Allontanare la morte con una cinepresa, “The Death of the Cinema and my father too”

Non è semplice parlare di The death of the cinema and my father too, per via della complessità della sua struttura e della sua narrazione, tanto semplice negli intenti quanto emotivamente intricata. Rosenberg, regista e co-protagonista del film, seppur interpretato da Roni Kuban, costruisce una pellicola che oscilla costantemente tra eventi autobiografici e finzione scenica, instaurando un patto con lo spettatore a cui apre le porte di un particolare e doloroso momento della propria vita, la morte del padre.

Il padre di Rosenberg rappresenta l’anima del film, che si veste delle sue emozioni, della sua rabbia e della sua paura, divenendo un ritratto forte della fragilità umana di fronte all’incombenza della morte.

Il padre è stato protagonista di diverse opere del regista, sin dai suoi primi esperimenti di ripresa amatoriale, ed ora, nei panni di Yoel, si appresta a regalare un’ultima grande interpretazione, prima che una terribile malattia lo strappi all’affetto del figlio.


Yoel e la grande paura di Israele

Yoel, un anziano signore israeliano, riceve una notizia non ufficiale da un suo amico di vecchia data che ha agganci nel governo: l’Iran si appresta a bombardare Israele. Immediatamente scatta il panico nella sua mente e il suo unico obiettivo, senza porsi domande sulla veridicità della “voce”, diviene quello di portare in salvo la propria famiglia oltre il confine. The death of the cinema and my father too racconta i retroscena dietro il girato di questo film, contenuto anch’esso all’interno della pellicola e intervallato da riprese domestiche del padre di Rosenberg, che è stato costretto ad abbandonare il progetto, a causa dell’aggravarsi delle sue condizioni, ed è stato sostituito da un attore professionista, Marek Rozenbaum.

Il film con protagonista Yoel, commissionato come commedia da un ente statale, l’Israel Film Fund, aveva come obiettivo il mettere in mostra la paura irrazionale e la psicosi del popolo israeliano nei confronti di un possibile attacco da parte dell’Iran. Tuttavia, come detto in precedenza, questo pretesto narrativo passerà in fretta in secondo piano e lascerà spazio alle immagini di un dolore familiare sempre più prossimo.

Il potere della Settima Arte

La forza dell’opera di Dani Rosenberg non è la storia, a tratti eccessivamente dilatata, ma la produzione del film in sé, di cui noi spettatori veniamo resi partecipi, in un fine intreccio meta-cinematografico, in cui il cinema parla del cinema. Ci si ritrova così a contatto con l’esperienza pura del cinema indipendente, con la sua delicata creatività e con la ricerca di espedienti tecnici capaci di sopperire a budget di produzione limitati. Molto interessante ad esempio la scena in cui Rosenberg registra in studio la colonna sonora del film, supportato da un gruppo di musica tradizionale israeliana, mediante una tecnica di cattura del suono molto “vecchio stampo”.

Le riprese quasi nascoste durante i litigi con il padre riguardo il suo ruolo nella vicenda, le sue critiche al lavoro del figlio e alle sue aspirazioni, gli ultimi discorsi su un letto d’ospedale, tutti questi “filmati di famiglia”, carichi di una amara nostalgia, appesantiscono la pellicola, minandone la fluidità, ma lasciano trasparire il vero intento di questo film: il desiderio di ricordare. Rosenberg fa appello alla straordinaria capacità del cinema di rendere immortali i propri protagonisti e fugge dietro la macchina da presa trascinando con sé il padre per scacciare l’ombra della morte, o quantomeno per guadagnare qualche ultimo scampolo di tempo con lui.

Nascere e morire

A rendere ancor più complicato questo delicato momento di vita di Rosenberg contribuisce un altro avvenimento, assolutamente non irrilevante nella vita di un uomo, l’attesa del suo primo figlio.

Le sue giornate interamente dedicate alle riprese e a fare compagnia al padre morente, spesso contrariando proprio quest’ultimo, inevitabilmente minano il rapporto con la moglie, che reclama le attenzioni che merita e non accetta di essere dimenticata o posta ai margini della sua vita in un momento così particolare. Si generà così un intreccio, a tratti crudele, di vita e morte in cui il regista, paradossalmente e contro le aspettative, sceglie di dare priorità a quest’ultima, rafforzando ancora una volta l’ideale cardine del film.

Imperfetto perché Vero

The death of the cinema and my father too non è un film perfetto, dalle incredibili doti tecniche o dalla scrittura impeccabile, ma non aspira ad esserlo, anzi, fa tesoro di tutti i suoi difetti per divenire unico nel suo modo di comunicare emozioni forti. Ci ricorda la straordinaria dote dell’arte cinematografica di immortalare istanti della nostra vita, seppur dolorosi, e di arricchirci di una nuova sensibilità ogni qualvolta ci sediamo in sala ed assumiamo il delicato ruolo di spettatori.

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