Da chi dipende l’alternanza delle stagioni? Demetra, Persefone e Plutone

Corrispondente al mito siriaco di Astarte e Adone, al frigio di Cibele e Attis e all’egizio di Iside e Osiride, anche il racconto classico di Demetra e Persefone racchiude tutto ciò che è legato alla fertilità, sessualità ma anche guerra e tristezza. Vita, morte e rinascita sono racchiuse in questi miti massimamente simbolici.

Metafore, allegorie e rappresentazioni ce ne sono in abbondanza. Le figure delle dee rappresentano l’esistenza stessa e la natura. È proprio nel mondo antico che le varie credenze sulla Terra affondano le proprie radici. E uno dei culti più indicativo di tali tematiche è per l’esattezza quello greco.

Protagonista e oggetto all’origine degli arcani misteri eleusini è Demetra. Figlia di Crono, divinità pre-olimpica della mitologia greca e Rea, appartenente alla specie dei Titani, è considerata la genitrice della terra. La sorella di Zeus è la madre del grano e dell’agricoltura, nutrice della giovinezza e creatrice delle stagioni.

Esiodo e tutta la tradizione greca ci tramandano la composizione del mito. Nel tempo remoto in cui Eleusi era ancora un piccolo stato indipendente dell’Attica occidentale, vi era una produttiva pianura ricca di grano in cui la fanciulla Persefone, durante tutta la giornata, si dilettava a raccogliere i fiori.

La giovane dea, figlia di Demetra, mentre era impegnata nella sua attività con fare grazioso e sereno, venne improvvisamente rapita. Proprio mentre strappava dal florido terreno “rose e gigli, crochi e violette, giacinti e narcisi” la terra sotto i suoi piedi si aprì in due e la fece sprofondare tra le braccia di Plutone. Sorto infatti dall’abisso infernale, il re dei morti con velocità la sequestra dalla terra e la costringe a sedersi sul proprio carro d’oro. Oltre a sottrarla dalla madre, voleva anche forzatamente condurla come sua sposa.

Il desiderio del dio dell’aldilà era di rendere la soave giovinetta regina del mondo sotterraneo. La spinse nella voragine da lui stesso creata e la portò nel baratro contro la sua volontà. Buia, oscura e tetra sarebbe diventata la vita di Persefone: ormai le aveva tolto la gioia, la bellezza, la spensieratezza, la vita.

Demetra dalle bionde trecce velate in un manto nero per mostrare il suo lutto ovunque cercò la figlia ma non la trovò e infine, dopo svariati tentativi, decise di ritirarsi nella solitudine della propria abitazione ad Eleusi. Triste e stanca di sforzi vani si racchiuse nel suo dolore, nella propria sofferente intimità.

Dopo questo iniziale sconforto, travestita da vecchia, si posò all’ombra di un ulivo presso il Pozzo delle Vergini e irata, non permise ai semi di crescere in quell’area. Promette che non farà più germogliare il grano finché non le verrà restituita la figlia. La malinconia e la rabbia portano la dea a minacciare non solo il mondo divino, ma anche il genere umano.

L’assenza di grano significava assenza di terreni fertili. Il suono infecondo avrebbe portato a mancanza di cibo che a sua volta avrebbe causato fine del genere umano: il lavoro dell’agricoltore sarebbe diventato vano e senza alimenti primari non sarebbe riuscito a sopravvivere L’intimidazione della dea della Terra era pericolosa perché spaventava anche l’uomo stesso che nulla aveva a che fare con la gelosia di Plutone e le pretese di Demetra.

Intervenne Zeus, onnipotente e incontestabile padre degli dei che comandò la liberazione della sfortunata Persefone. La fanciulla andava riconsegnata alla protezione della madre e così successe. Ma Plutone avido e terribile obbedì al comando non senza tranello. Fece inghiottire alla fanciulla semi di melagrana per assicurare il suo ritorno negli abissi. Inerte dinnanzi al proprio destino Persefone non poté che accettare la sua sorte decisa da un così crudele ed egoista dio.

La felicità per il ritorno della fanciulla sulla Terra durò ben poco. Demetra si accorse dell’inganno escogitato ma dovette anche lei accettare la ventura della figlia. Due terzi dell’anno li avrebbe passati con la madre sulla Terra e il terzo rimanente con il marito nell’Ade. Sicuramente letizia e gioia da una parte furono provate dalla madre della Terra, ma mai spensieratezza: perenne diventò il pensiero dell’assenza della fanciulla.

Inverno e primavera, presenza mista ad assenza, esserci e non esserci. Mancanza di semi, capi sterili e incolti corrispondono alla mancanza di Persefone. Viceversa al suo ritorno tutto germoglia e fiorisce. Se Demetra è non solo la madre, ma anche la personificazione della Terra, la figlia è vegetazione e natura. Grano e piante fioriscono dal petto della figlia di Zeus portati dalla stessa fanciulla diventata ormai eterna sposa di Plutone.

Luce e ombra, esistenza e morte, prosperità e sterilità simboleggia al tempo stesso Persefone. È proprio con la sua disgrazia e il culto collegato che nascono i famosi misteri eleusini. Lo storico romano Varrone scrive: “L’insieme dei mister eleusini si riferiscono al grano che Cerere (la greca Demetra) aveva scoperto e a Proserpina (Persefone) che Plutone aveva rapito”.

Proserpina rappresenta la fecondità dei semi, la cui mancanza fa piangere la sterilità agli umani. La colpa delle carestie e il cattivo raccolto sono da attribuire a lei, a una bella fanciulla che si è dovuta arrendere al suo rapitore e da gioiosa vergine è diventata cupa regina degli inferi e responsabile dell’alternarsi delle stagioni.

Fonti

“Il ramo d’oro della magia e della religione”, volume II, James George Frazer, 1965, Boringhieri

Credits

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