Donna spaventata dalla sua ombra

Colpevole di essere vittima: Una testimonianza di Victim blaming

Com’eri vestita? Avevi bevuto? Hai opposto resistenza? Sono domande poco rilevanti, ma che condizionano la narrazione di numerosi casi di violenza sessuale da parte dei media.

Da due recenti indagini condotte in Italia (Action Aid, 2023; ISTAT, 2019) emerge come più del 20% delle persone intervistate creda che le donne possano provocare una violenza sessuale mostrando un abbigliamento o un comportamento provocante; circa il 15% che le donne che hanno subìto una violenza sotto l’effetto di sostanze, alcoliche o stupefacenti, siano responsabili per quanto accaduto; e tra il 39% (Istat, 2019) e il 78% (Action Aid, 2023) crede che una donna possa sottrarsi a un rapporto sessuale se davvero non lo desidera. Gli episodi di victim blaming non sono delle eccezioni ma un fenomeno sistemico, quando ci approcciamo alla violenza di genere. 

Il seguito che non ti aspetti

Il Victim Blaming o “colpevolizzazione della vittima” consiste nel ritenere la vittima di un crimine o di altre sventure, parzialmente o interamente responsabile di ciò che le è accaduto. Nel 1971 William Ryan coniò il termine “victim blaming” nel libro Blaming the Victim, in risposta a chi sosteneva che le cause della povertà di una certa fascia della popolazione fossero da attribuire unicamente al comportamento dei singoli individui e non alla società che li escludeva, negando loro possibilità di crescita o riscatto. 

L’ipotesi del mondo giusto

Un’interessante teoria sull’origine del victim blaming arriva dagli psicologi Melvyn Lerner e Carolyn Simmons. Nel 1966 condussero un esperimento: alcuni partecipanti assistevano dal vivo alle scosse dolorose inflitte a una donna ogni volta che non superava un test di memoria. In un primo momento veniva loro data la possibilità di interrompere le sofferenze della donna e quasi tutti decidevano di aiutarla. Successivamente, dopo aver negato la possibilità di fermare le punizioni, i partecipanti iniziarono gradualmente a convincersi che il dolore provato dalla donna non fosse poi così terribile, e forse nemmeno così ingiusto.

Secondo questa teoria, le persone hanno bisogno di percepire il mondo come un posto giusto e prevedibile, in cui le cose terribili, dolorose e spiacevoli accadono solo a chi se le merita. Il fatto che una persona innocente sia vittima di un episodio violento minaccia queste credenze. Per poter continuare a credere che il mondo sia giusto, le persone operano, inconsapevolmente, una distorsione nell’interpretare la situazione. Viene attuato il meccanismo della “razionalizzazione”, attraverso il quale si ricercano valide ragioni per un determinato fenomeno così da trovare una logicità giusta anche dinanzi all’illogicità ingiusta. 

Inoltre, la diffusione che nel tempo vi è stata dell’idea di “vittima perfetta” ha favorito il fenomeno del victim blaming. Come spiega Cristina Gamberi nell’articolo Decostruire l’immagine della vittima perfetta, questa figura è rappresentata come inerme, buona, priva di risorse. La creazione di un personaggio così idealizzato fa però sì che sia impossibile ritrovarlo nella complessità degli uomini, il che porta, talvolta, a considerare la vittima reale, “meno vittima”, o addirittura “non vittima”.

Femme fatale o “damsel in distress”?

Secondo la teoria del sessismo ambivalente, il sessismo si compone di due dimensioni complementari: sessismo ostile e sessismo benevolo. Quindi il sessismo ambivalente è in relazione con un atteggiamento di svalutazione delle vittime: il sessismo benevolo favorisce l’attribuzione della colpa alla vittima di stupro, il sessismo ostile mette a rischio la credibilità della vittima. 

Victim blaming

Il primo indica una serie di atteggiamenti esplicitamente misogini, soprattutto verso le donne che non si conformano ai ruoli stereotipati. Da questa prospettiva, le vittime di stupro sfrutterebbero il loro fascino a scapito degli uomini per poi trarre vantaggio (ad esempio, denaro e potere) dalla denuncia di vittimizzazione. Il sessismo benevolo, invece, indica un insieme di atteggiamenti paternalistici, apparentemente positivi, che considerano le donne, soprattutto quelle che aderiscono ai ruoli stereotipati, come creature meravigliose e delicate da proteggere.

Le ricerche hanno mostrato che le donne che violano le aspettative circa i comportamenti stereotipicamente appropriati per loro, ad esempio uscendo da sole di sera con uomini, e subiscono violenza, agli occhi di chi ha interiorizzato il sessismo benevolo perdono il loro status di “brave ragazze” innocenti e meritevoli di cura e protezione e, di conseguenza, vengono considerate maggiormente responsabili della vittimizzazione subita.

