Svizzera: nel referendum “anti-burka” vince il sì

Il 7 marzo, gli elettori svizzeri hanno votatoSì” al divieto di dissimulare il proprio viso, referendum anche chiamato “anti-burqa. Stando ai risultati definitivi, il testo di modifica costituzionale promosso dalla destra conservatrice e combattuto dal Governo, ha ottenuto il 51,2% dei consensi degli elettori e l’adesione di 20 dei 26 cantoni in Svizzera.

Che cosa prevede la proposta “anti-burqa”?

La legge implica il divieto di coprirsi il viso con eccezioni per “motivi inerenti alla salute, alla sicurezza, alle condizioni climatiche e alle usanze locali”. Notiamo che il provvedimento si riferisce a ogni forma di copertura del volto in pubblico, ma come denota il termine che si è usato popolarmente per riferirsi al divieto, l’iniziativa prende di mira il velo integrale.  Per velo integrale si intendono il niqāb e il burqa, i quali sono anche simboli caratterizzanti dell’islam fondamentalista, almeno secondo i promotori del testo.

La connotazione islamofobica del referendum non era presente solo nel termine “anti-burqa” ma era evidente anche nella campagna promozionale. Lo slogan di quest’ultima era «Fermare l’islamismo radicale!», frase accompagnata dall’immagine di un viso di donna con un niqāb nero e uno sguardo aggressivo, che invitava a votare sì nel referendum.

 

L’obiettivo di questo referendum era stato dichiarato dai sostenitori: fermare l’islamizzazione della Svizzera, Paese che però conta circa il 5% di musulmani su una popolazione di 8,6 milioni di abitanti. E in questo 5% di musulmani, l’uso del burqa e del niqāb è quasi assente.

La proposta del referendum non ha trovato il supporto del Governo. La maggioranza del Parlamento ha ripetutamente espresso perplessità riguardo alla proposta di legiferare su un fenomeno che nella confederazione svizzera è “marginale”. Difatti, molti esponenti del Governo ritengono che siano i singoli cantoni a dover decidere su questa tematica.  Non a caso il Canton Ticino (Sud) e Canton San Gallo (Nord-est) lo hanno già fatto: nel primo il divieto del burqa è in vigore dal 2016, nel secondo dal 2019. Altri cantoni come Zurigo, Svitto o Glarona si sono dichiarati contrari al divieto.

In quanto al divieto nel Canton Ticino, Barbara Gisi (direttrice della Federazione svizzera del turismo) ha dichiarato:

Non possiamo permetterci di perdere le ricche turiste col velo. Da quando il Canton Ticino lo ha proibito, gli arrivi dai Paesi del Golfo sono diminuiti del 30%.

Chi sostiene la legge anti-burqa?

Il divieto ora esteso a tutta la Svizzera è supportato dal partito conservatore e di destra nazionalista Udc (Unione Democratica di Centro), il quale era stato l’unico partito a votare sì in Parlamento per la proposta.

Per motivazioni completamente diverse, il divieto è stato supportato totalmente anche dal Partito Popolare Svizzero (Svp), prima formazione politica del Paese. Secondo questo partito, in un Paese libero è necessario mostrare il volto in segno di libertà e democrazia.

Il partito verde è chiaramente contro il divieto:

È un attacco frontale ai diritti fondamentali e alla protezione delle minoranze. Aiuteremo le donne colpite dal divieto a ricorrere alla Cedu, la Corte europea per i diritti dell’Uomo.

Le femministe, invece, sono divise. La socialista Tamara Funiciello ha commentato rivendicando il diritto delle donne a vestirsi come vogliono e vede nel quesito referendario un attacco alla libertà religiosa caratterizzato da islamofobia e razzismo. Alcune femministe dell’Islam liberale invece si sono dette a favore: il divieto rappresenta un segno contro l’ideologia totalitaria che le opprime.

Il socialista Roger Nordmann invece minimizza, basandosi anche sul precedente olandese:

Non succederà nulla. I cantoni non creeranno certo brigate anti-burqa, nessuna sarà multata. Nel voto si sono sommati vari sì: quello xenofobo dell’Udc, quello laico contro i simboli religiosi negli spazi pubblici, e quello femminista. Ma la discriminazione arretra rispetto al 57% che dodici anni fa disse no ai minareti.

Il divieto del velo nel resto del mondo

Il divieto del velo integrale è una legge che si sta espandendo in molti Stati come reazione all’islam fondamentalista e la Svizzera è solo l’ultimo.

In Germania otto stati federati vietano agli insegnanti di usare l’hijab (velo islamico) e qualsiasi altro simbolo religioso o politico. Lo scorso 21 luglio, il governo del Baden-Württemberg, uno dei 16 stati federali della Germania, ha deciso di vietare l’uso del burqa e del niqāb anche alle studentesse.

