Femminismi e tabù: la trappola del patriarcato

È una mattina qualsiasi di novembre 2024 quando Hannah Neeleman, nota sui social come Ballerina Farm, posta un video su TikTok. Otto bambini che corrono in una cucina immacolata, pane fatto in casa che lievita sul bancone, lei in un vestito prairie che prepara la colazione mentre suo marito si occupa della fattoria. Nessuna novità, sono anni che documenta questa vita: quella di un’ex ballerina della Juilliard di New York che ha rinunciato alla carriera per sposarsi e trasferirsi in una farm nello Utah, dove cresce i figli e alleva le mucche, sembra, con la stessa dedizione.

I commenti arrivano a valanga. 

“È malato (ndr, il suo modo di vivere”
“È orribile. Ma quanti bambini hai? Ma come puoi dimostrare amore a ognuno di loro?”
“Spero che tu sia felice, non solo [come dici di essere] davanti alla videocamera.”

Si tratta di uno dei tanti esempi in cui una donna condivide una scelta di vita e la community la trasforma istantaneamente in un caso clinico, dannoso, irrimediabilmente connesso a coloro che, invece, impongono la sottomissione come unica via perseguibile per le donne; la donna passa, a tutti gli effetti, da soggetto agente a oggetto di analisi, a vittima inconsapevole di un sistema che la manovra dall’interno.

È qui che emerge il tabù più scomodo relativo al femminismo contemporaneo: la possibilità che non tutto si riduca al patriarcato. Che esistano anche scelte individuali, ambivalenze, desideri che sfuggono alle ideologie politiche e alla sottomissione al maschio. E basterebbe pensare al fatto che non tutte le donne espongono la propria vita sui social, anzi. Innanzitutto, va sottolineato che la maggior parte delle persone comuni non vive in questa eco chamber, ma si adopera per perseguire la propria vita in base ai propri bisogni, desideri e aspettative.

 

Il vocabolario del sospetto

Il fenomeno delle “tradwife” – cioè le mogli fedeli alla visione di famiglia tradizionale che su TikTok e Instagram documentano vite domestiche idealizzate, tra sourdough (lievito madre), grembiuli vintage e una sottomissione – è diventato il campo di battaglia perfetto per questo conflitto, perché rappresenta veramente un problema. Molto spesso, queste ultime impongono la propria visione come unica: la donna è tale se è moglie e madre. E perché no, pure cristiana. Tutto il resto è nulla

 

Il problema, però, nasce nel momento in cui il pattern si sdoppia e si ripete anche dall’altro lato e, cioè, ovunque una donna condivida pubblicamente una scelta che non si adegua al copione progressista. Ad esempio, lasciare il lavoro dopo la maternità, sposarsi giovane, affermare pubblicamente di essere felice in una relazione monogama eterosessuale, preferire fare la madre a tempo pieno invece di perseguire una carriera lavorativa… sono tutti comportamenti considerati non allineati.

Perché è ovvio: se oggi le donne possono finalmente lavorare, perché scegliere di non farlo?

Perché affermare pubblicamente qualcosa che non va al passo con i tempi?

La risposta immediata – almeno da parte di questo fronte di pensiero – è che tutte le donne che ragionano in questo modo sono inscrivibili nelle tradwife e sono tutte un problema. La donna è tale se affermata professionalmente, indipendente a livello economico, magari laureata (e magari anche mamma). Tutto il resto è nulla. Tuttavia, non è esattamente la visione che incarna l’altra faccia della medaglia?

La reazione mediatica, in questi casi, è sempre la stessa. Un arsenale linguistico che trasforma ogni narrazione personale in un sintomo: “internalized misogyny“, “false consciousness“, “gaslighting“, “patriarchal brainwashing“. Termini che un tempo servivano davvero a smascherare dinamiche reali di una vera e propria oppressione, oggi applicati con una tale frequenza da diventare, invece, strumenti di invalidazione preventiva. Non importa cosa voglia la donna in questione, non importa come descriva la sua esperienza: il verdetto è già scritto. Lei non sa, lei non capisce, lei è stata programmata dal sistema.

