Religione a scuola: cosa è cambiato e cosa dovrebbe cambiare

È cosa nota che, ad oggi, la laicizzazione della società sia diventata in molti casi la norma tra le generazioni più giovani.

In Italia, il Paese che ospita il nucleo della religione cattolica, ossia il Vaticano, la frequentazione di oratori, chiese o altri ambiti legati alla Chiesa sopravvive spesso come abitudine, più che come inclinazione personale. Inoltre, sebbene l’insegnamento della religione in ambito scolastico sia finalizzato (almeno in teoria) all’educazione degli studenti e non al loro indottrinamento, spesso e volentieri le ore dedicategli finiscono per concentrarsi sull’esclusiva religione cattolica, ignorando o trattando solo sommariamente le altre religioni del mondo.

Proprio contro le aspettative che una simile situazione potrebbe creare, gli italiani sorprendono le comunità di fedeli sparse nel mondo rivelandosi, a volte, un popolo non particolarmente osservante e, anzi, piuttosto disinibito.

L’IRC: un cenno storico

L’IRC (Insegnamento della Religione Cattolica), ha origine nel XIX secolo. È infatti nel 1859 che l’allora Ministro della Pubblica Istruzione Gabrio Casati introduce nel Regno di Sardegna la legge n. 3725, sancendo così tra la rosa di discipline oggetto di istruzione pubblica anche la presenza della religione cattolica, obbligatoria per i primi due anni di scuola elementare e impartita dal maestro unico (nelle scuole secondarie, invece, a occuparsi di questa disciplina sarebbe stato il cosiddetto “direttore spirituale”).

Più tardi, il 24 giugno 1860, il regio decreto n. 4151 viene istituito per regolare l’IRC nelle scuole magistrali, diventato obbligatorio, in quanto queste scuole avrebbero formato i futuri insegnanti. Contemporaneamente, l’istruzione di principi contrari alla religione cattolica viene espressamente vietata anche in ambito universitario. Ancora, nel 1861 l’IRC si trova uno spazio nell’educazione pubblica con l’obbligatorietà di esami scritti e orali riguardanti il catechismo e la storia sacra.

Solo con la presa di Roma nel 1870 si ha un’inversione di rotta: il declino della Chiesa in ambito politico fa sì che anche in ambito scolastico essa perda di rilevanza. Per questo motivo, il 29 settembre 1870 (pochi giorni dopo la Breccia di Porta Pia), Cesare Correnti, Ministro della Pubblica Istruzione, stabilisce che l’IRC diventi una scelta di esclusiva pertinenza genitoriale e, poco più avanti, sulla stessa linea, vengono abolite le facoltà teologiche e la figura del direttore spirituale, per arrivare, nel 1888, all’effettiva soppressione dell’IRC. In seguito a queste decisioni, la scelta predominante rimane quella di lasciare l’ora di religione, rendendola però facoltativa.

Un’inversione di tendenza si ha però durante il periodo fascista: dapprima (nel 1923) viene reintrodotta l’obbligatorietà dell’IRC nelle scuole elementari, poi, dopo l’entrata in vigore dei Patti Lateranensi (1929), anche in quelle medie e superiori.

Solo nel 1984 si ritorna a una maggiore libertà di scelta, tenendo tuttavia sempre presente che

La Repubblica italiana, riconoscendo il valore della cultura religiosa e tenendo conto che i principi del cattolicesimo fanno parte del patrimonio storico del popolo italiano, continuerà ad assicurare, nel quadro delle finalità della scuola, l’insegnamento della religione cattolica nelle scuole pubbliche non universitarie di ogni ordine e grado

Uno strumento potente, dunque, la religione, utilizzato tanto dalla Chiesa, tanto dallo Stato, ogni qualvolta il gioco politico lo abbia permesso. Sebbene ad oggi lo Stato italiano sia di fatto uno Stato laico e le religioni presenti sul territorio siano innumerevoli, il cattolicesimo rimane, come allora, la dottrina più professata.

L’Italia e la secolarizzazione: i dati dell’ora di religione a scuola

Nonostante il forte legame tra Stato italiano e Chiesa cattolica sussista ancora oggi, è curioso come negli ultimi anni sempre più giovani italiani abbiano smesso di frequentare l’ora di religione nelle scuole: nel 2016 è stato rilevato che la percentuale di studenti che rinunciano a queste lezioni è raddoppiato in poco più di una quindicina di anni, passando dal 6,6% del 1998 al 12,2%, con la concentrazione del fenomeno nella zona nord del Paese, in cui a rinunciare è uno studente su cinque.

