ebraismo femminile

Ishah (non) tratta da ish ‒ Per un ebraismo al femminile

Nel mondo delle religioni del libro siamo abituati a immaginare il clero e i leader religiosi con un volto quasi esclusivamente maschile: basti pensare ai preti, agli imam o ai rabbini. Eppure, nell’ebraismo contemporaneo non è certo assurdo – almeno in alcune correnti – trovare donne a guidare il culto e interpretare la Torah. Novità clamorosa se pensiamo che, per secoli, lo studio approfondito dei testi sacri e la guida delle comunità sono stati considerati prerogative maschili: nella Mishnah un grande maestro come rabbi Eliezer, per esempio, giudicava praticamente inutile insegnare la Torah a una figlia, come se fosse uno spreco di energie.

Un giudaismo rigidamente patriarcale, però, è soltanto una faccia della medaglia. L’altra metà è fatta di discussioni, contrasti, cambi di rotta: per propria natura l’ebraismo vive di dibattito, di voci che si confrontano e spesso si contraddicono. Proprio tale lavoro continuo volto all’interpretazione ha permesso tra il XIX e il XX secolo di rispondere alle sfide della modernità dando vita a correnti diverse. In particolare, l’ebraismo riformato ha aperto presto le porte alle donne, permettendo loro l’accesso a programmi di studio rabbinico strutturati, molto prima che il cattolicesimo o gran parte dell’islam pensassero seriamente a figure femminili quali guide religiose.

Regina Jonas
Regina Jonas

In questo contesto emerge la possibilità – impensabile fino a pochi decenni prima – che una donna possa diventare rabbina. Regina Jonas, prima rabbina ordinata a Berlino nel 1935 e uccisa poi ad Auschwitz, è l’emblema di come il desiderio di studiare e insegnare la Torah abbia potuto forzare i confini di una tradizione maschile senza però rinnegarla e disgregarla. Jonas non si vedeva come rivoluzionaria, bensì come rispondente a una vocazione autentica.

Oggi, a quasi un secolo di distanza, centinaia sono le donne ebree che hanno percorso i suoi passi: rabbine riformate, conservative, persino ortodosse “di frontiera”, che insegnano e accompagnano le comunità, e allo stesso tempo continuano un dialogo con il mondo maschile e con la Torah, il Talmud, il Midrash. La loro presenza è il segno di un ebraismo che, pur restando fedele al patto con il proprio Dio, accetta la sfida del mondo contemporaneo e pone domande relative alla parità di genere, al ruolo della donna nella famiglia, al linguaggio inclusivo nelle Scritture. Dentro questo orizzonte la figura di Regina Jonas smette di essere una curiosità del Novecento e diventa il primo capitolo di una storia ancora aperta.

«Una “nazione” a sé stante», dice il Talmud della donna

La rabbina uccisa ad Auschwitz appare come un punto di arrivo e insieme di rottura. Nata a Berlino nel 1902, insegnante di religione in una scuola ebraica ortodossa, Regina si scontra fin da giovane con il fatto che per una donna non c’è spazio ufficiale nel rabbinato. Eppure studia alla Hochschule für die Wissenschaft des Judentums, la grande scuola teologica berlinese, e dedica la propria tesi ad una domanda-tabù: «Può la donna esercitare l’ufficio rabbinico?». La risposta si gioca finemente sul terreno halakhico ed è chiara: a detta sua, nessuna norma proibisce in assoluto l’ordinazione femminile e la tradizione conosce diverse donne che insegnano, giudicano, guidano.

Su richiesta dell’Unione dei rabbini liberali di Germania, nel 1935 Jonas riceve la semikhah dal rabbino Max Dienemann: è la prima ordinazione rabbinica femminile formalmente documentata, certificata anni dopo anche da una dichiarazione di Leo Baeck. Da quel momento firma come «Fräulein Rabbiner», veste l’abito rabbinico nelle occasioni liturgiche e predica. La guerra e le persecuzioni non la zittiscono: deportata a Terezín nel 1942, continua a insegnare le parole della Torah, parla di fede, speranza e anche del posto delle donne nell’ebraismo, fino alla deportazione ad Auschwitz nel 1944, dove viene uccisa.

