Duque

Colombia: dalle proteste contro la riforma fiscale nasce un processo a Duque

È mercoledì 28 aprile e in Colombia, nelle principali città, una fetta variegata della popolazione scende in piazza. Ci sono soprattutto cittadini che hanno perso il lavoro in questo lungo anno, giovani disoccupati, ma anche intere famiglie: gli strati più poveri della popolazione. Ma questo è solo l’inizio, perché oggi, a distanza di più di dieci giorni, in Colombia si protesta ancora.

La causa scatenante

DuqueLa protesta di quel 28 aprile nasce come moto di risposta alle prime indiscrezioni che trapelano riguardo la riforma fiscale che l’attuale Presidente della Repubblica, Iván Duque Márquez, vorrebbe portare all’esame del Congresso. Si tratta di una riforma che ha elaborato con l’aiuto di diversi e importanti economisti, con il preciso scopo di rimettere in carreggiata un Paese come la Colombia che, a causa della pandemia, ha visto calare del 6,8% il suo Prodotto Interno Lordo, schizzare al 16,8% il tasso di disoccupazione e al 42,2% quello di povertà (con un aumento del 7%). 2,8 milioni di persone vivono con meno di 145 mila pesos al mese (circa 32 euro).

La riforma, consigliata a Duque per aumentare le entrate e garantire maggiore libertà di azione al Governo, prevedeva sostanzialmente la rimozione di tutte le esenzioni per l’imposta sullo scambio di beni e servizi, equivalente alla nostra IVA, e un abbassamento della soglia di esenzione per il pagamento delle imposte sul reddito. A essere colpite in maniera più sostanziosa dall’innalzamento delle tasse, secondo la maggior parte dei critici, sarebbero state proprio le fasce medio-basse della popolazione, già messe a dura prova nel difficile contesto della pandemia da CoVid-19.

Il presidente Duque ha visto sotto i propri occhi nascere una grande protesta popolare, che via via si è rinforzata e ampliata, spargendosi da Bogotà, la capitale, in tutte le regioni del Paese. Circa l’80% della popolazione colombiana si è detta contraria a una simile riforma fiscale e anche i partiti alleati di Governo hanno voltato le spalle a Duque. Dopo cinque giorni di proteste, il 2 maggio, il Presidente ha ritirato la proposta di riforma e spinto alle dimissioni il ministro delle Finanze, primo ideatore del disegno di legge, Alberto Carrasquilla.

La riforma non si farà, ma le proteste continuano

Duque ha commesso un ultimo errore: ha chiesto l’intervento delle forze dell’ordine. Ha infatti parlato della “minaccia (…) di un’organizzazione criminale, che si nasconde dietro legittime aspirazioni sociali e mira a destabilizzare la società, generando terrore”, spingendo i militari a intervenire. Il bilancio, di quei primi giorni è abbastanza impressionante: solo il 28 aprile sono 67 i feriti tra i civili e 75 tra le forze dell’ordine. I numeri continuano a crescere e il 2 maggio, con l’annuncio del ritiro della riforma, i feriti arrivano a toccare quota 300 e ci sono già alcune vittime.

Ecco che allora chi sino a quel momento non era sceso in piazza, forse per timore o forse perché non direttamente colpito dalla possibile riforma, prepara striscioni, imbraccia i megafoni e popola le strade anche delle città più periferiche. “Non si tratta più solo della riforma fiscale – dice un’insegnante di 28 anni – tutto questo è legato alla corruzione, alle disuguaglianze e alla povertà. E noi giovani siamo davvero stanchi di tutto questo”.

A essere in discussione non è una singola riforma e non sono nemmeno le distinte proposte che il Governo o Duque portano al Parlamento, ma è l’intera gestione della crisi economico-sanitaria e forse addirittura l’intera ideologia alla sua base. Duque ha visto scendere il suo consenso fino al 33%, ben il 20% in meno rispetto a quando era stato eletto nel 2018.

Quell’anno vinse contro Gustavo Petro, figura controversa della sinistra colombiana, legato in passato al gruppo di guerriglieri M-19: è proprio Petro a crescere nei sondaggi e molti scommettono già su una sua vittoria nelle prossime elezioni del 2022. Duque non potrà ricandidarsi, poiché è vietato farlo dopo aver ricoperto un mandato, ma difficilmente il suo partito sarà in grado di recuperare consensi.

La violenza a Cali

Molti affermano che la figura di Petro non ottenne nel 2018 i consensi sperati a causa della sua vicinanza a un mondo visto come emblema della violenza. Ed è proprio quella stessa violenza che sta condannando Duque all’odio da parte dei colombiani.

