L’Espressionismo Astratto e i suoi 4 rivoluzionari protagonisti

Ogni corrente artistica radica la sua essenza nel periodo storico che le appartiene. E la Seconda Guerra Mondiale genera un terreno politico, sociale e culturale molto interessante. La fine del conflitto sconvolge infatti gli equilibri internazionali: alla guida del mondo occidentale si collocano gli Stati Uniti, che, oltre alla supremazia politica ed economica, detengono anche quella culturale. Ne consegue un passaggio della leadership artistica da Parigi, che aveva dominato l’epopea artistica di fine Ottocento e inizio Novecento, a New York. La Grande Mela diventa così il nuovo centro effervescente delle tendenze pittoriche del secondo dopoguerra.

Una nuova sensibilità artistica

Su tutte ne spicca una che la critica ha denominato “Espressionismo Astratto”. Una centrifuga di astrattismo, espressionismo e surrealismo, con al vertice una nuova consapevolezza artistica, che dopo gli orrori della Seconda Guerra Mondiale, si pone in prospettiva di un rapporto di maggior fiducia tra l’individuo e la società. Pur essendo un eterogeneo ventaglio di idee, l’impronta identificativa dell’Espressionismo Astratto si avvale di caratteristiche stilistiche comuni a tutti gli artisti portavoci.

La sua estetica si connota di una concezione bidimensionale dello spazio pittorico, accompagnata da un rifiuto della tradizione figurativa naturalistica.  Si aggiunge poi l’impiego del colore in chiave espressivo-psicologica, un elemento chiave della sua essenza. All’interno di questa tendenza si distinguono poi altri due filoni. Uno è l’Action Painting, di matrice gestuale, teso a strutturare l’immagine mediante libere pennellate sulla tela. L’altro è il Color Field Painting, incentrato sulla ricerca della pura astrazione, attraverso vaste campiture monocrome.

Si presentano di seguito gli esponenti principali sia del primo filone – Jackson Pollock e Willem De Kooning – che del secondo – Barnett Newman e Mark Rothko. Si tratta di personalità eccentriche che, sebbene condividano punti di riferimento e peculiarità artistiche, sono fautori di una ricerca estremamente autonoma e personale.

Jackson Pollock: l’origine dei Sand Paintings

Jackson Pollock si annovera tra i più noti esponenti dell’Action Painting che, tra gli anni Quaranta e Cinquanta del Novecento, ha contribuito a dare una svolta decisiva alla pittura americana (e non solo). Nato a Cody, nello stato di Wyoming, nel 1912, Pollock entra in contatto fin dall’adolescenza con la cultura dei nativi americani. I Sand Paintings dei Navajos – le cosiddette pitture di sabbia realizzate a scopo rituale sul suolo con sabbia, legno e pigmenti colorati – costituiscono un’importante fonte di ispirazione. Soprattutto per le sue opere eseguite collocando la tela direttamente sul pavimento. Così il nostro artista eclettico si appassiona presto allo stile dei messicani Rivera, Siqueiros e Orozco. Da questi eredita una potente espressività e un forte interesse per gli accesi contrasti cromatici.

Espressionismo Astratto
Jackson Pollock, The She Wolf (1943)

Alla passione per l’arte, Pollock affianca l’interesse per la filosofia, in particolare per il pensiero dello psicologo svizzero Gustav Jung, che aveva sviscerato i contenuti della psiche umana. Non sono rare le occasioni in cui Pollock dimostra questa profonda inclinazione per i temi ancestrali. Soggetto de La donna luna (1942) è infatti una figura femminile dal carattere primitivo, il cui volto mostra le sembianze di una maschera africana vista di profilo. La presenza di rudimentali graffiti policromi è poi un esplicito rimando alle culture tribali che tanto suscitano l’interesse dell’artista. Così come una preziosa testimonianza di un’attenta osservazione dei capolavori di Picasso, come Guernica o Ragazza allo specchio.

La rivoluzione del dripping

A segnare l’approdo al successo – e la sua affermazione a livello internazionale – è però la sperimentazione del dripping. Si tratta della tecnica del colore sgocciolato, con un pennello o direttamente dal barattolo, inventata da Max Ernst. E tale esperienza inserisce in un percorso di ricerca inteso come un procedimento finalizzato alla liberazione delle energie psichiche più profonde. Solo applicando il colore con la massima spontaneità, quindi, è possibile oltrepassare le limitazioni e i condizionamenti del pensiero razionale.

Intesa come una tecnica di riscatto dalla tradizione, di esplorazione e di estrema sperimentazione, il dripping è complice di una concezione inedita dello spazio pittorico. Prima, infatti, la tela era percepita come una superficie sul quale rappresentare un oggetto, reale o immaginario. Ora, invece, distesa sul pavimento, è teatro di una performance soggettiva e gestuale. Pollock elimina quindi ogni gerarchia nel dipinto e si immerge all’interno del quadro. Per la prima volta, il processo di creazione artistica assume la stessa importanza dell’opera stessa.