Il paradosso è evidente: un movimento nato per dare voce alle donne finisce per silenziare chi non parla il linguaggio giusto. La donna tradwife che afferma di “essere felice così” viene immediatamente inscritta nell’inconsapevolezza, nella visione di “ancella del patriarcato”. 

La chiave interpretativa totalizzante

Il problema non è negare l’esistenza del patriarcato. Esiste, eccome. Le statistiche sul lavoro di cura e sulla violenza di genere sono lì a ricordarcelo ogni giorno. Ma è davvero l’unica chiave di interpretazione possibile, in un mondo in cui dovrebbe esistere il libero arbitrio? 

Prendiamo il caso di Estee Williams, altra tradwife influencer che su TikTok documenta la sua vita da moglie sottomessa; questa volta letteralmente, nel senso biblico del termine. A 26 anni, pochi mesi dopo aver abbandonato l’università per convolare a nozze, posta video in cui spiega di chiedere il permesso al marito prima di spendere soldi, di non andare mai in palestra da sola, di non avere amici maschi.

È difficile guardare quei video senza provare un certo disagio. Ma quando nei commenti arriva il coro di “internalized misogyny!”, “stockholm syndrome!”, “qualcuno la salvi!”, bisogna fermarsi un attimo.

Perché sì, quella dinamica sembra problematica. Ma la soluzione non può essere negare a Estee la capacità di intendere e di volere, di sostituire – tra l’altro in maniera super violenta – il suo giudizio con il nostro. Trattarla come una bambina che ha bisogno di essere salvata dalla propria stupidità.

È esattamente il tipo di paternalismo che il femminismo dovrebbe combattere, non perpetuare. Paternalismo che noi potremmo rivedere in diverse interviste da lei rilasciate in cui imponeva la propria idea, ma perché abbassarsi a quel livello? 

E qui sta il nodo: come si fa a criticare scelte che appaiono autolesioniste senza cadere nel paternalismo? Come si distingue tra genuina preoccupazione e desiderio di controllo? 

La risposta più facile è affermare che “il patriarcato fa sembrare libere scelte che non lo sono”. Ma questa risposta è troppo comoda. Perché se ogni scelta può essere ridotta a condizionamento, allora nessuna scelta è mai veramente libera. Il dibattito filosofico sull’esistenza o meno del libero arbitrio è molto ampio, però se non ci fosse alcuna scelta che senso avrebbe parlare di agency, di autodeterminazione, di libertà individuale?

 

L’impossibilità di scegliere “male”

Esiste una corrente, molto virale e vocale sui social, che sembra aver sviluppato una strana allergia all’ambivalenza. O sei dalla parte giusta, o sei complice. O sei woke, o sei brainwashed. Non c’è spazio per le zone grigie, per i desideri contraddittori, per le scelte che non si incastrano perfettamente nel framework ideologico.

Prendiamo la maternità. Una donna può desiderare figli e carriera insieme? Sì, certo. Può desiderare solo la carriera? Assolutamente (a meno che non si stia parlando con quella fetta di persone, oggi in minoranza, che non concepiscono l’esistenza di donne senza figli). Ma può una donna può desiderare solo i figli, senza la carriera, senza sentirsi dire che sta tradendo sé stessa e tutte le donne che hanno lottato per i suoi diritti? Apparentemente, per qualcuno no. Perché quella scelta viene immediatamente letta come capitolazione al patriarcato, come rinuncia alla propria emancipazione, come vittoria del sistema.