Per decenni, però, il suo nome sparisce quasi del tutto: niente voce nell’Encyclopaedia Judaica, poche righe nelle storie del giudaismo del Novecento. Solo dagli anni Novanta, grazie al lavoro di studiose come Katharina von Kellenbach, l’archivio che Jonas aveva lasciato a Coswig viene riscoperto e la prima rabbina torna lentamente al centro del racconto. Oggi il suo ruolo è riconosciuto non solo negli ambienti femministi ebraici, ma anche a livello civile: a Berlino, per esempio, una strada di Kreuzberg è stata intitolata proprio a lei, segno che la sua vicenda parla ormai all’immaginario di una città e di un’intera società.

La sua storia si innesta in una lunga tradizione di donne bibliche che, pur dentro un mondo patriarcale, muovono davvero la trama del racconto sacro. Rachel, la moglie amata di Giacobbe, madre di Giuseppe e Beniamino, è al centro della genealogia delle dodici tribù e diventa, nella devozione ebraica, la «madre che piange i propri figli» e intercede per il popolo. Il libro di Rut è interamente costruito attorno alla fedeltà e al coraggio di due donne, Rut e Noemi. Ester è un’eroina capace di sfruttare il proprio ruolo a corte per salvare i giudei di Persia dallo sterminio. La stessa tradizione rabbinica ricorda figure come Debora, profetessa e giudice d’Israele.

Rut, straniera moabita e vedova, sceglie liberamente di legarsi al popolo di Noemi e diventa antenata del re Davide: il suo libro, probabilmente scritto in epoca postesilica, è letto anche come un manifesto di apertura verso lo straniero guidato dalla fede. Ester, ebrea della diaspora babilonese divenuta regina, usa una certa dose d’intelligenza politica e de facto rischia per ottenere l’abrogazione del decreto di sterminio voluto da Aman: da lei nasce la festa di Purim, memoria annuale di una salvezza passata attraverso la voce di una donna. Nella lettura femminista contemporanea, queste protagoniste non sono più solo figure “edificanti”, bensì vere antenate simboliche delle donne che oggi reclamano spazio nello studio e nella guida religiosa.

Collocare Regina Jonas in questa scia significa allora osservare la prima rabbina non come un incidente moderno, ma come l’anello successivo di una catena antica: da Rachele, Rut ed Ester alle studiose e teologhe di oggi. Jonas rompe un tabù istituzionale e lo fa appellandosi proprio a quella tradizione che per secoli aveva marginalizzato le donne relegandole alle postille dei testi sacri. La novità dell’ebraismo contemporaneo è che quelle figure, un tempo “ornamentali”, diventano modelli di interpretazione e di autorità: sono le madri spirituali a cui guardano le rabbine del XXI secolo quando salgono sul pulpito con la Torah in braccio.

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Liberare ishah oggi

Negli ultimi decenni, il punto più visibile di scontro tra ebraismo femminile e immobilismo religioso è diventato il Muro del Pianto. Dal 1988 il movimento Women of the Wall si ritrova ogni inizio mese nella sezione femminile del Kotel per pregare ad alta voce, indossare tallit e tefillin e leggere la Torah: gesti normalissimi in molte comunità riformate e conservatrici, ma percepiti come una provocazione dal rabbinato ortodosso che gestisce l’area. Il paradosso è che spesso sono proprio donne ebree praticanti a essere fermate, interrogate, a volte arrestate, perché osano vivere al Muro lo stesso ebraismo che praticano tranquillamente nelle loro sinagoghe delle diaspora.