Ne è un chiaro esempio Numero 27, composizione realizzata lasciando sgocciolare il colore “a tutto campo”, con una sovrapposizione disomogenea delle tinte. Facendo tabula rasa dei dettami del codice pittorico convenzionale, la ricerca di Pollock raccoglie l’eredità delle avanguardie storiche. In particolare le sue ispirazioni vengono dall’Astrattismo e dall’Espressionismo, per offrirci la porta d’ingresso a un immaginario creativo originale e insolito.

Willem De Kooning: la cupa psiche che guida l’opera

Sembra che gli Action Painters abbiano una comune tendenza a far affiorare, attraverso la pittura, le forze inconsce più nascoste dell’individuo. Ed è il loro linguaggio, così energico e vigoroso, a guidare questi artisti nella liberazione delle pulsioni più profonde. La loro è una continua lotta con il pennello (o la spatola), con i colori e, probabilmente, anche con sé stessi.

Una battaglia artistica alla quale non si sottrae l’olandese Willem De Kooning, che sebbene guardi al contesto vivace e dinamico di New York per trarre ispirazione, resta per certi versi più vicino alla cultura artistica europea. Facendo tesoro delle sue origini olandesi, non trascura i capolavori di Van Gogh e di Ensor, con cui condivide quel senso d’angoscia insito nell’esistenza e la stringente necessità di esprimerlo.

Dopo una breve parentesi di matrice realista, il suo linguaggio artistico si evolve nella direzione dell’Espressionismo Astratto, diventandone uno dei massimi rappresentanti. Senza alcun disegno preparatorio, De Kooning riversa sulla tela quel turbine di pensieri che frulla senza freni nella sua mente. Ecco quindi che, con un’abile manipolazione di forme e colori, dà libera voce alla sua interiorità.

Espressionismo Astratto
Willem De Kooning, Woman I (1950-52)

Il legame controverso con le donne

Energiche pennellate frammentano l’immagine fino ai limiti dell’astrazione, in un’azione pittorica estremamente libera. Spesso però, il punto di partenza è un tema figurativo. Non è un caso, quindi, che nelle sue opere sia spesso presente la figura umana. Tra le serie di dipinti più discusse, ma allo stesso tempo più apprezzate dal pubblico, è sicuramente quella sulle donne, iniziata nel 1938. Questa sequenza di opera è indizio inconfutabile del suo rapporto travagliato con il genere femminile.

De Kooning, infatti, avverso a ogni tipo di legame affettivo e a qualsiasi forma di controllo, era convinto che le donne implicassero una serie di obblighi e che macchiassero le sigarette con il rossetto. Rappresentava quindi spesso donne primitive dall’aspetto grottesco, come in Woman 1 (1950-52). Qui, un forzato sorriso da copertina è avvolto da pennellate di colori accesi e contrastanti, sintomo di un immaginario agitato e convulso.

Le donne restano per molti anni un tema ricorrente della sua pittura. Fino agli anni Sessanta, infatti, De Kooning dipingerà nudi femminili dalla figurazione scomposta e fluida, in totale sinergia con il paesaggio che le avvolge. Il tema figurativo si riduce progressivamente con l’avanzare dell’Alzheimer, che gli viene diagnosticato negli ultimi anni della sua vita. Una riduzione del tratto, accompagnato da tonalità tenui, evoca storie e pensieri lontani, frutto dei vaneggiamenti della sua immaginazione.

Barnett Newman

Tra gli anni Quaranta e Cinquanta, accanto alla Action Painting, si sviluppa la Color Field Painting. Gli artisti di questa tendenza mantengono le distanze dalla tradizione figurativa, prediligendo una pittura priva di ogni significato descrittivo. Si distinguono, però, per un carattere maggiormente riflessivo e meditativo, che trova efficacemente espressione in grandi campiture, tendenzialmente monocrome. Ciò che cercano è un rapporto di pura contemplazione con l’opera, che può caricarsi di una connotazione spirituale. Come nei grandi pannelli realizzati con campiture piatte di Barnett Newman.

Magia e filosofia trasposte su liberatorie campiture

Le implicazioni magico-religiose che emergono nelle opere di Newman si devono alla sua passione per la filosofia e per le culture artistiche primitive. Da qui deriva il suo interesse per un linguaggio plastico votato all’astrazione. Per un’arte, quindi, in grado di esprimere attraverso forme astratte il mistero dell’uomo e della natura. Così, la ricerca di una pittura dalla forte interiorità lo spinge a purificare le sue opere, eliminando ogni elemento – linea, volume, luce – che non sia il puro colore.

