Il Deserto dei Tartari – Raccontare la fuga del tempo

Tutto là dentro era una rinuncia, ma per chi, per quale misterioso bene?

Il deserto dei tartari, pubblicato nel 1940, è il più celebre romanzo di Dino Buzzati (1906-1972). Lo scrittore bellunese trasse l’ispirazione per la sua opera dalla monotona routine del mestiere di giornalista che lo imprigionò alla scrivania per diversi anni, a partire dal 1928, nel suo lavoro per il Corriere della Sera. Infatti, Il deserto dei tartari è un romanzo che si pone esplicitamente come riflessione sulla solitudine, sull’isolamento, e soprattutto sullo scorrere inesorabile del tempo. Perciò, forse, può essere utile rileggere proprio oggi (nel periodo della pandemia che ci ha isolati e costretti a cambiare almeno in parte la nostra forma di vita) questo classico della letteratura italiana.

Il deserto dei tartari

La storia

Il protagonista del romanzo è Giovanni Drogo, un ragazzo che, nominato ufficiale, parte, una mattina di settembre, dalla sua città per raggiungere l’avamposto al quale è stato assegnato: la Fortezza Bastiani. Si tratta di una fortezza di confine vecchia, spoglia e inutile. Arroccata su un’altura, e circondata da maestose montagne, si affaccia però su un triangolo di terra, una bianca sconfinata pianura soprannominata “deserto dei tartari” per via delle misteriose e antiche leggende che circolano intorno a essa.

Nonostante inizialmente giudichi inadatta a sé la vita della fortezza e voglia tornare al più presto in città, la vista del deserto e delle montagne, un mondo estraneo, desolato e misterioso, provoca in Drogo, fin da subito, una strana e profonda attrazione:

Dove mai Drogo aveva visto quel mondo? C’era forse vissuto in un sogno o l’aveva costruito leggendo qualche antica fiaba? Gli pareva di riconoscerle, le basse rupi in rovina, la valle tortuosa senza piante né verde, quei precipizi a sghembo e infine quel triangolo di desolata pianura che le rocce davanti non riuscivano a nascondere. Echi profondissimi dell’animo suo si erano ridestati e lui non li sapeva capire.

Così egli, prima ingannato dall’opaca burocrazia militare, poi stregato del mistero della fortezza e dalle remote speranze di una gloriosa guerra contro un nemico, finirà per passare in quel luogo lontano e isolato il resto della sua vita fino alla morte.

Tra realismo e onirismo

Il deserto dei tartari, sebbene nelle sue descrizioni ricordi l’Italia dei primi anni del Novecento, è ambientato in un mondo di fittizio che, fornendo al lettore poche e vaghe coordinate spaziali, oscilla continuamente tra realismo e onirismo. Il gorgoglio di torrenti lontani si trasforma in un’indecifrabile voce umana; le ombre e le luci della fortezza, una macchiolina indistinta nel deserto bianco e le nebbie che lo circondano, ogni dettaglio si riempie di significato e si fa presagio di qualcosa di grande. E così pure i luoghi si caricano di potenza simbolica: il deserto, ad esempio, è il luogo del vuoto e dell’attesa, nel quale vengono riposte le segrete speranze dell’animo umano.

La fuga del tempo

Una forza sconosciuta lavorava contro il suo ritorno in città, forse scaturiva dalla sua stessa anima, senza ch’egli se ne accorgesse.

Il tema centrale del romanzo è, per usare le parole di Buzzati stesso, la fuga del tempo. La vita della fortezza, lontana dalle attrattive della città, offre giorni sempre uguali e consuma il tempo in modo silenzioso e inesorabile. L’attimo, il presente, è sempre vuoto, poiché il senso è posto unicamente nel futuro: nella speranza di una guerra che sembra non arrivare mai. È questa aspettativa che avviluppa Drogo, i suoi compagni e i suoi superiori, alla fortezza, fino a tramutarsi in una sorta di mania collettiva. È sufficiente un cavallo sconosciuto avvistato per caso nel deserto, oppure le truppe del regno confinante venute a rimarcare i confini, per far ribollire gli animi dei soldati e risvegliare antiche illusioni. Alla fortezza non si vive nel presente, si è proiettati nel futuro: tuttalpiù l’attimo acquisisce senso unicamente come prefigurazione di qualcosa a venire.

Ieri e l’altro ieri erano eguali, egli non avrebbe più saputo distinguerli; un fatto di tre giorni prima o di venti finiva per sembrargli ugualmente lontano. Così si svolgeva alla sua insaputa la fuga del tempo.

La fuga del tempo inizia per Drogo senza che egli se ne accorga, e quando se ne accorge è ormai troppo tardi: anni e anni si sono già consumati e non è più possibile tornare indietro. Bisogna precisare però che Il deserto dei tartari non è la storia di un uomo ingannato dal destino, completamente vittima di forze a lui superiori, come lo possono essere i personaggi di Kafka. Buzzati racconta piuttosto la storia di un individuo che sceglie liberamente la rinuncia. Drogo potrebbe lasciare la fortezza in ogni istante e ricominciare un’altra vita, eppure la sua volontà è scissa, e ogni volta, seppur in modo tormentato, sceglie di restare.

La perdita

Caratteristica di tale fuga del tempo è che questa chiude e restringe sempre di più l’orizzonte. Il futuro non si affaccia più come una dimensione piena di speranze, bensì diventa motivo di angoscia. E volgersi al passato non aiuta, perché ciò che è stato si è consumato per sempre: è ormai irripetibile e immodificabile. L’irreversibilità della freccia del tempo: è questo ciò che fa paura.