Victim Blaming: la colpevolizzazione della vittima tra stereotipi e cultura patriarcale 

Il victim blaming è un potente strumento per confinare le donne in ruoli stereotipati e subalterni. Può essere considerato una ritorsione inflitta alle donne che non rispettano i ruoli stereotipati. Allo stesso tempo, proprio la paura di esser biasimate in caso di violenza porta le donne a conformarsi agli stereotipi e ai ruoli di genere.

Per esempio, l’attribuzione di errori alla vittima spesso aiuta le altre donne a sentirsi più sicure. Individuando errori e imprudenze nel comportamento della vittima, la donna che teme di subire una violenza si illude di essere in grado di mantenere il controllo sulla situazione. Questo meccanismo si chiama “illusione di controllo”.

Gli stereotipi di genere che dipingono la figura femminile come subordinata e passiva e quella maschile come dominante ed attiva sono costruiti e vengono rafforzati attraverso programmi tv, cinema, pubblicità e la pornografia non egualitaria. Questi sono dunque i mezzi con cui il sistema patriarcale in cui viviamo porta tutti a interiorizzare, anche inconsapevolmente, false credenze e provocano la  normalizzazione, legittimazione e giustificazione dei corsi d’azione che ne derivano. 

Colmiamo così la mancanza di informazioni sfruttando le (false) credenze e gli stereotipi diffusi a livello sociale rispetto alla violenza, arrivando così a percepire la vittima come responsabile della vittimizzazione subita. 

Gli studi di psicologia sociale hanno analizzato come di fronte alla grande complessità della realtà che ci circonda e all’impossibilità di poter analizzare attentamente ogni stimolo, utilizziamo un pensiero automatico e inconsapevole per formare rapidamente un’impressione su persone o situazioni, che però non sempre è accurato. Questo pensiero porta a formulare un giudizio sulla base delle poche informazioni disponibili e a colmare le lacune conoscitive attraverso le esperienze precedenti, i valori personali e le credenze socialmente diffuse, che diventano, quindi, una lente attraverso cui interpretare il mondo sociale.

No significa no!

A causa degli stereotipi pericolosi veicolati viene minata la credibilità delle vittime. Il loro rifiuto non viene inteso in quanto tale per varie ragioni: per prima cosa non viene riconosciuta né l’intenzione della donna di proferire un atto linguistico di questo genere in tali contesti né la sua sincerità ed autorità. Non si riconosce loro l’autorità sul proprio corpo per poter affermare tale rifiuto oppure viene inteso come non rappresentante dei veri sentimenti e desideri della donna, che l’uomo invece conoscerebbe meglio di lei. Infatti, si interpreta l’assenza di un “no” e il silenzio come “sì”; mentre la risposta negativa diviene un modo per accusare la donna di conformarsi agli stereotipi di genere, la quale si sottomette agli uomini poiché incapace di prendere l’iniziativa. Il problema viene raggirato colpevolizzando la cattiva comunicazione e la vittima per aver provocato questa situazione, occultando invece l’abusatore.

Ma come si sarà sentita?

L’estate del 2025 me la ricorderò non solo per le vacanze fantastiche, ma anche perché sarà difficile dimenticare un brutto evento che mi ha coinvolto in prima persona. A lavoro un collega molto più grande mi ha importunata. Il mio rifiuto alle sue avance non lo ha fermato perché mi ha aggredito quando ho provato a difendermi. Non è tanto di questo che voglio parlare, quanto del modo in cui alcune persone hanno commentato e giudicato il mio comportamento.

Sono una persona che tende a tenere dentro i propri pensieri piuttosto che confidarsi. Vi starete chiedendo perché, allora, scrivo questa storia. Se prima non pensavo servisse, ho cambiato idea: parlarne con gli amici mi ha aiutata a liberarmi da un peso, e mi soFanciulla che si difende contro il suo aggressoreno sentita finalmente ascoltata. Per questo credo che condividere la mia esperienza possa essere utile anche ad altre donne che temono di non essere credute o, peggio, di essere accusate.

Ho conosciuto bene quella sensazione: ho dubitato di me stessa proprio a causa di certi commenti. Nel mio caso l’episodio non è neanche uscito dall’ambito lavorativo dove è avvenuto: infatti è stata anche una mia volontà limitarne la diffusione. Ero ben consapevole di quello che sarebbe derivato dalle mie lamentele e dalla denuncia. Per questo motivo, inizialmente ho cercato di sopportare una situazione di disagio provando a mantenere il controllo grazie al supporto di colleghi e responsabili.

I miei colleghi hanno interpretato in modo differente questa mia decisione di gestire la situazione autonomamente. Alcuni mi hanno ritenuta parzialmente responsabile, sostenendo che i miei comportamenti “confusi” potessero aver incoraggiato il collega. I commenti da me ricevuti soprattutto dai colleghi sono stati molto simili: anche se prendevano le mie difese, mi accusavano di aver dato troppa confidenza. Qualcuno mi ha perfino giudicata “provocante”.

