“Chronology”, un “Gone Girl” in salsa indipendente

Amore e morte, come spesso capita nell’arte, tendono ad intrecciarsi nella vita di uomini e donne. Questa connessione tanto romantica quanto da brividi, se osservata con attenzione, è la strada che Chronology, il thriller del regista Ali Aydin, ci porta a seguire una volta seduti in sala.

Che fine ha fatto Nihal?

La sparizione di Nihal, moglie di Hakan, è il motore della vicenda: poco dopo aver comunicato al marito il fallimento della terapia di fertilità a cui si era sottoposta per poter rimanere incinta, di lei non si hanno più notizie.

Dov’è finita Nihal? È fuggita o è stata rapita? Queste domande assillano la mente del giovane Hakan e lo pongono sotto l’occhio della polizia, che non può non sospettare di lui. Inizia così una ricerca estenuante nella vita di una donna comune che sembra non avere segreti. Scavare nel suo passato o nella sua intimità sarà come andare a tentoni nel buio e non porterà a nulla se non all’inevitabile constatazione di una profonda e dilaniante solitudine. L’indagine che viviamo a tratti non relaziona più con la realtà e trascina Hakan a fare i conti con i propri mostri.

L’assassino nello specchio

Lo sviluppo oscuro del protagonista prende poi il sopravvento sulla ricerca di Nihal. Hakan col passare dei minuti mostra sempre più crepe in quella maschera di calma e convinzione che ne nasconde il volto in pubblico e con l’aggressione a Cengiz, amico di vecchia data della donna e ultima persona ad averla vista, fa emergere il proprio lato violento.

Scarafaggi marciano sulle pareti e cadaveri si animano in una vasca da bagno, teatro del più atroce dei delitti. Il regista inserisce elementi orrorifici, di ispirazione quasi “Argentiana”, per rafforzare l’impatto visivo e ansiogeno della storia, un climax per preparare lo spettatore alla cruda rivelazione finale.

Negli ultimi minuti della pellicola si ha quindi la conferma a quelli che, con il susseguirsi degli eventi, erano diventati più che sospetti: è stato proprio Hakan a uccidere la moglie in un impeto di rabbia durante una discussione in camera da letto. Questa è senza dubbio la scena madre della pellicola: l’uomo mostra tutta l’aridità del suo cuore nei confronti della povera Nihal, lasciandola a terra morente a seguito di un violentissimo pugno e tornando, come se nulla fosse, al suo lavoro, alla sua sedia e al suo computer.

Una storia tristemente nota

Questa freddezza agghiacciante nello strappare la vita, che vorremo fosse pura fantasia ma che tristemente anima le pagine di cronaca nera, è ciò che più terrorizza lo spettatore. Hakan farà a pezzi il corpo della moglie e lo nasconderà senza rimorsi nel bosco, eppure questo elemento quasi non regge il paragone con la crudeltà di quel pugno. Un gesto terribilmente semplice e ancora troppo quotidiano nella vita di molte donne, ingiustamente punite per aver cercato un attimo di libertà dalla propria prigione.

Il film mostra senza dubbio una ricercatezza delle atmosfere, un desiderio di trascinare lo spettatore in un vortice di violenza psicologica che fa leva sul sessismo e su un rapporto matrimoniale e affettivo ancora succube di un retaggio patriarcale duro a morire. Hakan, con la sua ostentazione di controllo e la gestualità forzatamente pacata, diviene l’incarnazione dell’orco che impone la minaccia come deterrente alla felicità della moglie. La sua colpevolezza fin da subito è più che un sospetto, proprio perché la sua immagine è una fotografia da brividi di tanti mostri che vivono accanto a noi.

Come Fincher… O forse no.

Ali Aydin tesse un rocambolesco gioco di timeline che oscilla tra passato e presente senza dare punti di riferimento, un espediente molto vicino a quello visto in Gone Girl – L’amore bugiardo di David Fincher, a cui il film strizza l’occhio, forse troppo, anche per la trama. La capacità dietro la macchina da presa è tuttavia degna di nota. Il regista crea interessanti giochi di prospettive tra gli elementi in scena e riesce a enfatizzare i momenti più importanti esaltandone il pathos.

I molti pregevoli dettagli che Aydin compone, con evidente tecnica, davanti ai nostri occhi, tendono però a perdersi a causa di una dilatazione dei tempi filmici eccessiva. La pellicola si prende delle grandi pause nello sviluppo narrativo creando di conseguenza una perdita di suspense che mina l’attenzione e la curiosità di chi è seduto in sala. L’attesa della rivelazione finale si trascina stanca dietro una serie di eventi che non portano avanti la trama, bensì aggiungono momenti e dialoghi ridondanti e prolissi, tagliando irrimediabilmente il sottile filo di tensione tessuto così meticolosamente dall’autore.

Qualcosa da migliorare

Chronology è un opera indipendente con una notevole attenzione ai dettagli, che fa leva su una tematica purtroppo tristemente attuale, trattata senza filtri, con la crudezza che le appartiene. L’atmosfera thriller è senza dubbio ricercata e ispirata positivamente dai capisaldi del genere. Tuttavia, la sua apprezzabilità estetica è vittima di una sceneggiatura a tratti debole e di una durata forse eccessiva, che andrebbe rivista per non rovinare il climax della narrazione.

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