Mille gru di carta contro la bomba atomica

Giappone, 6 agosto 1945: un bombardiere americano sganciava Little Boy, nome in codice della bomba atomica. Era la prima volta che un’arma nucleare veniva utilizzata in un conflitto. La bomba esplose a circa 600 metri sopra la città di Hiroshima, nel sud del Paese, radendola al suolo completamente. Tre giorni dopo, la stessa sorte colpì Nagasaki, uno dei maggiori porti del Giappone meridionale, con il lancio dell’ordigno Fat Man.

Questo brevissimo ripasso della conclusione della Seconda Guerra Mondiale è necessario per comprendere la storia di cui parleremo tra poco. Una sola tragica vicenda, quella della piccola Sadako Sasaki, che vuole però ricordarne molte altre: quelle di tutte le vittime delle due bombe atomiche. Giovani, anziani, uomini e donne, ma soprattutto bambini, le cui vite sono state spezzate senza che costoro avessero alcuna colpa.

Perché Hiroshima?

La scelta delle città non fu immediata, né casuale. Ciò a cui gli americani puntavano maggiormente erano gli effetti psicologici che il lancio delle bombe avrebbe provocato sul governo giapponese, che fino a quel momento si era rifiutato di arrendersi agli Alleati, nonostante la definitiva sconfitta della Germania nel maggio di quell’anno.

Hiroshima dopo il bombardamento.

Inoltre, era fondamentale offrire ai giapponesi – e al mondo intero – una dimostrazione tangibile della potenza militare americana. Per tale ragione, la città bersaglio doveva essere completamente integra. A questo punto, gli obiettivi disponibili rimanevano pochi, perché gli Alleati avevano già effettuato numerosi bombardamenti “classici” sull’isola, tra i quali quelli che colpirono Tokyo nel marzo del 1945. Questi ultimi ebbero effetti devastanti sia dal punto di vista delle vittime, sia degli enormi danni urbani e architettonici.

Inizialmente la scelta ricadde su Kyoto, che tuttavia venne risparmiata perché era un centro intellettuale prestigioso. Hiroshima aveva invece una grande importanza militare e industriale, ma nel complesso si trattava di una base minore, che si occupava prevalentemente del rifornimento per le forze armate e dello stoccaggio delle merci.

Tuttavia, Hiroshima (come Kyoto e Nagasaki) non era mai stata oggetto di bombardamenti, perché sorgeva accanto a un fiume, l’Ota, che rendeva poco efficace un attacco condotto con bombe incendiarie. La città era quindi perfetta per analizzare gli effetti della potentissima bomba. Il luogo dell’esplosione doveva essere il ponte sul fiume Ota, che si trovava al centro di Hiroshima, per poter infliggere il massimo danno.

Una bambina, tra le migliaia di vittime

Sadako Sasaki nel 1955

Nel 1945, Sadako Sasaki aveva solo due anni. Mentre si trovava in casa, la bomba esplose, a circa 1,7 km dalla sua abitazione: la piccola, scaraventata fuori dalla finestra per il violentissimo colpo d’aria, venne ritrovata dalla madre incredibilmente illesa. La bambina crebbe e si appassionò all’atletica; tuttavia, all’età di undici anni, mentre si allenava per una gara di corsa, Sadako ebbe improvvisamente un attacco di vertigini e svenne.

Era solo il primo dei numerosi sintomi che si manifestarono progressivamente sul suo corpo; in seguito, le venne diagnosticata una grave forma di leucemia, conseguenza delle radiazioni della bomba atomica a cui era stata esposta. Non era curabile. A partire dal febbraio del 1955, Sadako venne ricoverata in ospedale e sottoposta a continue trasfusioni.

La gru: un simbolo di rinascita

A quel punto, qualcuno le raccontò una leggenda tradizionale, secondo la quale chiunque fosse riuscito a realizzare mille gru di carta (in giapponese orizuru) avrebbe potuto esaudire un desiderio. Non si sa con certezza chi le abbia dato questo suggerimento: secondo alcuni si tratta della migliore amica, secondo altri del fratello. Ciò che conta è che Sadako decise di fare propria questa leggenda, cominciando a produrre origami nelle lunghe ore trascorse in ospedale.

Per quattordici mesi, la ragazzina realizzò gru di carta con ogni tipo di materiale. Pare avesse utilizzato addirittura le confezioni dei suoi farmaci e la carta da imballaggio dei regali degli altri pazienti! Certamente, Sadako non aveva un temperamento arrendevole. Fare origami richiede pazienza, tempo e cura. La costanza con cui la ragazzina continuò a realizzare le piccole gru fu ammirevole. Tuttavia, tale dedizione non risparmiò la sua vita: Sadako Sasaki morì il 25 ottobre 1955.

Molti si chiedono quanti origami avesse realizzato la bambina in quei lunghi mesi trascorsi in ospedale. Stando ad alcune fonti, pare che fosse effettivamente riuscita a realizzare mille gru. Secondo la versione riferita da Eleanor Coerr nel suo romanzo “Sadako and the Thousand Paper Cranes”, invece, la giovane giapponese ne avrebbe completate solo 644; le restanti 356 sarebbero state aggiunte in seguito dai suoi amici, per poi essere sepolte con lei.

In memoria

Furono proprio gli amici e i compagni di scuola di Sadako a voler tramandare la sua storia. Dopo la morte della ragazzina, riuscirono infatti a organizzare una raccolta fondi, coinvolgendo varie scuole del Paese nipponico, e con il denaro ricavato fecero costruire un monumento per ricordare Sadako e tutte le giovanissime vittime delle bomba atomica. Il memoriale è anche noto come Monumento alla pace dei bambini e si trova a Hiroshima, nel Parco della memoria della pace.

La parte centrale del monumento è costituita da una statua raffigurante Sadako, che sostiene una gru sospesa sopra la sua testa, e venne inaugurata nel 1958. Ai lati si trovano alcune figure che ricordano degli angeli, per richiamare l’innocenza dei bambini uccisi dalla bomba. Inoltre, alla base del monumento vi è una lastra di marmo nero, su cui è inciso in giapponese:

Questo è il nostro grido, questa è la nostra preghiera: per costruire la pace nel mondo.

Ancora oggi migliaia di visitatori di recano al memoriale e spesso qualcuno vi appende una gru di carta, per esprimere il desiderio di un mondo senza più bombe nucleari.

 

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