Da “Spoon River” a “Non al denaro non all’amore né al cielo”: quando le parole incontrano la musica, tutto si trasforma in magia

Fabrizio De André ha circa diciotto anni quando legge per la prima volta l’Antologia di Spoon River. A quell’età non comprende ancora quale sia la scintilla che la raccolta di poesie di Masters ha innescato in lui. Ma la verità è che lo appassiona e lo colpisce in un modo nuovo, a tal punto da arrivare a comporre un intero album sulla base di quegli stessi testi.

Lasciamoci ora trasportare per qualche minuto dalla poesia musicale e letteraria del cantautore genovese, rispolverando frattanto il capolavoro senza tempo dell’Antologia. Unite, musica e poesia, ci conducono per mano entro mondi fantastici che attendono di essere esplorati, in un viaggio capace di superare ogni limite spaziotemporale.

Spoon River incanta Faber

Fernanda Pivano, madre della versione italiana dell’Antologia, intervista Fabrizio De André poco prima della pubblicazione di Non al denaro non all’amore né al cielo. Il loro colloquio, utile soprattutto per comprendere alcune particolari scelte del cantautore, viene riportato sul retro della copertina del disco. Una confessione esegetica estremamente dettagliata che ci dice molto sulla realizzazione dell’album.

In effetti, De André racconta di essere stato completamente folgorato, giovanissimo, dalla lettura di quei versi speciali. Riprendendoli, poi, a distanza di alcuni anni, egli trova che il testo non sia invecchiato per niente. Anzi, capisce come quella meravigliosa verità trasmessa da certe poesie sia quanto più di attuale e vicino a ciò che lui stesso vorrebbe raccontare in musica.

Soprattutto mi ha colpito un fatto: nella vita, si è costretti alla competizione, magari si è costretti a pensare il falso o a non essere sinceri. Nella morte, invece, i personaggi di Spoon River si esprimono con estrema sincerità, perché non hanno più da aspettarsi niente, non hanno più niente da pensare. Così parlano come da vivi non sono mai stati capaci di fare.

Ma cos’ha di tanto speciale l’Antologia?

Tra il 1914 e il 1915, lo scrittore statunitense Edgar Lee Masters pubblica una raccolta di poesie in forma di epitaffio. Si tratta di 244 brevi testi, dedicati agli abitanti del villaggio immaginario di Spoon River, che ora risposano nel cimitero locale. Ogni poesia è una breve descrizione della loro vita, in prima persona. Come vere e proprie epigrafi, portano per titolo i nomi dei defunti e condensano in poche righe gli eventi che hanno segnato la loro esistenza e, spesso, il motivo della loro dipartita.

Nelle sue sembianze, si dispiega di fronte al lettore un piccolo cimitero di anime che non vogliono essere dimenticate, che non intendono affatto soffocare le proprie voci. Al contrario, ciò che si percepisce è la necessità di essere ascoltate, più di quanto non ne abbiano avuto bisogno in vita. Nell’estrema verità delle loro descrizioni, donne e uomini, provenienti dalla piccola realtà rurale americana, ci parlano di amore e morte, di eternità e giustizia, attraverso segreti e confessioni. Le parole, così semplici nella loro forma, arrivano dritte al cuore, vere e senza orpelli.

Alexander Throckmorton

Quand’ero giovane, avevo ali forti e instancabili,

ma non conoscevo le montagne.

Quando fui vecchio, conobbi le montagne

Ma le ali stanche non tennero più dietro alla visione.

Il genio è saggezza e gioventù.

 Il richiamo dei poeti

Com’è naturale, certe immagini approdano nell’animo sensibile di De André con un’intensità particolare. Le voci degli abitanti di Spoon River risuonano in lui una melodia diversa, che deve essere ascoltata. Così, inizia a lavorare sui testi, selezionando e riscrivendo alcune storie particolarmente interessanti.

Per il cantautore, la difficoltà principale dell’operazione riguarda il dover rendere certi fatti più contemporanei, avvicinandoli ai tempi, storicamente molto complessi, in cui il disco viene pubblicato. L’11 novembre del 1971 fa la sua comparsa Non al denaro non all’amore né al cielo. All’album, registrato interamente a Roma, collaborano importanti musicisti, tra cui Nicola Piovani, al quale vengono affidati gli arrangiamenti.

Sulle pendici di una collina

Sono nove le tracce che De André ci regala, otto delle quali dedicate ad alcuni personaggi dell’Antologia. Ad aprire il disco è, invece, il brano intitolato La collina: a mo’ di introduzione, la ballata si pone in corrispondenza della prima lirica dell’opera di Masters, che porta appunto lo stesso titolo, The Hill, in lingua originale. Dormono, dormono sulla collina è il leitmotiv che avvolge entrambi i testi, costruiti peraltro in maniera speculare.

Dove sono Elmer, Herman, Bert, Toma e Charley,

l’abulico, l’atletico, il buffone, il rissoso?

Tutti, tutti, dormono sulla collina.

Uno trapassò in una febbre,

uno fu arso nella miniera,

uno fu ucciso in una rissa,

uno mori in prigione,

uno cadde da un ponte lavorando per i suoi cari –

tutti, tutti dormono, dormono, dormono sulla collina.

L’effetto è quello di un cantico che apre le porte ad un mondo sconosciuto e mistico allo stesso tempo. I nomi corrispondono per il momento soltanto a delle ombre, ma via via che ci si spinge all’interno dell’album, così come dell’Antologia, prendono forma, quasi ritornassero in vita.

Storie di uomini scritte e cantate

Come si è già accennato, le canzoni che vengono dopo La collina sono dedicate ciascuna ad un abitante del cimitero alle sponde del fiume. Tuttavia, a differenza dell’opera di Masters, non portano per titolo un nome proprio: De André preferisce non determinarle, scegliendo piuttosto il mestiere che ha caratterizzato la loro vita.

Abbiamo così Un chimico, Un ottico, Un medico: seguendo questa direzione, il cantautore riesce a riportare vicino a sé storie che altrimenti sarebbero troppo distanti, e contemporaneamente a rimanere legato all’Antologia da quel filo magico costruito dal poeta statunitense.

Sorpassare ogni distanza temporale

Tra le canzoni più famose, c’è senza dubbio Un giudice, ispirata dalla poesia dedicata a Selah Lively. Nel componimento di Masters, Lively è descritto come un uomo di bassa statura, da sempre deriso dagli altri, finché, dopo anni di studi, diventa procuratore e finisce così per vendicarsi con sentenze e condanne esagerate. De André riprende fedelmente questa storia e la rende ancor più contemporanea utilizzando un linguaggio quotidiano, ma anche irriverente. Una disamina  in alcuni passaggi spietata, per parlare dell’invidia come di un sentimento innato nell’essere umano.

Immaginate di esser alto cinque piedi e due pollici

e di aver cominciato come garzone droghiere

finché, studiando legge di notte,

siete riuscito a diventar procuratore.

Insomma, le storie dei protagonisti di Spoon River sono in fondo storie che possono appartenere a chiunque. Fabrizio De André l’aveva capito molto bene e perciò utilizza un mezzo che può arrivare a tutti, come la musica, per avvicinarle ad un pubblico più vasto. La magia che Masters ha creato nei primi anni del Novecento viene rinforzata da note sublimi e testi riscritti rimanendo vincolati alla poesia. Tutto questo contribuisce a definire ed ampliare un capolavoro che ad ogni ascolto viene meravigliosamente ricordato.


FONTI

Edgar Lee Masters, Antologia di Spoon River, Einaudi, Torino, 2009.

Einaudi

Altervista

Jung Italia

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