Tommaso Santambrogio, la romantica magia del reale

Tommaso Santambrogio è uno dei nomi più interessanti nel panorama del cinema indipendente italiano. Il suo modo di fare cinema è avvolgente e vive di un romanticismo tematico e artistico molto caratteristico. Nel corso della sua giovane carriera ha avuto modo di collaborare con registi di fama internazionale come Werner Herzog, che ha prodotto il suo cortometraggio Escena Final girato in Amazzonia, e Lav Diaz, con cui ha lavorato in occasione di Los Océanos Son Los Verdadores Continentes ambientato a Cuba.

Le sue opere sono state selezionate per svariati festival in giro per il mondo e hanno vinto diversi prestigiosi riconoscimenti. Un esempio è il premio per la miglior fotografia conseguito nel 2019 nella sezione de La settimana della Critica al Festival del Cinema di Venezia.

Ogni artista percorre la propria strada nell’approcciarsi a un nuovo progetto, spinto da uno stimolo unico e personale. La costruzione del film segue spesso questo percorso e riflette metodologicamente l’ideale artistico del regista. Cosa innesca il tuo bisogno di fare cinema e come costruisci la tua opera? Qual è l’anatomia del cinema di Tommaso Santambrogio?

La prima cosa, almeno per me, è cercare di capire l’urgenza che mi attraversa in quel momento, a prescindere dalla metodologia di lavoro, che sia un lungometraggio, un cortometraggio, un documentario. Può nascere da qualcosa accaduto nella mia vita, qualcosa che ho letto, un film, se mi tocca dentro sento che vale veramente la pena darle vita. Questo è ciò che ha accomunato i miei lavori fino ad ora e mi ha dato la forza di andare avanti. Agli inizi non è così facile, solo con il tempo si capisce come funziona. Sentire l’urgenza e avere la tenacia di portare avanti un progetto sono per me due elementi fondamentali.

tommaso santambrogioPer quanto riguarda la mia metodologia, penso sia molto particolare. Una cosa che mi porto dietro da sempre è il fatto che scrivo mentre giro. Tendenzialmente inizio a scrivere alcuni draft che poi sviluppo man mano che giro e interagisco con i soggetti. Cerco di cucire il vestito basandomi sulla storia e sui personaggi, in base a come si muovono, ai loro comportamenti, alla loro sensibilità, ai loro punti di forza e ai loro punti deboli.

Fondamentale rimane, in ogni caso, il luogo, inteso come vero e proprio personaggio. Senza luogo non posso portare avanti l’immaginario. Alla luce di ciò, diviene essenziale fare location scouting. Spazio e tempo sono due fattori fondamentali nel cinema e di essi bisogna avere un’idea chiara. Ad esempio per Gli oceani sono i veri continenti, l’ispirazione mi è arrivata ancor prima di arrivare a San Antonio, poiché a Cuba c’ero già stato molte volte. Sapevo a cosa andavo incontro e cosa stavo cercando di vedere: panorami, contesto, substrato socio-culturale.

Una volta arrivato lì, ho passato una settimana a vedere tutti i luoghi, le case, a incontrare le persone, cercando di capire la coscienza del paese, osservando anche le rovine, comprendendo la storia, l’utopia perduta. Da subito ho maturato l’idea di voler girare in bianco e nero, perché desideravo raccontare sotto un altro punto di vista visivo Cuba. Il bianco e nero serve per dare un senso di atemporalità e sospensione del tempo corrente.

Tendo a utilizzare un approccio documentaristico, a lavorare in maniera maieutica, catturare, scoprire cose, arricchire il mio immaginario con quello del soggetto che ho davanti, dandogli voce, spazio e cercando di tirare fuori quello che mi interessa e quello che ho urgenza di raccontare.

Hai sottolineato l’importanza del luogo nella costruzione del tuo cinema. Guardando le tue opere si rimane inevitabilmente estasiati dalla magia del Sudamerica, in cui veniamo trasportati e di cui diveniamo parte, quasi senza accorgercene, come in un sogno. Questa sensazione ricorda le atmosfere del Realismo Magico di autori come Borges o Sepulveda. Ricerchi questo particolare tipo di realismo? Quanto è importante il Sudamerica nel tuo immaginario?