Newman – come Pollock, De Kooning e, vedremo, anche Rothko – è sensibile testimone degli orrori della Seconda Guerra Mondiale, davanti ai quali non rimane indifferente. E proprio nella pittura trova il suo sfogo liberatorio. Questo, senza regole né limitazioni, diventa un universo trascendente nel quale rifugiarsi per ritrovare sé stesso. Le pennellate intense, stese sulla tela, lo aiutano quindi a ritrovare quell’identità lesa dal dramma delle vicende storiche più recenti. E tale ispirazione lo induce a scrivere un nuovo linguaggio compositivo, interamente incentrato sul colore e sulle sue potenzialità espressive.

Barnett Newman, Vir Heroicus Sublimis (1951-1952)

Un infinito cromatico spirituale e contemplativo

Questo atteggiamento minimalista, che si sposa perfettamente con quella ricerca di spiritualità che anima la sua pittura, è accentuato dall’uso di tele dalle dimensioni monumentali. La loro grandiosità invita l’osservatore a vivere un’esperienza di pura contemplazione e di estraniamento. Lo spettatore entra così in una nuova dimensione, quella trascendentale e sublime.

Lo avvertiamo nell’opera Vir heroicus sublimis (1950-51), dove l’intera superficie della tela coincide con un enorme campitura rossa, interrotta solo da quattro linee verticali di diversi colori e spessore. Attraverso una spinta riflessiva inedita e avanguardista, Newman si pone un originale interprete del concetto di sublime. Trasforma così l’opera d’arte in un cosmo illimitato ma controllatissimo, depurato da qualsivoglia forma di casualità o irrazionalità.

Mark Rothko

Tra i protagonisti del versante più lirico ed emotivo dell’Espressionismo Astratto affiora Mark Rothko. All’impetuosa e istintiva gestualità degli action painters, Rothko predilige una pittura in cui il colore diviene fonte di una sensibilità acuta e profonda. Un colore “a tutto campo” (color-field), quindi, che sfiora la realtà mistica. I suoi quadri, perciò, non raccontano un’esperienza o un evento, in quanto sono essi stessi veicolo di un’esperienza percettiva ed emotiva grazie alla potenza evocativa del colore.

Il protagonismo dello spettatore

La chiave per capire le opere di Rothko è lo sguardo attento dell’osservatore, che gli consente di entrare in intimo contatto con il dipinto. L’immensità della tela e il sapiente gioco cromatico su essa orchestrato sono motivo di attrazione per la vista, che si immerge nella composizione. Lo spettatore diventa così protagonista assoluto di un viaggio nella creazione artistica. Così spiega l’artista:

Probabilmente ci sono ancora così tante annotazioni che riescono a spiegare i nostri dipinti. La loro spiegazione deve sorgere da una profonda esperienza tra immagine e osservatore. L’apprezzamento dell’arte è un vero matrimonio di sensi. E come in un matrimonio, se non viene consumato, si giunge all’annullamento.

Mark Rothko, Senza titolo.

In Senza titolo, per esempio, l’alta temperatura dei rettangoli arancioni – dalle sembianze di lava incandescente – si scontra con l’opacità della fascia nera, che richiama l’immensità delle tenebre. Sulla scia di un meditato rapporto tra luminosità ed estensione delle tinte, a delimitare i rettangoli non sono linee spesse e decise, ma, al contrario, contorni morbidi e incerti. Questi, sciogliendosi nelle stesse superfici, evocano una coinvolgente vibrazione spaziale. Ed è chiaro che la diretta partecipazione dell’osservatore nell’opera è intrinsecamente legata alla sua posizione, che il pittore immagina a una distanza non superiore di cinquanta metri dalla tela.

Gli ambasciatori della sensibilità del colore

Così gli esponenti dell’Espressionismo Astratto diventano ambasciatori di una nuova sensibilità visiva e artistica, che fa leva sulla potenza comunicativa del colore. Attraverso poliedriche modalità espressive, ogni pittore dà voce a una sensibilità ambiziosa e personale, mettendo in luce il valore espressivo dei cromatismi.

Mentre la pittura di Pollock e De Kooning è frutto di un gesto impulsivo e liberatorio, la ricerca di Rothko parte da un percorso interiore. Si tratta di un legame che condivide con l’osservatore attraverso la forza del colore, che si eleva ad esclusivo mezzo di comunicazione dell’energia individuale interiore. A differenza di Newman, però, le campiture non si presentano uniformi e compatte, ma sono vivacizzate da dissolvenze e giochi di velature. Così i loro pensieri si avvicinano in una comunione artistica, liberata però nelle più personali componenti.


FONTI

G. Bora, G. Fiaccadori, A. Negri, I luoghi dell’arte, vol. 5, Mondadori, Milano, 2010.

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