La storia di queste preghiere è costellata di insulti, sedie lanciate, sputi, arresti. Negli anni Duemila più volte la polizia ha portato via donne “colpevoli” di indossare lo scialle di preghiera o di aver tentato di introdurre un sefer Torah nella sezione femminile; nel 2013 un giudice ha finalmente stabilito che le loro preghiere non violano alcuna legge né il costume locale, ribaltando un’interpretazione restrittiva di una sentenza precedente. Il clima però resta pesante: nello stesso anno un giovane colono arrivò a chiedere tramite la piattaforma Facebook se fosse lecito, secondo l’Halakhah, sparare alle attiviste, segno questo che, per una certa parte del mondo ultraortodosso, delle donne che pregano con la Torah in braccio sono più minacciose di qualsiasi discorso d’odio.

Sul piano politico il braccio di ferro è riassunto nella vicenda del cosiddetto «accordo del Kotel». Nel 2016 il governo israeliano ha approvato un compromesso per cui una grande area di preghiera egualitaria, presso l’arco di Robinson, sarebbe stata riconosciuta ufficialmente e gestita anche dai movimenti riformato e conservative in cambio della rinuncia a cambiare l’assetto della spianata principale. È stato un passo avanti, ma di fatto costringeva le donne in prima fila a pregare in una zona separata. Lungi da ciò, nel 2017, sotto la pressione dei partiti ultraortodossi, lo stesso governo ha congelato l’accordo: ancora una volta, il messaggio è chiaro e la pace religiosa si fa sulla pelle delle donne e della pluralità ebraica.

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L’8 marzo 2019, Giornata internazionale della donna, la scena al Muro è quasi simbolica: da una parte le Women of the Wall, dall’altra migliaia di ultraortodossi – soprattutto ragazze di scuole religiose – mandate a occupare la piazza e a coprire con canti e urla la preghiera delle altre. Ne nascono spintoni, insulti, sputi; alcune donne restano ferite, un ragazzo viene arrestato. Fa impressione che, nel luogo dove un intero popolo va a piangere le proprie rovine, ci sia chi trova normale umiliare altre ebree solo perché pregano in un modo diverso lo stesso dio. Colpisce, poi, che proprio il Muro, storicamente luogo dove per secoli uomini e donne hanno pregato mescolati, diventi il simbolo di un controllo rigido sui corpi e sulle voci femminili.

In fondo, lo scontro non riguarda solo un pezzetto di pietra a Gerusalemme: parliamo del fondamento del diritto delle donne ebree ad affermare la validità del proprio ebraismo. Chi le caccia dal Muro, chi le insulta o cerca di zittirle non difende la tradizione, unica e granitica, ma si schiera invece a favore del proprio monopolio religioso, dalla parte di una sola lettura della traditio.

Che credibilità può avere un potere religioso che dice alle donne di lasciar a casa siddurim e tallit? Perché porre l’accento proprio sulla Genesi, sulla donna-copia dell’uomo (Gen 2,23)?

וַיֹּאמֶר הָאָדָם זֹאת הַפַּעַם עֶצֶם מֵעֲצָמַי וּבָשָׂר מִבְּשָׂרִי לְזֹאת יִקָּרֵא אִשָּׁה כִּי מֵאִישׁ לֻקֳחָה־זֹּאת׃

E disse Adam: «Questa ora è osso delle mie ossa e carne della mia carne. Ella verrà chiamata ‘donna’ (ishah) perché è stata tratta da ‘uomo’ (ish)».

Nel silenzio imposto al Kotel, molte di loro hanno imparato a rispondere proprio come Regina Jonas, dimostrandosi non una minaccia, ma parte del popolo dell’alleanza, senza alcuna intenzione di tornar sul matroneo.

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Fonti

Mutti M. 2024. “ויברא יהוה כוהנת ‒ Una Torah tutta per sé nell’universo ebraico femminile” su Academia.

Sacks J. 2025. Alleanza e conversazione. Genesi. Il libro dei fondamenti. Giuntina.

Ravenna A. (a cura di). 2024. Bereshit Rabbah. Midrash sulla Genesi. Giuntina.

Küng H. 2012. Ebraismo. BUR.

Giuliani M. 2022. La filosofia ebraica. Scholé.

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