Il Sudamerica ha un’energia particolare come continente, nel senso che ha una grande familiarità, rispetto allatommaso santambrogio cultura europea in cui questo fattore è più assopito. La natura sudamericana presenta fin da subito un’intrinseca violenza che riporta al contrasto tra senso della vita e della morte, presenti in modo molto estremizzato. Questi elementi permeano inevitabilmente qualsiasi lavoro artistico sudamericano.

Mentre giravo a Cuba stavo leggendo Cuentos Frios di Virgilio Piñera, un drammaturgo cubano appartenente proprio alla corrente del realismo magico e che ha in qualche modo anticipato il Teatro dell’Assurdo europeo. Girare in Sudamerica e stare a contatto con un contesto permeato da natura, spiritualità e morte, porta anche alla possibilità di entrare in questa dimensione unica, al di fuori della realtà convenzionale. Sono sempre stato affascinato e incantato da questa corrente artistica, fin dai tempi dell’università. Da tutti i punti di vista, dall’arte contemporanea, al cinema, in qualche modo c’è un dialogo con questa tradizione.

Le storie che racconti sono pervase da un particolare romanticismo esistenziale. Toccano con delicatezza ed eleganza aspetti essenziali della vita come l’Amore, visto in chiave decadente e al centro del rapporto tra Alex ed Edith in Los Océanos Son Los Verdadores Continentes, e la Morte, il doloroso destino del nonno di Ese’Eja in Escena Final. Quanto conta il fattore umano nel tuo cinema? Cosa ti spinge a ricercare la trasposizione di questo genere di storie?

È una questione di attitudine e di istinto. Tendo spesso a ricercare un’universalità in alcuni macro temi che poi riscontro a qualsiasi latitudine e che scopri essere una caratteristica dell’essere umano in quanto tale, che sia peruviano, cubano, italiano o filippino. È una cosa che da un lato mi ha sempre scioccato, dall’altro confortato e affascinato. Nell’entroterra dell’Amazzonia, a 4 ore da una città, puoi osservare una grande ritualità rispetto alla morte, al desiderio di non voler essere dimenticati, tanto quanto in un cimitero di provincia lombardo.

tommaso santambrogio
Dialogare con la memoria di ciò che se ne va e di ciò che resta è qualcosa di intrinseco nelle due massime espressioni dell’umanità, l’amore e la morte, i due climax della vita. Mi è sempre piaciuto indagare la linea sottile che li divide.

Spesso occorre liberarsi di quella nebbia dell’abitudine, di ciò che dai per scontato, per poter osservare con uno sguardo puro, e capire davvero, la realtà che ci circonda, in cui sono fondamentali i riti di passaggio come il lutto e la separazione. Mi ha sempre affascinato stare sul bordo del burrone vedendo allo stesso tempo, sotto di te uno strapiombo e all’orizzonte un panorama bellissimo. C’è un contrasto tra le storie di cui parlo e le preoccupazioni e i demoni che ho dentro, con i quali arrivo a confrontarmi in maniera quasi catartica.

Hai avuto l’occasione di collaborare con grandi registi come Werner Herzog e Lav Diaz, due artisti del mondo del cinema dotati di un’espressività registica unica e irripetibile. Come hanno arricchito il tuo modo di fare cinema? Com’è stata l’esperienza sul set con due personalità artistiche così forti?

Sono stati probabilmente i due incontri cinematografici più importanti della mia vita, sia per la caratura artistica che per quella umana. Sono due persone, come hai sottolineato anche tu, con una forte personalità, ma molto diverse tra loro. La libertà creativa ha contraddistinto il loro percorso artistico, la loro individualità e il loro rapporto con il cinema. Herzog è un romantico nel senso etimologico classico. Un uomo solo che combatte con il rapporto tra morte ed esistenza fino all’estremo delle sue forze, imbracciando una telecamera. Affronta la costruzione del soggetto cinematografico come fosse una battaglia, con un’energia, uno sguardo e un rigore straordinari.