Nel Meridione invece la situazione è rimasta pressoché invariata, e qualche raro caso si manifesta con il crescere dell’età: questa sembrerebbe una tendenza comune a tutta la penisola, in quanto la decisione sembra verificarsi il più delle volte negli istituti superiori (circa il 18%), soprattutto tecnici (19,4%) e professionali (23,1%), ma meno nei licei (15,6%).

I limiti del conservatorismo educativo-religioso al giorno d’oggi

Che si tratti di secolarizzazione o di un’evoluzione sociale determinata dall’aumento dellaReligione a scuola presenza di stranieri nel territorio, va riconosciuta la necessità di un cambiamento.

Un’istituzione antica come la Chiesa, che si potrebbe forse riconoscere come l’istituzione per eccellenza, ha bisogno di adattarsi ai tempi che corrono come ogni altra materia insegnata a scuola.

La metodologia e i contenuti potrebbero quindi essere rivisti così da permettere anche ai più giovani di affrontare una “materia” secolare come questa da una prospettiva più vicina alla loro. Sebbene i più ligi storceranno il naso, negare la possibilità di un cambiamento potrebbe rivelarsi la rovina stessa dell’educazione religiosa in ambito scolastico.

Un altro dettaglio interessante è che le lezioni di religione vengono spesso impartite anche a studenti stranieri di diversa religione, che si vedono quindi esclusi sul piano culturale. Sebbene sia legittimo desiderare che sia la religione di un Paese ad essere spiegata a scuola, ignorare la presenza di cittadini di appartenenza culturale diversa può risultare limitativo.

Dan Dennett: come incoraggiare la tolleranza religiosa tra i giovani

A tal proposito, Dan Dennett, filosofo e scienziato cognitivo, in una delle sue opere ha avanzato l’ipotesi secondo la quale l’insegnamento della religione a scuola è uno strumento più che utile a diffondere la tolleranza religiosa tra i giovani, se il metodo utilizzato si attiene alla più rigorosa fattualità. Non se ne descriveranno più gli aspetti astratti, ma quelli più concreti come i principi, i simboli, le proibizioni, la musica, le regole e le usanze che la determinano, facendo di essa una materia a tutti gli effetti.

Altrettanto efficace dal punto di vista sociale, secondo Dennett, potrebbe essere l’inserimento nel programma scolastico dello studio di tutte le religioni del mondo, così da tracciare un profilo generale e obiettivo delle culture religiose mondiali e al tempo stesso offrire alle nuove generazioni uno sguardo meno soggettivo da cui osservare ciò che è Diverso.

Un simile tipo di insegnamento della religione scuola aderirebbe perfettamente al modello di stato democratico, in quanto, come afferma Dennett:

Democracy depends on informed consent. This is the way we treat people as responsible adults … You may teach them [the children] whatever creed you think is most important, but I say you have the responsibility to let them be informed about all the other creeds in the world, too.

I fatti, l’informazione e una base di conoscenza ampliata costituirebbero dunque i cardini di una nuova e ipotetica “ora di religione”, che per coinvolgere i giovani studenti rinuncerebbe al suo dogmatismo indiscusso e aprirebbe le porte (anche a se stessa) a una più moderna inclusività culturale.

La via del compromesso: la religione a scuola dovrebbe incuriosire e coinvolgere

Se, da un lato, quest’apertura significherebbe per molti intaccare la purezza di una determinata fede e pregiudicarne la natura, in quanto spiegare una religione senza ricorrere al suo lato spirituale porterebbe di fatto a tramutarla in qualcosa che non è, dall’altro, l’osservazione e la comprensione di questa attraverso uno sguardo meno coinvolto permetterebbe a chiunque di studiarla senza preconcetti. Se l’obiettivo della scuola è davvero quello di combattere l’ignoranza, nessun’idea più di questa permetterebbe di farlo.

Le motivazioni per sostenere una svolta in questo campo sono dunque tante, mentre i motivi contrari sono, al momento, gli stessi che potrebbero portare questa sorta di “disciplina” scolastica alla rovina.

La via giusta potrebbe essere, ancora una volta, il compromesso: un accordo che preservi la fede di un Paese, ma che non escluda i suoi cittadini di appartenenza culturale diversa, un accordo che non stravolga un’istituzione antica di secoli, ma che sappia incuriosire e coinvolgere anche i più giovani. Del resto, una fede senza fedeli non ha ragione di esserci.

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