Analfabetismo funzionale di ritorno

Sono persone comuni: lavorano, hanno un reddito, vanno a votare. Talvolta mascherano la propria condizione attraverso piccoli espedienti, affinati nel tempo. Essere analfabeti funzionali oggi significa far parte del 27,9% della popolazione italiana tra i 16 e i 65 anni. I dati OCSE (Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico) del 2016 rivelano che in Italia sarebbero circa 11 milioni le persone incapaci di comprendere e analizzare frasi “semplici”. Cittadini come noi: possiedono un’automobile, un telefono, una famiglia, sanno leggere una lista della spesa. Ma allora dov’è il problema?  

Una vacanza organizzata con altri diventa molto più rassicurante che un itinerario in solitaria; un prodotto viene scelto sulla base del “sentito dire”; compilare un bollettino postale è meno angosciante se ci si fa aiutare dall’impiegato allo sportello; prendere un aereo appare più semplice se qualcuno ci indirizza verso l’uscita giusta. Tutto questo perché vi è un’incapacità conscia: la consapevolezza di non comprendere appieno quanto riportato su un tabellone, una legenda, un manuale di istruzioni.

Quante parole conosci?

La filosofia logica dell’inizio ’900 ha confermato il legame stretto tra il numero di parole conosciute e la capacità di decodificare la realtà. Il linguaggio è la manifestazione più concreta e immediata di quel presupposto metafisico chiamato ragione. Grazie al logos siamo in grado di formulare pensieri, stabilire collegamenti, catalogare proposizioni, riassumere fatti oggettivi, insomma: comprendere e descrivere il mondo.

Studi recenti hanno ricondotto le cause di questa menomazione a due momenti distinti: il periodo scolastico e quello post-scolastico. Nel 2016, secondo i dati AIE (Associazione Italiana Editori), il 60% degli italiani – laureati e non – non ha aperto nemmeno un libro. Questo si può ricondurre a una responsabilità principalmente individuale, ma non rappresenta l’unica causa. Le scuole italiane sembrano infatti pullulare di insegnanti impreparati, poco motivati, stressati e che considerano la propria professione come un “comodo” ripiego.

A rendere il quadro ancora più inquietante, è quanto riportato dal Corriere della Sera nel giugno 2017: «All’ultima selezione per diventare maestri di ruolo, tenutasi a Bologna, solo il 24% dei candidati ha superato la prova scritta». Verrebbe spontaneo pensare che il problema sia legato alla scarsa formazione scolastica. Tuttavia, i dati mostrano un’alta percentuale di analfabeti funzionali anche tra diplomati e laureati: il 20,9% tra i diplomati e il 4,1% tra i laureati.

Questo fenomeno prende il nome di analfabetismo funzionale di ritorno, ed è legato a una mancanza di sollecitazioni adeguate protratta nel tempo. Le attività e le competenze acquisite nella nostra vita – lettura, informazione, creatività, sviluppo del pensiero critico – tendono infatti a svanire se non vengono costantemente esercitate. Le nostre competenze, quindi, non sono statiche ma dinamiche. E la capacità di acquisirne di nuove dipende dalla plasticità del cervello e dall’ambiente in cui si vive. La società dovrebbe stimolare costantemente la ricerca, la curiosità e la “fame” di conoscenza.

Cosa dice chi si occupa di studiare il problema?

Simona Mineo, ricercatrice presso l’ISFOL (Istituto per lo Sviluppo della Formazione Professionale dei Lavoratori), individua i principali punti deboli del nostro Paese «l’abbandono scolastico precoce, i giovani che non lavorano o vivono condizioni di lavoro nero e precario, la mancanza di formazione sul lavoro», senza dimenticare «la disaffezione alla cultura e all’istruzione, che caratterizza tutta la popolazione».

La famiglia, l’età, l’istruzione e il lavoro possono determinare nel corso della vita sia lo sviluppo sia la perdita delle competenze. E il sistema culturale, insieme ai modelli consolidati nel tessuto sociale italiano, potrebbe addirittura favorire la diffusione dell’analfabetismo funzionale.

Conclusioni

Secondo l’OCSE, l’Italia è l’ultimo Paese in Europa per la comprensione di un testo scritto. Di fronte a queste cifre, non resta che porsi domande inquietanti, ma pur sempre con un margine di speranza. È possibile sperare ancora in uno sviluppo? Come possiamo contribuire alla crescita economica del nostro Paese? Esiste la possibilità di diffondere cultura in Italia? Che futuro ci attende? Domande di questo tipo richiedono tempo per una risposta soddisfacente, e forse, prima di tutto, una buona dose di competenza linguistica.

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