Superlega, sport e aziende: la mano della finanza sul mondo del pallone

Lo sport, teoricamente, è uno dei mezzi che permette agli uomini e alle donne di competere, a parità di condizioni, per un fine ben preciso: vincere. Lo sport, da sempre, è sinonimo di inclusione e meritocrazia. Tutti, partendo dallo stesso livello, attraverso un percorso di lavoro e abnegazione, possono raggiungere qualsiasi obiettivo.

Il calcio oggi

Il calcio di oggi, nel mondo occidentale, è uno sport che coinvolge non solo chi lo pratica, ma rappresenta anche un fenomeno globale capace di raggiungere milioni di persone. I social, internet e innumerevoli tv private sono stati i mezzi che hanno fatto diventare il calcio la disciplina con il maggior seguito al mondo. Tutto questo ha avuto inevitabilmente delle conseguenze.

Le squadre di calcio sono diventate aziende quotate in borsa, con relative speculazioni finanziarie. Le classi dirigenziali di tutti i team calcistici hanno iniziato a trascurare il piano sportivo per diventare maggiormente competitivi sul piano economico e finanziario. Così, numerosi club europei sono stati ceduti a fondi privati ricchissimi, che hanno reso le loro squadre delle vere potenze economiche e sportive.

In Italia possiamo citare gli esempi della Juventus, gestita dal fondo olandese Exor, il Milan del fondo americano Elliot e l’Interazionale, appartenente al gruppo cinese Suning (forse prossimo alla cessione). La platea si allarga visibilmente se prendiamo in considerazione anche i campionati esteri quali la Ligue 1 (Francia) e la Premier League (Regno Unito).

Questi fondi, spesso e volentieri, hanno fatto ricorso all’indebitamento, che è difficile da sanare se non si raggiungono in tempi brevi dei traguardi importanti. Né le leghe calcio nazionali, né le associazioni internazionali sono mai intervenute per mettere un freno a questa politica che stava inevitabilmente “drogando” le varie competizioni.

Ad una situazione già così precaria, si è aggiunta la crisi generata dalla pandemia, che ha fatto crollare gli introiti di tutti i club che hanno fatto nuovamente ricorso al debito. La soluzione a tutto questo, in compenso, sembrerebbe esistere ed è già stata trovata: si chiama Superlega, ed è stata ideata dall’elite del calcio euproeo.

Questa rappresenta la negazione dello sport, quello inteso come competizione tra persone. Giù la maschera: ora conta solo la capacità potenziale di fare piu profitto, aldilà dei meriti sportivi. Quelli guadagnati attraverso i fatti, sul campo.

Il nuovo format

La Superlega sarebbe una competizione privata tra i club più blasonati del vecchio continente, fuori dalle leggi di FIFA, Uefa e di ogni federazione nazionale. Alle quindici squadre che entreranno di diritto a far parte del torneo, se ne aggiungerebbero altre cinque che per vari motivi riceveranno l’invito da parte della Superlega.

A finanziare il progetto sarebbe stato, secondo alcune indiscrezioni, JP Morgan: uno dei principali istituti di credito a livello mondiale. La banca sarebbe pronta ad erogare svariati miliardi di euro per investimenti nelle infrastrutture e per sanare le pesanti passività di bilancio dei Club causate dagli effetti dalla pandemia.

Il marketing sostituisce il dribbling

Il football si allontanerebbe così dal popolo, diventando presto una faccenda per pochi eletti: coloro che accetteranno le regole del business e della finanza.

Una doccia fredda per quei tifosi che hanno ancora negli occhi l’impresa del Cagliari scudettato del 1970 o, per i più giovani, il titolo del neo-promosso Leicester del 2016. Quando meno te lo aspetti, Davide batte Golia e accende la passione di milioni di persone estasiate dall’arte dell’imprevisto.

Ma tutto sta cambiando, fin troppo velocemente. Mai avremmo pensato di dover vedere nascere un torneo a numero chiuso, dove i club verranno sommersi di denaro e parteciperanno non per meriti sportivi. Se così fosse, anche nel mondo del pallone la meritocrazia scomparirebbe definitivamente.

C’è chi dice no

Eloquente la risposta dei tifosi dei top club e non, quasi tutti contrari a questa nuova formula elitaria. Striscioni i cartelli sono stati affissi fuori dagli stadi per manifestare il forte dissenso. Anche all’esterno dell’Old Trafford, l’impianto del Manchester United, i supporters inglesi hanno espresso la loro contrarietà esponendo un cartello che recitava così:

Creato dai poveri, rubato dai ricchi.

Parafrasando queste parole, è possibile comprendere il sentimento che in questo momento accomuna non solo i tifosi, ma tutti gli appassionati di questo sport.

L’operazione Superlega vuole creare un olimpo al quale molti club non potranno neanche accedere. Chi è ricco, lo diventerà sempre di più, lasciando in ruolo di comparsa a chi, per blasone e possibilità, non può permettersi certi palcoscenici. Tralasciando qualsiasi discorso legato al romanticismo, non poter competere per raggiungere determinati obiettivi è il messaggio più sbagliato da veicolare ai più giovani.

Come è andata a finire

Le dichiarazioni si succedono. Forse nessuno si aspettava una presa di posizione cosa dura contro la Superlega, espressa anche dal Primo Ministro inglese, Boris Johnson, che si è schierato contro il progetto arrivando a minacciare una nuova legislazione per penalizzare i club in questione.
Non poteva mancare una forte reazione della Uefa, il vero obiettivo da colpire per la Superlega. Il suo presidente, Ceferin, ha rilasciato più dichiarazioni nelle quali mostrava tutto il suo disappunto. Ha fatto sapere di essere pronto a qualsiasi cosa per fermare il progetto Superleague: escludere le squadre dai campionati e vietare ai calciatori di rapprentare le proprie nazionali sono solo le prime mosse per tutelare la Uefa e salvaguardare quel poco di moralità che è rimasta del calcio.
Tutto questo in 48 ore, il tempo che è servito ai primi club per capire la nefandezza del progetto e, di conseguenza, autoescludersi.
Manchester City e Arsenal sono stati i primi club a tirarsi indietro, chiedendo anche scusa ai tifosi. Una fine ingloriosa per un piano annunciato in pompa magna in nome del dio denaro. Ma, la sconfitta vera, è stata anche solo aver ipotizzato di creare ad hoc una competizione da ricchi, per i ricchi. Il tutto per scappare dai debiti creati da loro stessi. Questo non è calcio, uno sport nato per la strada, portatore di quei valori che i signori del calcio europeo sembrano non rappresentare più.
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