Ma a un certo punto, quasi istintivamente, ci si volta indietro e si vede che un cancello è stato sprangato alle spalle nostre, chiudendo la via del ritorno. Allora si sente che qualche cosa è cambiato, il sole non sembra più immobile ma si sposta rapidamente, ahimè, non si fa tempo a fissarlo che già precipita verso il fiume dell’orizzonte, ci si accorge che le nubi non ristagnano più nei golfi azzurri del cielo ma fuggono accavallandosi l’una sull’altra, tanto è il loro affanno; si capisce che il tempo passa e che la strada un giorno dovrà pur finire.

Il passare degli anni consuma ogni cosa rapidamente e impercettibilmente e a un certo punto voltandoci indietro realizziamo che uno o più cancelli ci sono stati sprangati definitivamente alle spalle. Non c’è più via di ritorno, e della linea del tempo comincia ad apparirci sempre più vicino il suo termine – è in realtà un segmento. Il deserto dei tartari ci mostra come il tempo sia anche essenzialmente perdita: il suo vuoto si accumula nel passato, come insieme di occasioni mancate, e in tale modo si consolida come una perdita irredimibile.

 

L’inizio della vera vita

È interessante notare come Buzzati anticipi questi temi fin dalle primissime pagine del romanzo. Poco prima della partenza per la fortezza, Drogo riflette e tira le somme sulla propria esistenza:

Era quello il giorno atteso da anni, il principio della sua vera vita. Pensava alle giornate squallide all’Accademia militare, si ricordò delle amare sere di studio quando sentiva fuori nelle vie passare la gente libera e presumibilmente felice; delle sveglie invernali nei cameroni gelati, dove ristagnava l’incubo delle punizioni. Ricordò la pena di contare i giorni ad uno ad uno, che sembrava non finissero mai.

Quella del giovane protagonista è già una vita vissuta nell’attesa. Egli fugge da un passato insignificante fatto di giorni sempre uguali (quello dell’Accademia militare) e spera in un futuro migliore: che finalmente inizi per lui la “vera vita”. C’è già anche un senso di perdita:

 Tutti quei giorni, che gli erano sembrati odiosi, si erano ormai consumati per sempre, formando mesi ed anni che non si sarebbero ripetuti mai. […] il tempo migliore, la prima giovinezza, era probabilmente finito. Così Drogo fissava lo specchio, vedeva uno stentato sorriso sul proprio volto, che invano aveva cercato di amare.

Accanto al tema del tempo ecco che si profila quello della solitudine. In queste pagine c’è nel giovane Drogo una certa insofferenza verso se stesso, la quale lo accompagnerà per tutta la vita: egli vorrebbe imparare ad amarsi e non sentirsi più solo al mondo; ciò lo spinge verso una ricerca, a proiettare in avanti una speranza. Quel che egli cerca è qualcosa che dia senso alla sua esistenza. Ma la fortezza, come abbiamo visto, non farà che riproporre ed esasperare questa dimensione di attesa.

Il punto di non ritorno

Dopo quattro anni di lavoro alla fortezza, Drogo, prendendo la licenza torna in città: è in questo momento che si verifica la rottura definitiva, il punto di non ritorno. Egli si sente ormai estraneo a questo mondo, persino la sua casa e sua madre non sono più gli stessi: qualcosa durante questi anni si è irrimediabilmente perso. La penosa conversazione con Maria (la sorella dell’amico Vescovi), accompagnata da malinconici accordi di pianoforte provenienti da una stanza vicina, non fa che confermare questo senso di perdita. Di fronte alla possibilità di ricominciare una nuova vita con lei Drogo si mostra freddo e indifferente. Le parole di Maria, i suoi sottintesi, non riescono a toccare l’animo del protagonista ormai chiuso completamente in se stesso; nella sua mente riaffiorano già le immagini austere della vita militare, del deserto e delle montagne.

Quando arriva il momento di decidere se restare alla fortezza oppure abbandonare la carriera militare e cominciare una vita da borghese, Drogo decide di rimanere alla fortezza: egli sceglie liberamente di tornare alle sua care abitudini, le quali ormai lo avevano invischiato completamente. E nel frattempo continua ad alimentare la remota speranza di un evento messianico che dia senso alle sue rinunce.

Il capolinea della fuga del tempo

Gli anni si consumano sempre più rapidamente e, in modo ironicamente tragico, alla fine del romanzo giunge la tanto agognata guerra. Ma Drogo, ormai cinquantenne, è malato e debole: costretto al letto da molti giorni non riesce più neanche a tenersi bene in piedi. Nel tramestio e agitazione generale prima dello scontro, viene caricato su una carrozza diretta in città. Egli, dunque, viene privato, a causa di uno scherzo del destino, del momento sperato da una vita, e della gloria che ne sarebbe conseguita. Tutto Drogo aveva riposto in quella guerra (aveva pagato con la sua stessa esistenza) e adesso gliene era stata negata la possibilità. La carrozza si ferma a metà strada tra la fortezza e la città, in una locanda. È in questo luogo anonimo e ignoto che Drogo incontra un altro nemico, ben più terribile dei tartari e dell’esercito del regno del nord, e cioè la morte.

È il capolinea della fuga del tempo. Quella con la morte è «la definitiva battaglia che poteva pagare l’intera vita», di fronte alla quale tutto il resto, in un momento estremo di lucidità, gli appare come uno scherzo, un niente. Lo scorrere del tempo si è fermato, ed egli è inondato da un senso di libertà. Così, immerso nella penombra crepuscolare della stanza, si fa trovare, sorridendo, dalla morte, che con passi silenziosi si avvicina.


 

Fonti

Dino Buzzati, Il deserto dei tartari, Mondadori, Milano 2018.

Credits

Copertina

Immagine 1

Immagine 2 a cura del redattore

 

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