il dibattito sulla severità delle pene per i reati legati alla libertà di espressione. Sono numerose in questo contesto le organizzazioni internazionali che chiedono al Governo una riforma per rimodulare la gravità dei crimini. In tal senso la legislazione spagnola potrebbe violare i diritti umani. Per questo motivo la reclusione del rapper, come riporta Amnesty International, è vista come ingiusta e sproporzionata.

A sostegno del cantante si sono espresse diverse personalità del mondo artistico e più di 200 artisti hanno firmato un manifesto per sostenere Pablo Hasél. I firmatari del manifesto di solidarietà, tra cui il regista Pedro Almodóvar e la cantautrice Joan Manuel Serrat, pretendono di eliminare dal codice penale i reati per i quali Hasél è stato condannato, sostenendo che lo Stato spagnolo sia attualmente equiparabile a Paesi come la Turchia o il Marocco, i quali vedono diversi artisti incarcerati per aver denunciato abusi commessi dallo Stato.

Pablo Hasél, dal manifesto alla strada

L’arresto di Pablo Hasél ha accesso proteste anche in molte città spagnole, da Lleida a Barcellona. Migliaia di persone si sono radunate in ottanta città in tutta la Catalogna per chiedere la libertà dell’artista. La protesta, al grido di “Pablo Hasel, libertà” ha mostrato la posizione da parte della popolazione nei confronti dell’elevato numero di condanne di artisti spagnoli. Da quando è stata dichiarata la pandemia, quella di Barcellona è stata la più grande marcia.

Il raduno, iniziato pacificamente alle 19.30, si è presto trasformato in uno scontro tra manifestanti e poliziotti. I disordini hanno avuto particolare intensità e violenza, sono poi culminati nel momento in cui la polizia ha usato gas lacrimogeni e proiettili di gomma per far disperdere la folla, mentre diversi manifestanti hanno dato fuoco a bidoni della spazzatura nelle vie in centro città. In questo contesto la polizia antisommossa Mossos d’Esquadra ha arrestato una trentina di persone coinvolte nelle proteste.

La solidarietà nei confronti di Pablo Hasél è arrivata persino nelle strade di Milano. Qui il collettivo Kasciavit si è espresso sabato 20 febbraio per chiedere la scarcerazione dell’artista. I giovani ragazzi scesi in piazza rivendicano la libertà di espressione e l’importanza della parola come mezzo di espressione delle proprie problematiche e dei disagi. Così all’Arco della Pace numerosi artisti si sono esibiti in un freestyle per difendere la cultura del rap e chiedere una presa di posizione a livello internazionale per la liberazione di Hasél.

Le radici

Ma la vicenda che coinvolge il rapper si pone all’incrocio di una serie di tensioni che agitano la Spagna da tempo e trascendono le rivendicazioni per la libertà di espressione, inquadrandola in un contesto politico già caotico. La Catalogna si manifesta come un’anomalia in una partecipazione europea dove la libertà di parola è una sensazione condivisa. La storia di Hasél si affianca così a quella dei leader separatisti che si trovano in prigione o all’estero per sfuggire alle conseguenze di una condanna.

La polarizzazione tra indipendentisti e unionisti si è molto accentuata negli ultimi anni. Le elezioni catalane hanno mostrato una regione divisa a metà tra chi vorrebbe una Repubblica autonoma e chi vorrebbe restare nel Regno di Spagna. In una delle regioni più ricche e produttive d’Europa, già dal 2016 l’obiettivo dell’indipendenza catalana si era rilevata essere più importante di ogni altra questione economica e sociale.

Il movimento che oggi sostiene l’indipendenza della Catalogna è dunque cresciuto nel tempo, cominciato a formarsi dopo la fine del regime fascista di Francisco Franco. Questo si impose durante la Guerra civile spagnola nella Seconda metà degli anni Trenta con la soppressione dello Statuto di Autonomia della Catalogna, e terminò nella metà degli anni Settanta. Negli anni successivi si avviò un processo di promozione della lingua e della cultura catalana  per riappropriarsi dell’identità e dei diritti soppressi durante il franchismo.

Pablo Hasél in Catalogna

Il fronte autonomista e indipendentista si consolidò soprattutto in seguito alla crisi economica iniziata nel 2007-2008, vedendo il nemico perfetto nei conservatori del governo di Madrid, il cui leader, oltre ad aver imposto alle Comunità autonome spagnole dure misure di austerità, è stato coinvolto in una lunga serie di scandali legati alla corruzione.

Nel 2021 gli indipendentisti sono riusciti a ottenere la maggioranza, come mostrano le recenti elezioni per il rinnovo del Parlamento della Catalogna. Per la prima volta hanno superato il 50 per cento del consenso, ottenendo  74 seggi. I tre partiti Erc, Junts e Cup si sono presentati separati alle elezioni, ma insieme hanno superato abbondantemente la maggioranza assoluta. Contrari all’autonomia sono invece i socialisti, che hanno guadagnato comunque consensi rispetto alle ultime elezioni.

Per la prima volta però a superare le aspettative dei sondaggi è anche Vox, partito di estrema destra, con il 7,6 per cento dei voti. In questo contesto Hasél è riuscito a suscitre un sentimento univoco in un Paese storicamente diviso, allo stesso tempo si è imposto come elemento di divisione. Da una parte chi condanna Hasél per terrorismo e dall’altra chi, come il portavoce di Podemos, dà il suo sostegno ai giovani antifascisti che chiedono giustizia e libertà di espressione nelle strade. I protagonisti infatti sono anche i giovani e i giovanissimi. Il risentimento e l’indignazione hanno trovato sfogo in un simbolo che nasconde la rabbia soprattutto degli studenti e dei neolaureati che non vedono prospettive e devono fare ancora i conti con un passato non troppo lontano.

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