Autoritratto al lavoro? La rivoluzione femminile tra ‘500 e ‘600

Recentemente su BBC Culture è apparso un lungo articolo dedicato a quello che sarebbe  il primo rivoluzionario autoritratto di un artista al lavoro. Il ritrarre sé stessi è un aspetto importante della storia della pittura. Molti infatti conoscono quello di Van Gogh del 1889 o quello di Raffaello del 1506. Ma, nel contesto degli autoritratti, un rilievo particolare hanno quei pochi che mostrano il pittore impegnato nel suo lavoro. Perché sono, spesso, manifestazioni straordinarie di come l’artista ha concepito il proprio legame con la pittura.

Sono pochi, quindi. E poi molti dei più citati mostrano, in realtà, l’artista con gli strumenti del suo lavoro, ma non propriamente al lavoro. Questo accade per esempio in quello di Gauguin del 1894, o in quello di Rembrandt del 1665. In particolare, il primo abbozzo di quest’ultimo mostrava la mano nell’atto di dipingere, che non compare invece nella versione finale, nonostante abbia fatto molto discutere per possibili significati nascosti sul senso della pittura.

Rembrandt van Rijn, Autoritratto con due cerchi, 1665

Un fenomeno tardivo

Inoltre, considerando i pochi autoritratti dell’artista al lavoro, si nota come si tratti di un fenomeno sviluppatosi tardi nella storia dell’arte. Quasi come se richiedesse una particolare autonomia e consapevolezza, o meglio, una maturità dell’artista in rapporto col proprio ruolo.

Molti autoritratti si trovano già nella pittura del Quattrocento, come quello di Piero della Francesca nella Resurrezione del 1465 o quello di Sandro Botticelli nella Adorazione dei Magi del 1475. E, già alla fine del secolo, Durer inaugura la stagione dell’autoritratto autonomo, ovvero col pittore come protagonista,  nell’Autoritratto con fiore d’eringio del 1493. Ma, per trovare l’autoritratto di un artista al lavoro bisogna ancora attendere diversi decenni.

Esattamente, come ci ricorda l’articolo di BBC Culture, fino al 1548. Perché in quell’anno avviene una svolta,  dai più ignorata, probabilmente perché realizzata da un artista troppo fuori dagli schemi, troppo eccentrico rispetto alla storia della pittura come è stata fin lì concepita. Si tratta di una donna.

 

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Sandro Botticelli, Adorazione dei Magi, 1475

Caterina de Hemessen, l’innovatrice

“Ego Caterina de Hemessen me pinxi 1548 Etatis suae 20.” Questo leggiamo dipinto nell’angolo in alto a sinistra del quadro. Un’affermazione straordinaria, una vera e propria dichiarazione identificativa, che ci parla anzitutto di un orgoglio eccezionale. E’ vero che già nel 1500 Dürer aveva fatto lo stesso nel suo Autoritratto a Ventotto anni con la citazione: “Albertus Dureus Noricus me propriis effigebam aetatis anno XXVIII.”

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Albrecht Dürer, Autoritratto con pelliccia, 1500

Ma come scrive Catharina, quando dipinge quel quadro radicalmente innovativo, ha solo vent’anni. Soprattutto è una donna, il che richiede all’epoca un maggiore coraggio. Ma c’è di più. Osservando con attenzione l’opera emerge un vertiginoso svilupparsi di livelli. Non si tratta solo di una donna che dipinge fiera sé stessa nell’atto di dipingere. Ma di una donna che dipinge sé stessa nell’atto di dipingere sé stessa. Così i grandi occhi di Catharina  ci fissano profondi per invitarci a guardarla mentre tratteggia il proprio volto.

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Catharina van Hemessen, Autoritratto, 1548

Il confronto con Dürer

L’opera tratteggia quindi il potere dell’arte di controllare e determinare la realtà. Ma c’è un’altra impressionante analogia tra questo dipinto e l’Autoritratto a Ventotto anni di Dürer, oltre alla scritta potentemente auto-attributiva. In entrambi i quadri infatti, il volto dell’autore è costruito sul modello del Cristo risorto, diffuso nell’iconografia del tempo. Ma, mentre la mano di Dürer accenna, senza però osare fino in fondo, al gesto del giudice, quella di Catharina va oltre.

Sembra infatti evocare un’identificazione tra la potenza del gesto creativo, riferito a lei stessa, e quella della morte e risurrezione di Cristo. Questo lo ottiene disegnando una croce col pennello che tocca la tela, rimanendo trasversale rispetto a un’asta che regge il quadro. Ma quindi si parla ancora di un caso isolato per Caterina van Hemessen?  Ebbene no, il suo lavoro si confronta con quello di un grande maestro, ma si distingue per l’approccio talentuoso e rivoluzionario di una donna in un panorama prettamente maschile.

L’allegoria di Artemisia Gentileschi

Più noto, invece, ma non notissimo è l’Autoritratto come allegoria della pittura di Artemisia Gentileschi, del 1639. Per certi versi è un quadro molto in linea con le concezioni del tempo. La Pittura è infatti personificata da una donna seguendo un preciso canone: capelli neri mossi, veste cangiante e al collo una collana d’oro con un medaglione a forma di maschera, Infine in una mano il pennello, nell’altra la tavolozza. Ma la donna in questione è Artemisia, con tratti probabilmente un poco mutati per trovare un punto d’incontro tra il suo aspetto reale e il modello personificante la pittura.

Artemisia Gentileschi, Autoritratto come un’allegoria della pittura, 1638-1639

Soprattutto sono la posizione della pittrice, e quella del quadro che nella tela dipinge, ad essere originali e fuori dagli schemi. Artemisia non ci guarda, come fa Catharina e come fanno per lo più le persone ritratte. Nemmeno è di profilo, secondo un altro modello abbastanza comune e non ha il busto eretto. Si muove piuttosto ruotando, dal basso verso l’alto, da sinistra verso destra, protendendosi con vigore con la mano che regge il pennello verso il quadro al quale lavora e che fissa con i suoi occhi. Un quadro che però noi non vediamo, perché è appena al di fuori dello spazio dipinto.

L’importanza della consapevolezza femminile

L’allegoria della pittura si risolve così totalmente nel movimento di Artemisia che dipinge. Non c’è altro. La figura infatti si staglia su un mero sfondo marrone. Sembra dirci, quindi,  che il suo gesto e il suo sguardo sono la pittura. Davanti a questo dipinto non c’è spazio per quelle interpretazioni, riduttive, che hanno visto in altri dell’artista solo una sorta di risposta allo stupro subito attraverso una violenza rappresentata.

No, come in quello di Caterina van Emessen, anche se attraverso una modalità diversa, in questo quadro si vede solo una rappresentazione intensa della consapevolezza, orgogliosa, di essere un’ artista. E quell’artista valorizza il suo esserne l’artefice. Ed è certo straordinario che siano state due donne a raggiungere un tale risultato. Il loro approccio rivoluzionario è dunque fondante nella definizione dell’autoritratto al lavoro.


 

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