 

Le ex-tradwife

Il caso delle ex-tradwife è emblematico. Su TikTok si moltiplicano i video di donne che raccontano di essere uscite da relazioni tradizionali, di aver lasciato mariti che le mantenevano, di aver scoperto quanto fosse pericoloso dipendere economicamente da qualcun altro. Queste testimonianze sono importanti, ovviamente. Ma il mondo non può essere visto in bianco e nero (cioè nell’ottica in cui o sei tradwife manipolata, o sei ex-tradwife illuminata), perché in questo modo non c’è spazio per chi dice “quella vita, forse, per me funzionava”, senza doversi giustificare come se avesse commesso un crimine contro l’umanità.

È qui che il femminismo rischia di diventare prescrittivo anziché liberatorio. Invece di aprire possibilità, le chiude. Invece di dire “puoi scegliere qualsiasi cosa”, dice “puoi scegliere qualsiasi cosa purché sia quella giusta“. E quest’ultima, molto spesso, sembra sempre essere quella che si allinea con una certa idea -ristretta- di emancipazione: carriera, indipendenza economica, relazioni egualitarie, rifiuto dei ruoli di genere tradizionali.

 

Il contrario: criticare altre donne senza essere misogine interiorizzate

C’è un secondo tabù che è, forse, ancora più spinoso: come si fa a criticare altre donne senza essere accusate di misoginia interiorizzata? Come si fa a dire “quella cosa che hai detto è problematica” senza che venga letto come tradimento della sorellanza?

Facciamo un esempio concreto. Una donna influencer posta un video in cui spiega che le donne sono “naturalmente” più portate per la cura dei figli, che è “biologico” che siano loro a occuparsi della casa, che gli uomini hanno “istintivamente” bisogno di cacciare. È una narrazione essenzialista, deterministicamente biologica, che rinforza stereotipi di genere dannosi sia per gli uomini che per le donne

Si può criticare? Certo che sì, anzi: va criticato

Ma dovrebbe trattarsi di uno spazio di discussione e di disaccordo produttivo, relativo solo a chi rappresenta davvero un problema, per far sì che il dibattito non muoia.

Anche qui, il linguaggio fa la differenza. Ad esempio, partire in quinta e parlare di “internalized misogyny” – seppur sia un concetto utile a descrivere il modo in cui alcune donne interiorizzano norme sessiste – nei confronti di qualsiasi donna non rispecchi la nostra concezione di vita è una vera e propria arma atta a zittire qualsiasi voce fuori dal coro e, banalmente, il termine perde la sua utilità analitica. Diventa uno strumento di potere: io sono illuminata, tu sei brainwashed. Io ho capito il sistema, tu sei ancora sua prigioniera. Io posso giudicare, tu puoi solo essere giudicata.

Verso un femminismo dell’ambivalenza

Forse è il momento di accettare che non esiste un modo unico di essere donna emancipata. Che l’agency femminile include anche la possibilità di fare scelte che ad altri sembrano sbagliate, autolesioniste, perfino patriarcali.

Ciò non significa assolutamente abbandonare la critica. Significa rifiutare la tentazione di sostituire il giudizio delle altre donne con il nostro; e anche riconoscere che una donna può scegliere una vita tradizionale per altre ragioni, più complesse e che non si riducono a false consciousness. Significa ammettere che il patriarcato è potente, sì, ma non è onnipotente. Che esistono spazi di scelta, anche quando quelle scelte ci fanno storcere il naso.

Significa, soprattutto, fidarsi delle donne. Anche quando fanno scelte diverse dalle nostre. Anche quando quelle scelte ci sembrano un passo indietro. Perché se il femminismo serve a qualcosa, quel qualcosa è restituire alle donne il potere di decidere della propria vita. Non a decidere al posto loro quale vita vale la pena di essere vissuta.

E forse il vero tradimento del femminismo non è fare la casalinga – anche perché, se lo fa l’uomo mentre la donna lavora, cos’è? – e neppure sposarsi giovane – infatti, si sposa giovane anche il marito!

Il vero tradimento è trattare le donne come se fossero troppo stupide per capire cosa stanno facendo.

Fonti

deseret.com

screenshot-media.com

npr.org

Credits

Immagine di copertina

1 Immagine

2 Immagine

3 Immagine

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.