Questo continuo amore e odio con ciò che si trova davanti, mi ha sempre influenzato per quanto riguarda l’approccio con cui fare cinema. Senza scuse, diretto. Il suo insegnamento è quello di metterti nelle condizioni peggiori possibili e vedere se riesci a tirare fuori qualcosa di buono. Lavorando con lui mi sono liberato di molte sovrastrutture riguardo il modo di approcciarsi al cinema e ho imparato ad ascoltare maggiormente me stesso. Herzog, dice no alle imposizioni dell’industria cinematografica, siano esse artistiche o metodologiche: tu regista devi prendere tutta la tua interiorità, la tua l’urgenza comunicativa e mostrarla al pubblico a modo tuo, senza vincoli, senza mentire. Tuttavia il suo integralismo ha coscienza della realtà e dei suoi limiti e dentro quei limiti cerca di ritagliarsi la propria libertà.

Per quanto riguarda Lav Diaz, apprezzo moltissimo il suo modo istintivo ed emotivo di fare cinema, che ho potuto apprezzare da vicino lavorando al suo ultimo film The history of Ha. Con lui succedeva che una sera, a cena, stavi parlando di un argomento e il giorno dopo lo ritrovavi nel film. Entrambi, sia Lav che Herzog, creano una grande intimità sul set, in cui si respira un’atmosfera familiare. Hanno delle troupe molto piccole, che non superano mai le 15 persone. Questo genera una realtà di condivisione che nel cinema di oggi è molto rara e bella. Dalle tematiche non mi sono fatto contaminare, mentre il metodo di lavorare mi ha arricchito tantissimo.

Condividere un’esperienza umana è come viaggiare.

Hai girato il mondo e sei stato a contatto con realtà straordinarie, ricche di colori e sfaccettature. C’è qualche aneddoto che ti è rimasto particolarmente impresso durante questi anni tra un set e l’altro?

La fortuna di lavorare in contesti simili crea degli aneddoti indimenticabili.

Quando ero in Perù per girare Escena Final, mi è capitato di dover andare con Meyson (l’attore protagonista del corto) e un ragazzo conosciuto lì, che mi ha fatto da assistente, in un villaggio chiamato Infierno. Eravamo tre su una sola moto e arrivati al ponte utilizzato per uscire dalla città lo troviamo crollato. Siamo dovuti scendere a piedi e guadare il fiume come degli avventurieri. Abbiamo dovuto camminare per due ore, mentre il mio assistente faceva il giro lungo con l’attrezzatura.

A Cuba, invece, capitano periodi in cui mancano determinati generi alimentari. Personalmente mi sono imbattuto nei venditori abusivi di uova che, agli angoli di strada, ti sussurravano “Huevos, huevos”. Era un periodo in cui non si trovavano uova e pollo, che tendenzialmente sono alimenti base nella cucina cubana. In base alle mancanze ci sono diversi contrabbandieri. Ce n’è uno molto famoso, italiano, all’Havana, che importa alimenti italiani a Cuba, ed è chiamato il Gioielliere, perché i suoi prodotti se li possono permettere soltanto i ristoranti e gli expat che vivono là.

Una volta mi sono imbattuto in una scena che volevo girare a tutti i costi. C’era appena stato il diluvio universale e tutte le strade erano allagate. Vedo passare questo bici taxi e delle persone in mezzo al portico che spazzano via l’acqua. Ero con Edith (l’attrice protagonista de Gli oceani sono i veri continenti), le ho dato per un attimo lo zaino con tutte le cose in mano e ho catturato magneticamente dalla scena, mettendo giù il treppiedi al volo e iniziando a riprendere. Eravamo con l’acqua fino alle ginocchia, però era una scena troppo bella.

Un giorno con gli attori ci siamo fermati a bere questa sorta di Aguardiente fatta da loro. Abbiamo smesso di girare, perché essendo un alcolico molto forte, non eravamo più in grado di proseguire. Siamo rimasti a chiacchierare a lungo con diversi loro amici e lì ho incontrato questa persona, un vecchio amico di Alex (l’altro protagonista insieme ad Edith), che ci ha raccontato delle storie molto interessanti. Ho scoperto una cosa su cui un giorno mi piacerebbe fare un documentario.

Sono degli incontri che ti portano vita e tu senti la vita mentre giri.

Fonti
Intervista diretta

Credits
Foto di Tommaso Santambrogio

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