Le repressioni nei confronti dei manifestanti sono state particolarmente dure sin dall’inizio delle proteste, in particolare a Cali, la terza città più grande del Paese, nella zona occidentale. Lì un poliziotto, il 28 aprile, ha sparato a un giovane ragazzo di 17 anni che stava manifestando; la notte del 2 maggio un altro agente ha ucciso con un colpo alla testa un giovane di 22 anni che stava filmando le proteste. “All’inizio pensavo che la polizia stesse usando proiettili di gomma, invece erano armi da fuoco. Il ragazzo è morto ai nostri piedi, davanti a venti o trenta persone che cercavano di aiutarlo. Lo abbiamo visto agonizzare” dice un uomo, presente sul posto.

La città di Cali è stata posta letteralmente sotto assedio da parte delle forze dell’ordine, tanto che i rifornimenti aerei e terrestri sono bloccati. Il cibo e la benzina iniziano a scarseggiare, il prezzo dei prodotti di uso quotidiano è schizzato alle stelle e diversi sono stati i negozi e le banche rapinate da chi non sapeva più come sostentarsi.

Vittime a Bogotà, ma il Governo non arretra

Il 4 maggio anche la capitale, Bogotà, ha vissuto momenti di paura e di violenza: trenta i civili feriti e sedici i membri delle forze dell’ordine. Le immagini e i video parlano chiaro, in molti casi la responsabilità degli agenti di polizia è evidente e le morti potevano essere evitate. Dopo il 3 maggio i feriti sono stati ancora circa 300, con il conteggio totale che supera i 600 (140 dei quali solo il 4 maggio).

“Una cosa importante è che ci sono molte persone ferite, la maggior parte delle quali agenti di polizia. Alcuni sono anche in terapia intensiva e in condizioni gravi” dice la vicepresidente del governo, Marta Lucía Ramírez, al quotidiano «El Pais». Il Governo non fa alcun passo indietro e anzi le altre forze della maggioranza chiedono al Presidente di invocare lo stato di assedio, perché l’esecutivo possa avere maggiori poteri e intervenire radicalmente, se possibile anche con maggior violenza.

È sempre la vicepresidente ad assicurare che il Governo vuole “dare una possibilità [di esprimersi] alla popolazione” ed è per questo motivo che, nei giorni successivi il ritiro della riforma fiscale, il presidente Duque ha incontrato alcuni rappresentanti dei tribunali, delle forze parlamentari e di altri enti governativi, ma nessuna rappresentanza dei manifestanti e nessuna associazione legata alle fasce più deboli della società.

Il rischio del contagio

La situazione non è risolta, questo purtroppo è chiaro. I numeri delle vittime (attualmente 24) e dei feriti (confermati oltre 700) sono destinati, presumibilmente a salire. Jorge Restrepo, professore all’Università Javeriana e direttore del Resource Center for Conflict Analysis, sostiene che:

La gente si stancherà di protestare. Il Governo aprirà tanti fronti di logoramento, con i giovani, con gli agricoltori, con i camionisti, con l’opposizione. La divisione naturale della sinistra giocherà a suo favore. Ci sono così tante proteste, emozioni e sentimenti che finiranno per essere tutte insoddisfatte.

Duque è chiamato ora a convincere il popolo colombiano a tornare nelle proprie case, con una strategia di logoramento, o forse con una vera e chiara apertura al dialogo anche con i manifestanti. Di certo sono molto preoccupati i Paesi che con la Colombia confinano, i quali temono il contagio.

In questo caso no, non si tratta del contagio connesso alla pandemia, o meglio, non del contagio legato alla diffusione del virus. Le manifestazioni possono essere lette anche come la continuazione di quel movimento di proteste che travolse l’America Latina alla fine del 2019, partendo dalla Bolivia e passando per il Cile fino al Nicaragua. Ora si teme che l’ondata possa ripetersi, portando a disordini e scontri in una zona del mondo che è socialmente ed economicamente in crisi in maniera molto pesante.

Il governo colombiano, e in particolare il presidente Duque, si trova a maneggiare un cocktail esplosivo molto pericoloso, che potrebbe da un momento all’altro esplodere in una maniera ancora più violenta rispetto a quella mostrata sino ad ora. Gli organismi internazionali, su tutti ONU e Unione Europea, nonché gli Stati Uniti, si sono detti molto preoccupati dalla situazione colombiana, ma sembra molto difficile che possano pensare di intervenire, quindi non resta altro che affidarsi alla ragionevolezza del Presidente, o forse dei manifestanti.

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