Secondo i loro commenti dovevo aspettarmi alcune di queste attenzioni indesiderate solo perché avevo risposto ad alcune battute dimostrando di partecipare al gioco. Nonostante avessi rifiutato più volte le sue avance, il mio comportamento aperto e sicuro era più importante.

I miei scherzi corrispondevano ad un consenso implicito, e il mio “no” ad un segno di timidezza. Ritengo una cosa inconcepibile assumere il consenso di una persona solamente dalle azioni per lo più rischiando di interpretare erroneamente atteggiamenti cortesi. Ho notato una differenza tra i miei colleghi  coetanei che mi hanno sostenuta e quelli più anziani ai quali ho dovuto comunque spiegare che importunare una collega non è mai accettabile, neanche quando si è creata una sorta d’intesa. 

“Io non farò mai il suo stesso errore e quindi non subirò mai il suo stesso destino”

Però, se alcuni uomini potevano non capire la mia situazione, quando un’altra donna mi ha accusato sono rimasta molto sorpresa. Si tratta comunque di una situazione complicata. Prima dell’episodio sgradevole questa ragazza, e anche collega, si era avvicinata a me poiché aveva pensato che avrei potuto aiutarla fornendole informazioni sul collega. Dal momento che avevo  ancora un rapporto amichevole e per mantenere anche un buon clima lavorativo, ho rassicurato la collega.

Successivamente, non sono riuscita a frenarmi e forse perché avevo bisogno di sfogarmi essendo ancora scossa dagli eventi, ho raccontato tutto alla collega. La ragazza stava continuando a frequentare il mio aggressore e ora mi sentivo responsabile poiché l’avevo esposta ad alcuni rischi nascondendo parte della verità. Non era facile ascoltare quello che le raccontavo anche perché riguardava una persona cara, ma mi sono sentita creduta.

Allo stesso tempo sono ritenuta affidabile, mentre il mio aggressore aveva dimostrato anche con altre persone di avere comportamenti irruenti e imprevedibili parecchie volte. Confidarmi con un’altra persona mi è stato utile perché con la mia storia avevo aiutato una donna. Inoltre, questo gesto di solidarietà è servito a convincermi che non era mia la colpa.

In seguito, abbiamo deciso di non parlare della vicenda con altre persone e siamo rimaste in contatto. Non abbiamo più parlato di persona perché ci siamo limitate a scambiarci messaggi dove cercavo di spiegare la mia situazione nel modo più chiaro possibile. Ho deciso di interrompere la conversazione solo perché mi rendeva più difficile superare il trauma subito. Come risposta al mio ultimo messaggio mi invia una vera e propria invettiva.

Non mi aspettavo di certo di passare da vittima a colpevole alla pari del mio aguzzino. Ero consapevole che il collega avrebbe raccontato la sua versione, ma non ero pronta a un cambiamento di opinione così repentino. Nel lunghissimo messaggio, non solo difendeva il collega quasi da sembrare che fosse stato scritto dal medesimo, ma mi dipingeva come una provocatrice alla quale piace flirtare con gli altri e mi accusava di diffamazione perché avevo rovinato un mio collega con le mie menzogne.

Il messaggio mi ha ferito doppiamente: per prima cosa ha fatto riemergere i ricordi dell’aggressione. Inoltre, ho cominciato a dubitare di me stessa perché mi sono convinta che alcune accuse mosse contro di me fossero vere. Mi ritenevo in parte colpevole sia per aver parlato e agito in un certo modo sia di non aver gestito la situazione in maniera differente. Mi avevano manipolata proprio come la collega che aveva deciso di inviarmi quel messaggio assurdo.

Colta dall’emozione e piena di rabbia, ho risposto d’istinto per cercare inutilmente di difendermi dalle accuse infamanti inferte. Solo quando ho riacquistato lucidità e non ero più governata dalle passioni ho capito che non potevo farci nulla. I messaggi non erano sufficienti a discolparsi: la collega aveva scelto quale versione appoggiare e non coincideva con la mia. 

Conclusione

Alla fine, ho capito che i commenti e i giudizi di queste persone non erano davvero rivolti a me. Servivano a loro: per alleggerire il senso di colpa di chi non era intervenuto o per illudersi di essere al sicuro. Molti mi spiegavano come si sarebbero comportati al mio posto, ma quando si vive una violenza in prima persona non è mai così semplice. 

Il vero aiuto è arrivato da tutti quelli che mi sono stati accanto in questo momento difficile e hanno saputo ascoltarmi in silenzio anche quando era difficile per loro capire quello che avevo passato. 

È molto importante offrire supporto alle vittime in modo da incoraggiarle a raccontare le violenze senza timore di non venire credute. Infatti, denunciare serve ad evitare la normalizzazione delle molestie e dei comportamenti di un certo tipo all’interno della società.

Credits

Copertina: L’ombra, 1907, Cesare Laurenti

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