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“Il fascismo eterno”: l’ABC dell’ideologia secondo Umberto Eco

Si parla di ventennio fascista per indicare il periodo che va dal 29 ottobre 1922 al 25 luglio 1943, momento che inizia con la presa del potere di Mussolini e finisce con la caduta del regime. Dunque il fascismo si è spento ormai da un po’ e pensare che possa in qualche modo tornare, in circostanze storiche diverse da quelle che gli hanno permesso di nascere, è un’idea che sfiora l’impossibile. La stessa cosa si potrebbe dire per il nazismo: è difficile pensare a un’intera nazione nella quale questa ideologia torni a essere quella dominante, ma è evidente come, a partire dal secondo dopoguerra fino a oggi, siano sempre stati presenti, anche fuori dall’Europa, diversi gruppi filonazisti.

La differenza sostanziale tra nazismo e fascismo è che il primo, così come lo stalinismo, è un totalitarismo in cui vi è un’ideologia ben definita, che viene imposta al fine di mutare il modo di pensare della società stessa, al punto di creare una sovrapposizione tra ideologia, volontà dei cittadini – o dei sudditi – e Stato.

Il fascismo, al contrario, non ha mai avuto una filosofia solida e coerente. Questa mancanza non gli ha impedito di diventare un totalitarismo, ma lo ha reso imperfetto; la retorica ha colmato la frammentarietà e le contraddizioni delle sue idee. Volendo usare le parole di Umberto Eco, pronunciate nel 1995 a un convegno della Columbia University, si potrebbe dire che il fascismo è “un collage di diverse idee politiche e filosofiche, un alveare di contraddizioni”.

Il discorso tenuto dal semiologo è stato poi trascritto e tradotto con il titolo Il fascismo eterno o Ur-fascismo. Eco scopre tutte le diverse contraddizioni e, così facendo, trova nel disordine organizzato di questa ideologia molteplici possibilità di manifestarsi. Escludere dal regime fascista uno o più aspetti non lo rende meno fascista: alcuni di questi sono fra loro inconciliabili, vi sono state infatti svolte radicali durante il ventennio – basti pensare al rapporto di Mussolini con la Chiesa – ma è sufficiente che ci sia uno di questi aspetti per creare una “nebulosa fascista”.

La prima caratteristica presentata nel breve saggio è il culto della tradizione, l’accettazione di un tradizionalismo che vede al suo interno un’inevitabile combinazione di contraddizioni, che rintraccia la verità assoluta in qualche messaggio originale o primitivo, impedendo quella che dovrebbe essere la normale evoluzione del sapere. Strettamente legato a questo vi è un rifiuto del modernismo, o meglio una non celebrazione di esso, sostituita invece, dagli elogi alla terra e alla guerra.

Questi due aspetti mettono in luce un irrazionalismo e un rifiuto netto del progresso, dovuto anche al culto dell’azione per l’azione. La stessa che veniva decantata dai futuristi, in opposizione a tutto ciò che di classico esisteva e alle modalità con cui la cultura si tramandava (biblioteche, teatri, musei), insieme alla guerra e alla velocità: quest’ultima molto più moderna che tradizionale non è stata infatti parte del repertorio fascista. Il regime però, accanto al culto della tradizione, è riuscito ad inserire il sospetto verso il mondo intellettuale, in particolare verso la cultura moderna. Se nella comunità scientifica ciò che permette l’evoluzione e arricchisce sono le diverse idee e punti di vista, per l’Ur-fascismo lo spirito critico appartiene alla modernità, e in quanto tale, in nome dell’inattaccabile tradizione, va rifiutato: la critica e il pensiero critico sono pericolosi.

Tutto ciò che è diverso va allontanato, va allontanato quello che mette paura. Schierarsi contro gli intrusi è la prima mossa di un movimento fascista che sta nascendo, creare un nemico rende necessario un difensore. Si crea un legame tra critica e intruso: chi è in disaccordo diventa intruso. Quest’ultimo, in quanto diverso, è colui che si distingue e, per questo, non va accettato: l’Ur-fascismo è razzista. Umberto Eco spiega che il fascismo nasce dalla frustrazione individuale o sociale e dunque trova consenso nelle classi che soffrono di più a causa di qualche crisi economica.

Invece, alla mancanza di identità sociale, un altro motivo di frustrazione, il fascismo risponde con il nazionalismo: l’esser nati nello stesso paese diventa la base per identificare e costruire il nemico, che è, tra l’altro, l’unico a poter fornire un’identità a una nazione. A questo si unisce l’ossessione per lo straniero e per il nemico interno quali organizzatori di un complotto.

Quel nemico tanto odiato e al contempo necessario per la costruzione di una certa retorica è sempre rappresentato sia come troppo forte che come troppo debole: l’esser forte serve per diffondere la volontà di combattere contro qualcuno che ha un primato rispetto alla propria nazione o rappresenta un ostacolo per il raggiungimento di qualche obiettivo, l’esser debole per convincere i filofascisti di poter sconfiggere i nemici. Diventa così impossibile valutare in modo realistico la vera forza di quello che è considerato il nemico. Non esiste pacifismo ma solo una lotta permanente. Nasce però una contraddizione: una volta che il nemico, dichiarato debole, sarà sconfitto, cosa ne sarà del conflitto e della vita per la guerra? Si inventerà un nuovo nemico? Forse sì, ma nessun fascista ha mai risolto questa incoerenza.

La predicazione di un “elitismo popolare” e il culto dell’eroe sono due aspetti essenziali: la debolezza delle masse è ciò che rende possibile e necessaria la presenza di un “dominatore”, ma ogni singolo appartenente alla massa è educato per diventare eroe e, quindi, per aspirare alla morte. Ma al fascismo non bastano le tradizioni, le guerre e gli eroi, vuole trasferire la sua volontà anche sulle questioni sessuali. Si parte dal disprezzo della donna e si arriva alla condanna di abitudini sessuali non conformiste; si può parlare di machismo.

Per l’Ur-fascismo gli individui sono concepiti come un popolo che esprime una volontà comune e il leader si presenta come interprete di questa: si basa dunque su un “populismo qualitativo” in cui il volere della maggioranza perde importanza. Eco fa un esempio “Ogni qual volta un politico getta dubbi sulla legittimità del parlamento perché non rappresenta più la ‘voce del popolo’ possiamo sentire l’odore di Ur-fascismo”.

Vi è, infine, la “neolingua”, (inventata da Orwell in 1984) una lingua il più possibile semplice ed elementare per limitare ogni possibile ragionamento critico che potrebbe destabilizzare il regime.

Quella nebulosa fascista, dunque, va sempre osservata e, tenere l’orecchio teso non può fare che bene. Il fascismo non si nasconde solo dietro la guerra perché, come ha detto Ionesco, “solo le parole contano il resto son chiacchiere” e nella lingua si nasconde, spesso, molto più di quello che si vorrebbe dire.


FONTI

Il fascismo eterno, Umberto Eco, La Nave di Teseo, 2018

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