Saamiya

Saamiya, l’atleta somala che ha commosso il mondo

Saamiya Yusuf Omar è la protagonista di una storia che ha commosso tutto il mondo. Dalla Somalia alle Olimpiadi di Pechino 2008, dal rientro a casa al grande viaggio, è riuscita a conquistare il cuore di platee internazionali. Nata a Mogadiscio, ma con la voglia di evadere altrove, trova nella corsa la sua possibilità in più. Sogna le Olimpiadi, il podio, gli applausi, l’Europa: una vita nuova. Combatte con anima e corpo per quel lieto fine così tanto sognato che avrebbe semplicemente meritato di vivere.

Saamiya Yusuf Omar, la storia

Saamiya Yusuf Omar nasce il 30 aprile del 1991 a Mogadiscio, in Somalia, nel pieno di una guerra civile. In quell’anno il presidente Siad Barre viene destituito dal movimento di liberazione somalo. Il conflitto è nella mani dei signori della guerra locali e vede fronteggiarsi un numero sempre più elevato di etnie. Dal 2006 i ribelli dell’Unione delle corti islamiche da una parte, e i gruppi di Al-Shabaab dall’altra, legati al terrorismo islamico, si oppongono al governo internazionalmente riconosciuto.

Saamiya nasce e cresce con la guerra. Perde il padre troppo presto, al mercato di Bakara, a causa di un colpo di pistola. Si rimbocca le maniche fin da piccola: lascia la scuola, si occupa dei fratelli, aiuta in casa, mentre la madre lavora per sostenere la famiglia. E nel suo piccolo, Saamiya continua a coltivare la passione per la corsa.

Nel pieno dell’adolescenza inizia ad allenarsi con costanza, nei limiti delle possibilità. In un Paese dominato dalla guerra e dai fondamentalisti islamici, il governo non è in grado di offrire sostegno, cure e formazione agli atleti. Nemmeno le poche strutture sportive attive sul territorio sono in grado di sostenere questo tipo di professione. Per questo motivo Saamiya trova nelle strade di Mogadiscio il terreno migliore per allenarsi. Vestita con tuta, maniche lunghe e sciarpa sulla testa.

Da Mogadiscio alle Olimpiadi di Pechino 2008

Nel maggio del 2008, all’età di diciassette anni, riesce a partecipare alla gara dei 100 metri ai campionati africani di atletica leggera. Nella sua batteria si colloca in ultima posizione. Nonostante il risultato, viene chiamata a gareggiare per le Olimpiadi di Pechino. Per Saamiya è questa un’occasione d’oro per rappresentare la Somalia e tutte le donne, che come lei, hanno il sogno di sentirsi libere:

Non mi importa se vinco. Ma sono felice di rappresentare il mio paese in questo grande evento. Non credo che faccia la differenza se vinco a questi o ai prossimi Giochi Olimpici.

Il 19 agosto corre i 200 metri, mentre il mondo incollato agli schermi la ammira e contempla. Viene ricordato ancora oggi come uno dei momenti più famosi di quei Giochi. Gareggia contro le atlete più forti e importanti del mondo: la prima a tagliare il traguardo è la giamaicana Veronica Campbell-Brown, in 23,04 secondi.

Saamiya arriva ultima con dieci secondi di differenza, ma con una vittoria altrettanto grande sulle spalle: gli applausi e la conquista dell’amore del pubblico. Quando taglia il traguardo dichiara di essere felice, precisando:

Le persone mi hanno incoraggiato con il tifo, è stato molto bello. Ma mi sarebbe piaciuto essere applaudita per aver vinto, e non perché avevo bisogno di incoraggiamento. Farò del mio meglio per non essere ultima, la prossima volta.

Il grande sogno di Saamiya: Londra 2012

SamiaIl suo sogno è infatti quello di partecipare alle Olimpiadi di Londra del 2012. Fantastica di allenarsi nella pista del suo più grande idolo, Mo Farah, un campione di origine somale. Però Saamiya è anche consapevole che per raggiungerlo ha bisogno di qualcosa in più: un vero allenatore, una vera palestra e una nuova divisa, senza burqa.

Dopo il rientro dalle Olimpiadi di Pechino decide così di intraprendere il grande viaggio. A soli diciassette anni e con poco più di 1.500 dollari in tasca intraprende il lungo cammino verso Libia. Una terra di attesa per alcuni, ma di svincolo e possibilità per altri. Una terra di mezzo che apre le porte all’Occidente, all’Europa.

Il lungo viaggio verso l’Europa

Un sostegno fondamentale in questo lungo viaggio è la figura di una delle sue sorelle maggiori, trasferitasi a Londra per costruire la propria vita lontano dalla guerra. Da lei Saamiya riceve del supporto economico per soddisfare le infinite richieste dei trafficanti, incontrati lungo il cammino per Etiopia, Sudan, deserto del Sahara e Libia.

Ma Saamiya in Europa non riesce ad arrivare: perde la vita nel Mediterraneo, a poche miglia dalle coste italiane. Quando il peggio era ormai alle spalle, in prossimità della tanto attesa libertà, non ce l’ha fatta. Da quel vecchio peschereccio che accoglieva circa trecento persone, anche tanti altri cercano di gettarsi, nella speranza di ricevere soccorso.

A diciassette anni aveva già tanti sogni nel cassetto. Sognava Londra, la sua nipotina, sua sorella e le Olimpiadi. La libertà per sé, per tutte le donne e gli uomini del suo Paese. Sognava di diventare un modello per loro, una fonte di ispirazione. E oggi, nonostante sia passato diverso tempo, la sua storia è un esempio per chiunque abbia un sogno.

La storia di Saamiya nel romanzo “Non dirmi che hai paura

Edito da Feltrinelli nel 2014, scritto dall’autore italiano Giuseppe Catozzella, “Non dirmi che hai paura” è la messa in prosa della vita di Saamiya. L’autore con grande sensibilità ridona vita alla voce della giovane, perché sente dentro di sé la necessità di farlo. Perché altrimenti sarebbe stata l’ennesima storia eroica, senza gloria. L’ennesima vicenda a finire nel baratro di un’indifferenza comune. Un evento che dopo un po’ non fa più notizia, perché passato di moda.

Immagina la voce di una ragazza che non ha paura di trovarsi da sola con un grande talento.  Narra da un punto di vista intimo, affacciandosi alla cronaca, ma senza mai cadere nel patetico, una storia fatta di tanti spigoli e poche certezze. Grazie alle interviste rilasciate dalla sorella in Finlandia, ricostruisce con grande credibilità i pensieri di Saamiya.

Da una parte con la voce di chi spera in un domani migliore e dall’altra con il gemito di chi è consapevole di un futuro che non arriva. È la storia di una vittoria di un sentimento che non riconcilia, ma naufraga, insieme alla vita.

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