Sport e segregazione razziale: due facce della stessa medaglia

Il tema della segregazione razziale, come abbiamo già visto, può essere declinato in diversi ambiti fino ad arrivare allo sport. Dall’arte alla letteratura, questo elemento si insinua facendoci avere una percezione diversa dei suddetti ambiti.

Siamo soliti pensare all’ambiente sportivo come un luogo di confronto, divertimento, serietà e ispirazione. Questo fino all’entrata in gioco della componente razziale. Negli ultimi anni, purtroppo, c’è stato un aumento esponenziale dei casi legati al razzismo nel mondo dello sport. Per arrivare ai casi più recenti però è opportuno partire da più lontano, dal momento preciso in cui il razzismo è entrato a far parte del mondo sportivo: le Olimpiadi del 1936, che furono ospitate in Germania sotto il regime nazista.

Le Olimpiadi del 1936

Come è noto, nel 1933 Adolf Hitler prende il potere in Germania. La politica nazista, di stampo totalitaristico, è caratterizzata in particolare da un elemento: il razzismo. Rom, ebrei, omosessuali, persone di colore, oppositori politici e molti altri non solo furono disprezzati dall’intera popolazione ma vennero puniti secondo la legge scritta voluta dal Führer.

Al centro dell’ideologia nazista c’è il concetto di razza.  Tutta la storia, dice Hitler nel suo libro “Mein Kampf” (1925), è solo espressione dell’eterna lotta tra le razze per la supremazia. Di tutte le razze quella cosiddetta “ariana” o “nordica” è, secondo Hitler, la più creativa e valorosa, l’unica a cui spetta il diritto di dominare il mondo.

Nel 1936 vengono ospitati a Berlino i Giochi Olimpici. Questi, secondo Hitler, sono un’occasione per dimostrate la superiorità della “razza dominante”. Le Olimpiadi vengono strumentalizzate a fini propagandistici: i nazisti promuovono l’immagine di una Germania nuova, forte e unita, nascondendo allo stesso tempo al mondo intero sia la persecuzione degli ebrei e dei rom nei campi di concentramento sia il crescente militarismo del Paese.

Fuori dalla Germania, però, molti mettono in dubbio la moralità di mostrare sostegno al regime nazista attraverso la partecipazione ai Giochi Olimpici. Ciò causa intense discussioni sulla possibilità o meno di prendere parte a quell’evento sportivo di portata internazionale. Gli afro-americani, per esempio, già vittime di razzismo nel proprio Paese (gli Stati Uniti) si trovano a dover decidere se partecipare o meno ai giochi olimpici ospitati in un Paese caratterizzato da una dittatura razzista. La differenza che venne fatta tra atleti “bianchi” e atleti “neri” mette questi ultimi in una posizione di netto svantaggio: le opportunità di competere, per gli atleti neri, sono molto limitate.

Tentativo di boicottaggio dei Giochi Olimpici

C’è un momento in cui prende vita l’idea di un boicottaggio delle Olimpiadi in questione. Viene chiesto agli atleti afro-americani di prendere parte a questo boicottaggio in segno di protesta per il razzismo subìto in America e non. Di conseguenza gli atleti si trovano a prendere una decisione molto difficile: da una parte i giochi olimpici avrebbero dato loro la possibilità di dimostrare il proprio talento e intaccare le idee razziste. Dall’altra, c’è la preoccupazione di come gli atleti olimpici neri sarebbero stati accolti e trattati al loro arrivo nella Germania di Hitler. Numerosi giornalisti scrivono a favore della partecipazione degli atleti afro-americani alle Olimpiadi naziste sostenendo che eventuali vittorie da parte degli atleti neri avrebbero indebolito il razzismo e l’enfasi sulla supremazia della razza ariana che erano al centro dell’ideologia razzista del nazismo.

I successi degli atleti afro-americani

Alla fine partecipano diciotto afro-americani (sedici uomini e due donne). Gli atleti riescono a conquistare quattordici medaglie tra le quali otto d’oro. Tra gli atleti più talentuosi è bene ricordare Jesse Owens, che vince ben quattro medaglie d’oro nella categoria corsa.

Nonostante l’ottimo risultato riportato in patria le discriminazioni razziali nei confronti degli atleti, e non solo, neri continuano. I successi degli olimpionici afro-americani vengono o poco considerati o del tutto ignorati.

Le Olimpiadi del 1968: il gesto rivoluzionario

È arrivato il momento di compiere un piccolo passo in avanti, fino al 1968. Le Olimpiadi del 1968, ospitate in Messico, vanno ricordate per un gesto di Tommie Smith e John Carlos, due atleti afro-americani. Il gesto che passò alla storia sono i pugni alzati al cielo, da parte dei due atleti, durante una premiazione in segno di protesta contro lo schiavismo e la discriminazione razziale subita dalle persone di colore.

Il gesto desta assoluto sconcerto, tanto che i due vengono sospesi dalla squadra statunitense con effetto immediato ed espulsi dal villaggio olimpico. Al ritorno negli Stati Uniti i due atleti vengono presi di mira ricevendo minacce e intimidazioni. In molti all’epoca credono che le questioni politiche, come la difesa dei diritti delle persone di colore, debbano essere lasciate fuori dal mondo sportivo. Molti condannano il gesto, accusando Smith e Carlos di mettere in cattiva luce l’intera nazione americana.