Nel 2017 la Corte di giustizia dell’Unione europea ha approvato il divieto di indumenti islamici nelle aziende, a condizione che le norme interne escludano qualsiasi simbolo religioso, filosofico o politico e non solo quelle di una particolare confessione.

Dal 1975, in Italia, esiste una legge che vieta di coprirsi completamente il viso e la testa negli spazi pubblici con veli o caschi da motociclista. A livello regionale, come in Lombardia e Veneto, esistono norme che vietano espressamente il velo integrale.

Nel 2019, nei Paesi Bassi è entrato in vigore il divieto di indossare «abiti che coprano il volto» nelle scuole, negli ospedali, negli edifici governativi e sui mezzi pubblici, ma non per la strada. Nonostante non si citino solamente i veli musulmani, la legge colpisce soprattutto le donne musulmane che indossano il burqa e il niqāb.

Lo scorso anno, dopo l’approvazione della legge, la sindaca di Amsterdam Femke Halsema aveva detto di non voler far rispettare il divieto, perché credeva che non si adattasse “a una città come Amsterdam”. Un simile atteggiamento è stato adottato anche a Rotterdam e Utrecht.

A livello nazionale, molti ospedali e compagnie di trasporto hanno dichiarato che non attueranno il divieto siccome sono dei compiti che spettano alla Polizia, la quale però ha dichiarato che non tratterà il tema con una priorità alta.

Difatti, la legge anti-burqa in Olanda è stato dichiarato un fallimento. Vi sono stati solo quattro richiami formali e zero multe in un anno, tutte avvenute poco dopo la legiferazione del divieto. Effettivamente, come nel caso della Svizzera, il divieto si applica a una piccola fetta di popolazione dello Stato, dato che le donne che portano il velo integrale nei Paesi Bassi sono solo 200-400 su una popolazione di 17 milioni di abitanti.

Multiculturalismo o assimilazione?

Ciascun Paese può scegliere che approccio utilizzare rispetto all’immigrazione, diversi Stati hanno differenti sistemi per integrare gli immigrati.

Un sistema molto popolare è quello che si basa sulla distinzione tra assimilazione e multiculturalismo. Con il termine assimilazione culturale si intende quel sistema in cui ci si aspetta che gli immigrati si conformino alle norme e alla cultura del Paese ospitante. Per multiculturalismo si intende, invece, una società i cui gli immigrati si uniscono alla cultura locale e le differenti culture coesistono in armonia.

Solitamente nel comparare i due modelli si prendono ad esempio rispettivamente il modello francese e quello inglese. Nel modello francese l’unità è più importante della diversità. Principi come l’unità e l’indivisibilità nazionale, la laicità dello Stato e l’identità nazionale sono cardinali. Pertanto si esige che gli immigrati si conformino alle leggi domestiche, imparino la lingua locale al livello di una persona madrelingua, e si adattino alla società laica francese, abbandonando la propria religione e cultura (come sancisce il divieto del velo).

Dall’altro lato il modello inglese (o in generale, comune nei Paesi anglofoni), che prevede un sistema in cui le differenze culturali sono accettate, finché vi sia un rispetto delle norme e dei comportamenti comuni nello Stato ospitante. Questo modello viene spesso definito “idealista”, in quanto nessuno stato lo ha mai messo in pratica nella sua totalità.

Molti Paesi negli anni Settanta e Ottanta avevano implementato un modello di immigrazione e cittadinanza permanente, basato sul multiculturalismo. Recentemente, tali Stati hanno introdotto dei requisiti di matrice “assimilazionista”, come la padronanza della lingua richiesta, i test di cittadinanza e il secolarismo.

Oggigiorno viviamo in un mondo globalizzato in cui è necessario sviluppare un nuovo concetto di cittadinanza, il quale tenga in conto il fenomeno ben radicato e ormai inarrestabile della migrazione globale.

Il numero di individui che hanno la doppia cittadinanza è costantemente in crescita, come quello dei figli di genitori di due nazionalità diverse o persone che hanno vissuto gran parte della loro vita in un Paese estero. Ormai, molte persone hanno multiple radici nazionali e le identità risultano essere il prodotto di diverse culture. Nonostante ciò, gli immigrati continuano a essere visti come un fattore che sminuisce l’identità nazionale di un Paese.

La globalizzazione non ha però portato solamente al free movement delle persone, ma anche a quello del capitale. Il movimento internazionale dei capitali è spesso basato sullo sfruttamento e l’interdipendenza economica, porta instabilità e crisi economiche cicliche (la crisi economica del 2008 per fare un esempio). Nonostante ciò, questo movimento libero è accettato dalla maggior parte del mondo. Quando però si inizia a parlare del libero movimento delle persone, spesso semplicemente alla ricerca di una vita migliore, ci si focalizza sempre solo sugli aspetti negativi.

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