“In Bruges – La coscienza dell’assassino”: l’inferno nel paradiso

Dopo averli uccisi, ho gettato la pistola nel Tamigi, mi sono lavato le mani nel bagno di un Burger King e sono tornato a casa ad attendere istruzioni. Poco dopo le istruzioni arrivarono: “Andatevene da Londra, deficienti rincoglioniti. Andate a Bruges.”. Non sapevo neanche dove cazzo fosse, Bruges. È in Belgio.

L’omicidio è quasi sempre una scelta. L’anteporre se stessi e il proprio interesse alla vita di un altro uomo. Ma cosa accade quando invece non è così? Cosa accade nella mente dell’assassino quando qualcosa va storto, quando a morire è un innocente? In Bruges-La coscienza dell’assassino, film del 2008 diretto da Martin Mcdonagh, prova a rispondere a tale quesito. Un film che pone al centro l’analisi psicologica del “cattivo”, soffermandosi ad indagare la tormentata psiche dei suoi protagonisti; una pellicola reale fondata sul senso di colpa di un uomo che sa di aver sbagliato e, soprattutto, di non poter rimediare ai suoi errori.

Due uomini in Belgio

Ken e Ray sono due sicari; Ken è maturo, esperto, professionista navigato, Ray è reduce dal suo primo incarico, angosciato da una colpa che logora la sua mente. L’errore da lui commesso “in sede d’omicidio” convince il loro capo Harry ad allontanare i due uomini dal luogo del misfatto e confinarli momentaneamente a Bruges, in Belgio, in attesa di una sua chiamata e di ulteriori istruzioni. Bloccati in una cittadina da fiaba, i due vivranno giorni di riflessione e bizzarri incontri, rendendo pienamente manifeste le loro differenze.

File:Colin Farrell Cannes 2015 2.jpg - Wikimedia Commons

Martin Mcdonagh delinea due uomini ben lontani dal mestiere che svolgono, sfumando il netto contrasto tra bene e male e divertendosi a caratterizzare i due killer come persone qualunque, amici, viaggiatori, turisti. Ken (Brendan Gleeson) approfitta con gioia del confinamento forzato in Belgio, totalmente immerso nella favolosa pace di Bruges, così distante dall’odore di sangue e morte dei suoi incarichi. Ken è uomo di cultura, alla perenne ricerca di chiese, edifici medievali e nuovi luoghi da visitare. Calato con passione nel ruolo del turista si bea della quiete di cui ogni ciottolo della città sembra profondamente permeato; nell’attesa di una chiamata che sconvolgerà il suo mondo.

Ray (Colin Farrell) veste invece i panni del patriota, dell’irlandese. L’atmosfera fiabesca che avvolge Bruges non sembra sortire alcun effetto sul giovane sicario; la bellezza storica della cittadina non riesce a cancellare l’orrore ancora impresso nei suoi occhi; la tragica sorte che lo ha investito paralizza i suoi pensieri, minando la sua possibilità di trovare pace. Ray è uomo afflitto, tormentato, disinteressato. Ray cerca ambienti familiari, Pub che possano restituirgli l’odore di casa, divertimento, alcool, droga. Qualunque cosa possa afferrare il suo io e scuoterlo con prepotenza per obliare le sue colpe.

Colpe che, però, lo attendono sul fondo di ogni bicchiere, al termine di ogni striscia di coca; fedeli e instancabili compagne di una vita che non sembra avere più colore.

La salvezza è donna?

In mezzo all’insopportabile quiete di Bruges la bella Chloë (Clémence Poésy) sembra essere l’unico appiglio per il tormento di Ray. Conosciuta dal giovane sicario nel buio solitario di una notte come tante, Chloë è figura salvifica, angelica, di dantesca memoria; donna sagace e dolce, ma anche ambigua, imprevedibile. Il suo personaggio gode della medesima complessità dei protagonisti; una complessità in grado di ingannare lo spettatore e ribaltare a più riprese il giudizio di chi la osserva. Nel panorama di generale imperfezione che caratterizza la pellicola, anche Chloë è prima di tutto essere umano e la spavalderia che sembra ostentare nasconde invece l’insicurezza di una donna innamorata.

Scrittura, soggetto, regia

La forza di In Bruges, come è evidente, risiede nel pensiero del suo ideatore, al tempo stesso regista e sceneggiatore del film. Martin Mcdonagh elabora una pellicola che potremmo eufemisticamente definire bislacca, per i suoi personaggi, la sua ambientazione, la sua generale e perpetua stravaganza.

La sceneggiatura del film, candidata all’Oscar, mantiene lo spettatore all’interno di una bolla; una bolla di verosimiglianza capace però, all’occorrenza, di tingersi di nuove surreali sfumature. Tra attori nani, rapinatori, dialoghi assurdi e improbabili cattivi (Ralph Fiennes nei panni del temibile Harry), In Bruges vive di perenni contraddizioni; è così che amore e odio camminano per le stesse vie, si intrufolano negli stessi bar, osservano lo stesso panorama dall’alto di una sola torre. È così che l’inferno che assoggetta la mente di Ray, si mescola al paradiso di una città incantata.

Ma poi ho avuto come un flash…cazzo ragazzi, forse è questo l’Inferno: dover passare l’eternità in questa cazzo di Bruges. E allora ho sperato tanto di non morire. Ho sperato proprio tanto di non morire

In Bruges è un film coraggioso, uno sguardo che penetra pensiero e coscienza; la coscienza di un assassino, di un uomo, di un ragazzo che non sa trovare pace.

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