Se da parte c’è chi considerava i due atleti afro-americani colpevoli di aver restituito al mondo un’idea di America bigotta e razzista, dall’altra c’è chi li considerava eroi. Eroi che si sono battuti in difesa dei diritti della comunità afroamericana.

Il gesto dei pugni al cielo ancora oggi viene considerato come rivoluzionario e la sua influenza è riscontrabile in eventi recenti, come l’inginocchiamento dei giocatori di football durante l’inno americano per protestare contro le discriminazioni e le violenze nei confronti dei neri negli Stati Uniti (24 settembre 2017).

Arriviamo in Italia. Per avere una panoramica più chiara sul significato dell’espressione segregazione razziale applicata ai giorni nostri non possiamo non fare riferimento allo sport più seguito e amato: il calcio. Numerose sono state le manifestazioni di razzismo nei confronti di giocatori di colore attraverso striscioni e cori pieni di insulti. Ricordarne un paio è sicuramente doveroso.

Partita Ternana-Treviso: 27 Maggio 2001

È il 27 maggio 2001, si sta giocando la partita Ternana-Treviso. Protagonista dell’episodio razzista è il calciatore nigeriano Akeem Omolade. Non appena entra in campo, Omolade viene travolto da insulti dai tifosi della sua stessa squadra che abbandonarono lo stadio in segno di protesta per la presenza di un calciatore di colore nella loro squadra del cuore. La curva avversaria, quella Ternana, si ribella coprendo di fischi i tifosi avversari.

Questo gesto non ha lasciato indifferenti neanche gli sponsor che decidono di rimuovere sulle magliette del Treviso il proprio nome. A ogni modo il calciatore nigeriano avrà una sua piccola rivincita: nella partita successiva segnerà il suo primo gol incitato dalla sua stessa squadra che in segno di solidarietà entra in campo con il volto dipinto di nero.

Partita Lazio-Napoli: 3 Febbraio 2016

Ci troviamo a Roma, allo stadio Olimpico. Kalidou Koulibaly, difensore del Napoli, sta tranquillamente giocando la partita quando i tifosi della Lazio cominciarono a gridare cori razzisti e “buu”. Quel “buu” è entrato a far parte del linguaggio da stadio come a simulare il verso della scimmia. Il colore della pelle e l’aggravante della maglia indossata hanno fatto siì che si scatenasse il razzismo più becero da parte dei tifosi avversari.

L’arbitro Irrati ha deciso di sospendere la partita per qualche minuto chiedendo l’intervento ripetuto degli altoparlanti, minacciando di finire sul momento la partita.

Quanto accaduto mi ha davvero spezzato il cuore e da allora ho cercato di fare qualcosa per combattere questo fenomeno. Le persone devono capire che l’identità di una persona non è legata necessariamente a come è esteriormente, devi guardare più a fondo per conoscere e capire le persone. Il colore non può essere un problema.

 

Da quel momento Koulibaly è in prima fila nella lotta contro il razzismo, soprattutto quello presente nel mondo sportivo. Insieme a lui moltissimi personaggi del mondo dello sport e non solo prendono parte alla lotta contro il razzismo come il giocatore dell’Inter Romelu Menama Lukaku Bolingoli e il difensore del Torino Nicolas Nkoulou. I due calciatori in segno di esultanza per un gol si sono inchinati e hanno teso un pugno al cielo per ricordare George Floyd, l’afroamericano ucciso soffocato da un agente di polizia in seguito ad un arresto.

Art. 21 della Carta Dei Diritti Fondamentali dell’Unione Europea

Il titolo III della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea tratta il tema dell’uguaglianza. Questo tema, spesso dimenticato nella società moderna, è molto importante da tenere in considerazione quando si parla di sport. L’ambiente sportivo, come abbiamo visto, molto spesso è stato teatro di episodi razzisti. La discriminazione in termini di sesso, razza e colore della pelle è regolamentata dall’articolo 21 di suddetta Carta.

Comma 1, Art. 21

È vietata qualsiasi forma di discriminazione fondata, in particolare, sul sesso, la razza, il colore della pelle o l’origine etnica o sociale, le caratteristiche genetiche, la lingua, la religione o le convinzioni personali, le opinioni politiche o di qualsiasi altra natura, l’appartenenza ad una minoranza nazionale, il patrimonio, la nascita, la disabilità, l’età o l’orientamento sessuale.

Comma 2, Art. 21

Nell’ambito d’applicazione dei trattati e fatte salve disposizioni specifiche in essi contenute, è vietata qualsiasi discriminazione in base alla nazionalità.

La segregazione razziale intesa come discriminazione “della razza” è un elemento che purtroppo negli ultimi anni nel mondo dello sport è andato via via a inasprirsi sempre di più. La nazionalità diventa elemento discriminante in moltissimi casi.  Il mondo dello sport è solamente uno dei tanti ambiti in cui ritroviamo il razzismo più becero e pesante collegato a quest’ultima. Molti sono abituati a vivere situazioni simili nella propria patria e per questo sono costrette a cercare un futuro migliore fuori. Ne parliamo nel prossimo articolo del mese con la sezione di attualità che ci parlerà della segregazione sia mentale che spaziale che vivono i migranti aggravata dalla pandemia in cui siamo tutti coinvolti.

 

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